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giovedì 13 dicembre 2007

Mars Artist

L’ESA , l’agenzia spaziale europea, pubblica foto scattate da Mars Express al Labirinto della notte su Marte e che hanno oltre al loro valore scientifico anche un carico espressivo ed emozionale non indifferente.

Valli, monti e canyon; processi vulcanici e formazioni tettoniche, questo quello che leggono gli scienziati. Ma forse ciò che è più importante è quello che vediamo tutti noi e che queste foto esprimono davvero.

Su Marte c’è un mondo tutt’altro che immoto che si trasforma e muta nel tempo.

Un mondo non troppo dissimile da quello che vediamo sulla Terra.

In poche parole c’è un bel mondo.

Credo che sia di per sé interessante una fruizione della scienza che provoca piacere e coinvolgimento, anche se non attiva conoscenze nuove.

Anche la Venere di Milo può essere guardata per imparare, ma prima di tutto può essere guardata e basta.

domenica 23 settembre 2007

Il rock del geologo

La scienza ispira l’arte. In questo caso la musica. Qualche mese fa abbiamo parlato degli acquarelli di Christophe Verdier. Ora è il momento della “Antarctic Sonata” che il pianista Kevin Jones ha suonato al bicentenario della Società Geologica a Londra, l’11 settembre 2007.
La musica è ispirata dalla geologia e dalla forma della costa dell’Antartide. E la struttura, il pattern, musicale è frutto di una rilettura dei dati del geologo Nick Petford dell’Univesrità di Bournemouth.
“L’apparizione inattesa di forme e volti che emergono dall’osservazione dei cristalli mi ha fornito ispirazioni musicali”, dice Jones.
Ma quello che è più interessante è il punto di vista del geologo. Dice il professor Petford: “speriamo che questa performance stimoli nuove visioni, nuove connessioni e modi alternativi di pensare le strutture, i processi dinamici e le relazioni geologiche”.
Perché la scienza ha bisogno, per procedere e per fare balzi in avanti in direzioni inattese, del contributo di altre forme di espressione che suggeriscano approcci che il solo rigore e il “solo” metodo non sono sempre in grado di fornire.
Insomma, quello di Jones potrebbe anche rivelarsi un interessante esperimento di sonificazione, oltre a essere, come per gli acquarelli di Verdier, un tributo all’Anno Polare Intarnazionale.

lunedì 30 luglio 2007

Lucrezio a Trieste

Purtroppo non sarò a Trieste venerdì 3 agosto, perché altrimenti sarei andato a vedere Antonio Salines e Maria Grazia Plos che mettono in scena “Lucrezio ovvero ragione e follia” al Parco del Civico Museo Sartorio, alle 21.00. Il testo è di Giuseppe O. Longo, uno che con le parole ci sa fare, che sa raccontare storie e che conosce bene la scienza e la sua storia.

Dopo le traduzioni, i saggi, i racconti e i romanzi, da qualche tempo Longo lavora sulla scienza che va a teatro. Non è il solo. Come esempi cito solamente Maria Rosa Menzio, in Italia, e Simon Singh, in Inghilterra.

Lucrezio è autore del grandioso poema De rerum natura, in cui espone la filosofia di Epicuro. Lucrezio, pare, impazzì per un filtro d’amore e compose il poema durante gli intervalli di lucidità. A 44 anni si uccise. Vittima della pazzia, Lucrezio abbandonò le vie della saggezza, ma ebbe l’illuminazione sulla natura del mondo. Nel dramma, in cui si citano molti passi del De rerum natura, Lucrezio appare lacerato tra l’adesione totale all’impassibile e rasserenante dottrina di Epicuro e la fatale attrazione per l’amore di Lucilia, la donna che gli ha propinato il filtro amoroso facendolo impazzire. Longo sa oscillare armonicamente tra l’attrazione per la scienza e quella per l’amore.

Questo dramma è la prima di quattro variazioni intitolate “Le orme del sapere” che affrontano oltre Lucrezio, anche Pascal, Babbage ed Einstein. Mettere in scena la scienza coi suoi risultati e le sue passioni, la storia e le storie, i personaggi e i conflitti. Questa è una delle formule che permette di avvincere lo spettatore e di farlo pensare e palpitare per alcune delle tensioni umane e intellettuali più profonde e fondamentali del nostro pensiero.

Non importa quanto di realismo ci sia nel tratteggiare i personaggi. Il teatro può essere, ed è!, veicolo di idee che contribuiscono a un atteggiamento consapevole nei confronti della scienza.

Voi che siete a Trieste e dintorni, andate a vedere Lucrezio.

giovedì 21 giugno 2007

Tutti i numeri sono uguali a cinque

A cominciare siamo in tre, stefanosandrelli, robertghattas e danielegouthier.

(Letto col ritmo giusto fa rima).

Quello che facciamo è un altro blog.

Dietro questo blog ci sono alcune persone che amano la scienza quanto scrivere. E per questo fanno tutti e due.

Il nostro intento è scrivere storie, incontrare autori, raccogliere frammenti di vita camminando di fianco alla scienza, nel modo più libero e sfacciato che si possa immaginare. Abbandonandoci alle digressioni, alle emozioni, alle intuizioni del cuore, alle immagini, alle sensazioni che affiancano la pratica quotidiana delle scienza, ma che dalla scienza codificata non fanno parte.

Qualche volta la scienza è metodo, strumento, modo di mettersi in relazione con cose e persone; qualche altra diventa idee, pensieri, comportamenti, atteggiamenti. Ci piacciono quei racconti che possiedono una voce che emerge dal profondo della cultura scientifica dell’autore, ma anche dai suoi pregiudizi, dal suo modo di essere persona, dalla sua visione della società, del mondo.

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Non lo nascondiamo – e come potremmo? - il blog è fratello di un libro che uscirà a settembre e che s’intitola proprio così: “Tutti i numeri sono uguali a cinque”.

Speriamo di continuare, di avere persone che vogliano dialogare, confrontarsi, sperimentare con noi la scrittura intorno alla scienza. Ma che sia una scrittura prima di tutto narrativa e che la scienza c’entri in quanto cosa di questo mondo. Come l’amore e la guerra, gli amici e i sorrisi, le sofferenze e le passioni.

Tutte robe di donne e di uomini, al pari della scienza del resto.

sabato 28 aprile 2007

Piacevoli armonie

Non è un libro da leggere, quello di Michele Emmer. È un libro da rileggere, studiare, consultare, se si hanno intenzioni serie. Ma ancor di più è un libro da gustare, centellinare, assaporare, se si hanno intenzioni alte.

Intanto è un bell’oggetto, formato gradevole, ottima carta, buon profumo, illustrazioni e cura di alto livello. Bollati Boringhieri non lo regala, ma è vero che sugli scaffali delle librerie si trovano tanti libri a 60 euro che valgono molto ma molto meno.

In ogni caso, è un ottimo strumento. Un thesaurus di immagini matematiche sparse per le arti: pittura, scultura, architettura, cinema, chi più ne ha più ne metta.

Il fine è alto: mostrare, non argomentare!, che la matematica è nella cultura, è della cultura; che non le sta a fianco, e ovviamente non le sta un passo indietro.

La malinconia dei sei matematici di Paladino – misteriosi, sognanti, assenti, assorti – apre il libro, sin dalla copertina. E della Melancolia I di Dürer si parla nel dialogo che apre Bianca di Nanni Moretti.

Insomma a seguire Emmer la matematica ha a che fare con i sentimenti, con gli uomini, con la vita. E per questo, va vista, guardata, gustata. Non c’è freddezza nelle sue Visibili armonie (Bollati Boringhieri, 2006) , ma piuttosto la passione che le arti richiamano a noi tutti. E questo senza sacrificare il rigore che deve avere ogni opera che parla di matematica.

Emmer sa essere solido e fantasioso, rigoroso e poetico e ci mostra come la matematica è stata ed è parte di quel dialogo immenso che chiamiamo cultura.

Tengo la mia copia del libro sulla scrivania. Ogni tanto la apro a caso, ne leggo un paragrafo e più spesso ancora mi fermo a guardare una figura, la foto di un palazzo, l’inquadratura di un film, un quadro, la scena di un teatro.

E mi piace vederci un bel po’ di matematica.

mercoledì 11 aprile 2007

Vent'anni Levi


Oggi sono vent'anni senza Primo Levi, ma preferisco comunque pensarli come vent'anni con Primo Levi: letto e riletto, stimolante e divertente, umano e scientifico, due culture in un uomo solo. Per me è una delle figure più vive che ci siano. Nonostante il salto. Anche per il salto. Forse proprio per il salto.
Questa mattina ho ricevuto un bel mail dal mio amico Luciano Celi. Credo sia un modo vivissimo per festeggiare questi vent'anni. Eccovelo:

D'accordo: La strada di Levi è un film di Davide Ferrario. La mia di ieri dovrebbe titolarsi La strada "per" Levi. Scappo apposta da Massa, il giorno in cui ricorre il 62esimo anniversario della sua liberazione, perché mi piacerebbe assistere alle letture che Moni Ovadia farà gratuitamente al Cinema Massimo, sotto la Mole, alle 21 (allego la locandina). Cerco di essere lì il prima possibile, ma via Montebello è già divisa in due da una fiumana di gente che, paziente, attende. Mollo la moto, mentre rifletto sul fatto che è da domenica che in pratica faccio code: per andare a Massa, il giorno di Pasqua. Per tornare su a Torino oggi e ora qui. Arrivo che aprono le porte del cinema e la fila, che ancora continua a comporsi rapida e regolare dietro di me, segue l'andamento temporale della carica del condensatore: all'inizio sembrano poter entrare tutti e tutti ci avviamo con un passo svelto, poi il passo rallenta sempre più, come il condensatore che satura e via via la curva diventa asintotica, fino all'arresto.
Nel frattempo arriva accompagnato su un'auto se non blu, almeno scura e d'ordinanza, il sindaco di Torino che, noncurante della fila, si avvia spedito verso la porta, mentre qualcuno dietro di me lo apostrofa tra il serio e il faceto, con un "Signor sindaco, la fila è da questa parte!". Ovviamente Chiamparino non presta attenzione e prosegue per la sua strada. Decisamente meno tortuosa e affollata della nostra.
Arrivato a una ventina di persone dalle porte, il serpentone si blocca definitivamente, il condensatore-sala cinematografica è saturo, ma rimaniamo composti in fila perché il personale del cinema ci dà ancora qualche speranza, mentre l'attore viene fuori e scambia affabile qualche battuta, sotto i flash di qualche fotografo e una telecamera Rai.
Poi nell'ultimo quarto d'ora ha inizio l'odioso italico modo di fare, dove qualcuna dello staff, riconoscendo qua e là, tra gli anonimi volti della folla, qualche amico-parente-cugino-amante o checcacchio ne so io, lo pinza e gli dice "scusa, ma non avevi la prenotazione?" e senza attendere una risposta imbarazzata e a rischio linciaggio "dai, su, vieni...".
Una, due, tre volte. Poi qualcuno si spazientisce e comincia a brontolare: si sa qualche atomo, dopo un tempo t, continua comunque a migrare. Meno male che le letture sono da I sommersi e i salvati! Ci sentiamo - e sono in buona compagnia - presi un po' per il culo. Così qualcuno fa compostamente le sue rimostranze, per scoprire che non esiste nessuna "lista di prenotazione", essendo lo spettacolo gratuito e ad esaurimento posti.
Moni Oviadia, che già aveva subodorato un po' di malcontento, torna fuori poco prima dell'inizio, con il testo di Levi in mano. Lo circondiamo affettuosamente: ci sorride e ci bendispone, spiegandoci che per il cinema è un problema di sicurezza. Qualcuna delle signore in coda, che ha accusato particolarmente la soperchieria, gli spiega il fatto delle prenotazioni. Qualcun altro propone di fare lo spettacolo proprio lì fuori. Io, che mi trovo lì davanti, aggiungo, a presa in giro, che potremmo far istallare al volo un maxischermo dentro, mentre lui sta fuori con noi. Sorride, rimane un po' interdetto pensando a una soluzione ragionevole e ci dice che davvero se siamo d'accordo possiamo ripetere la lettura lì fuori, visto che il cinema, con tutta probabilità, non darà la sala per il bis. Applaudiamo e lui torna dentro, non prima di aver chiesto che ore sono (le 21,05) e rinnovarci l'appuntamento a fra un'ora, aggiungendo che la sua "non è una promessa, ma un debito". Siamo contenti. Ne è valsa la pena. L'oretta passa veloce: faccio un'altra coda - questa breve - per un gelato di Fiorio, in via Po, che costituisce la mia cena. Torino resta Torino e dopo una cert'ora nisba, a meno di non entrare in un ristorante.
Alla fine, d'accordo con lo staff del cinema, si decide per fare il bis dentro. E' una versione ridotta, ma non meno bella e toccante. Non solo le parole di Levi, letto da Moni Oviadia sono belle, ma anche quelle di Walter Barberis, a commento. Parole e commenti che ci commuovono, nel ricordo di quella "angoscia del testimone" che divorò Primo Levi oggi, 11 aprile 1987, a Torino.
Usciamo insieme a lui, che vediamo contento della nostra presenza. Semplicemente, passandogli accanto prima di uscire, gli stringo la mano e dico, guardandolo negli occhi, "grazie". Lui mi rimanda il grazie e più stentoreo lo dice ancora a chi si trattiene, ringraziandoci per la pazienza e per l'attesa.
Esco definitivamente pensando a Primo Levi, a quanto ancora poco so di lui, della sua scrittura. A quanto sia necessario rileggere ancora le cose già lette e leggere ciò che non ho letto. Penso alla sua assenza, a cosa avrebbe potuto ancora dire, scrivere, testimoniare. Metto in moto e una strana calma mi assale. Torno a casa con il gas al minimo e la moto che borbotta imballata, godendomi il primo tepore di questa primavera metropolitana, contento di essere dove lui fu.

Luciano - Torino, 11 aprile 2007

martedì 3 aprile 2007

Faust, le stelle e Brera

A quelli dell’Osservatorio di Brera il rapporto arte e scienza sta sicuramente a cuore. Così, a poco più di due mesi eccoli di nuovo in scena. Mercoledì 4 aprile alle 18.00 nella sede dell’Osservatorio Astronomico di Brera a Milano, guidati da Stefano Sandrelli, responsabile della comunicazione scientifica, l’astrofisico Tommaso Maccacaro, il clinico medico Pier Mannuccio Mannucci e il giornalista Federico Pedrocchi cercheranno di rispondere a domande quali: che cosa è la ricerca? Quale è il patto con il diavolo che i ricercatori stringono quotidianamente?

Nel corso della serata la Compagnia Jolly roger presentarà alcuni brani del Faust, in cui Marlowe indaga il mistero del moto dei pianeti.

Faust: “Chi non conosce il doppio moto dei pianeti? Il primo si compie in una giornata e il secondo così: Saturno in trent'anni, Giove in dodici Marte in quattro, il Sole, Venere e Mercurio in un anno, la luna in ventotto giorni”…..

Coro: “Per scoprire i segreti dell'Astronomia incisi da Giove nel libro del firmamento, Faust ha scalato la vetta dell'Olimpo.”…..

Faust: “ Fermatevi sfere del cielo che eternamente ruotate, che il tempo finisca e mezzanotte non venga mai.”…

Nel celebre monologo che apre il
dramma, Faust, studioso avido e scontento, rifiuta il sapere accademico e s'avventura nei sentieri pericolosi della nuova scienza. Col tempo, senza nemmeno volerlo, leggere di Faust è diventato riflettere sull'uomo: come se Marlowe avesse isolato in un solo personaggio la precisa qualità che rende le azioni degli uomini diverse da quelle di qualsiasi altro animale. Noi partiamo dal presupposto che quelle parole abbiano senso adesso e possano essere dette, adesso, a uomini che vivono ad una distanza infinita, in un mondo completamente diverso da quello di Marlowe, ma che di sicuro hanno in comune con lui quella febbre incurabile che manda avanti - e indietro - la Storia.

Chi passa a Milano può andare al Teatroarsenale dove dal 3 al 6 aprile e dall’11 al 14 sempre di aprile la compagnia Jolly Roger, in coproduzione con l’INAF, mette in scena il Faust e questo spiega il perché della serata di mercoledì.

Il perché dell’impegno dell’Osservatorio di Brera nei confronti del teatro è tutto nella convinzione che se l’uomo è ciò che mangia, allora quando certe categorie scientifiche sono capite, digerite, metabolizzate, diventano categorie naturali con le quali interpretare e leggere il mondo.

Un obiettivo alto e difficile da raggiungere ma che va perseguito passo a passo. In modo che il rapporto tra arte e scienza diventi sempre più un rapporto di consuetudine. E di conseguenza sia possibile immaginare che un giorno tra loro siano attivi processi osmotici.

Chi vivrà vedrà. Intanto andate a vedere il Faust di Brera. Pardon, di Marlowe.

domenica 28 gennaio 2007

Rock per stelle e proteine

Musica e scienza si parlano da sempre. Senza scomodare Pitagora e Keplero, l’armonia dell’universo e l’imprinting musicale di Galileo Galilei grazie al padre Vincenzio, anche solo l’ultimo secolo ha molto da dire.

Citiamo i Led Zeppelin e Battiato, quando parliamo di debiti che la musica ha verso la scienza. E poi la scienza, affascinata dai suoni, ha aiutato a inventarne di nuovi, da riprodurre con strumenti nuovi. Dal “theremin” che riceve il nome dal fisico russo che l’ha sviluppato a oggi, passando solo per fare un esempio per il sintetizzatore, la musica elettronica è balzata dalla preistoria al rinascimento.

Oggi, la frontiera si sposta un po’ più in là se, sin dal 2003, un astrofisico come l’ungherese Zoltán Kolláth e un compositore, Jenő Keuler, lavorano assieme allo "Stellar Music Project", che legge i pattern delle stelle per comporre musica. L’espansione e la contrazione di gas stellari modificano la luminosità delle stelle che viene letta dai telescopi e trasformata in una base per la musica.

"L’obiettivo principale è costruire un ponte tra scienza e arte, tra astrofisica e musica”, per dirla con le parole di Kolláth.

Contemporaneamente in Texas, la biologa Mary Anne Clark e l’artista algoritmico (sic!) John Dunn lavorano sulle molecole utilizzando proteine e sequenze geniche, umane e di altre specie, di nuovo come base per la musica. Ancora una volta dei pattern, questa volta biologici, vengono tradotti in musica che un compositore ri-elabora.

Clark e Dunn hanno addirittura prodotto un cd: “Life Music”, 1998. Una musica che deve essere piacevole all’orecchio, ma senza nascondere la sequenza biologica che l’ha generata.

Storicamente, gli scienziati hanno prodotto modelli visivi che permettevano di vedere i loro risultati. Oggi, cercano modelli che permettano di sentirla e alla visualizzazione si sostituisce la sonificazione.

Insomma, il rapporto tra scienza e musica ha due facce: da un lato traduce i risultati della prima per renderli fruibili, godibili, anche se non rigorosamente comprensibili, a chi ascolta musica; dall’altro offre ai ricercatori un nuovo modo di interfacciarsi coi loro risultati: con le orecchie e non con gli occhi.

Sicuramente ne verrà fuori nuova conoscenza e soprattutto un nuovo modo di conoscere. Per non parlare dell’impatto culturale su tutti noi che avrà la musica di stelle e proteine.

venerdì 26 gennaio 2007

Astronomia per artisti

Stefano Sandrelli sostiene che “certamente siamo in un’epoca in cui alcuni riferimenti scientifici, quasi per osmosi, sono penetrati nel linguaggio e nell’immaginario comune”.
Per poter dire di vivere in un’era tecnologica dovremmo essere convinti che la tecnologia e la scienza plasmano i comportamenti quotidiani delle persone e il loro immaginario, senza che si abbia una coscienza chiara dei principi scientifici su cui sono basati. In un’era tecnologica la consapevolezza della scienza sottostante alla tecnologia non è indispensabile.
Feynman, che è uno dei riferimenti culturali di queste considerazioni, osa un po’ di più e parla di un’era scientifica nella quale esiste un artista in grado di attingere alla scienza, di “cantarla” e in questo modo di condividerne la bellezza con un numero molto più grande rispetto ai soli che già “sanno di scienza”.
La scienza diventa cioè “luogo comune”, luogo che si può frequentare. È un passo più in là del solo immaginario, nel quale i riferimenti scientifici si impastano con tutto il resto. È un passo che ci porta verso una qualche consapevolezza della ricchezza e della complessità della scienza, un po’ più in là della sola condivisione della sua bellezza.

È evidente che non viviamo in un’era scientifica.

Però Sandrelli ci prova lo stesso e cerca di far diventare la scienza, almeno una sua parte, un “luogo comune” per alcuni artisti. Il 26 gennaio parte il "Corso di Astronomia per Artisti" organizzato da INAF-Osservatorio Astronomico di Brera e dall’Accademia delle Belle Arti di Brera. Gli incontri-laboratorio sono indirizzati a studenti e docenti dall’Accademia.
Le lezioni astronomiche di Sandrelli, che saranno ripetute anche nel secondo semestre universitario, vogliono avvicinare l’arte e la scienza di oggi, stimolando la riflessione artistica sulle più recenti ricerche astronomiche, che negli ultimi anni hanno rivoluzionato la rappresentazione scientifica del cosmo.
Le opere di studenti e docenti costituiranno un primo seme di mostra per le celebrazioni del 2009, “Anno Internazionale dell’Astronomia”.
Se l’esperienza sarà fertile, il sogno è che nasca prima o poi un “artista di Feynman” che ci accompagni verso un’era scientifica.
Nel frattempo, sarebbe molto interessante avere un diventasse luogo di confronto intorno ad arte e scienza (magari proprio questo blog), in modo da contribuire almeno un po’ alla nascita di una comunità di artisti che vogliono essere “di Feynman” e di ricercatori che vogliono dialogare con loro.

venerdì 19 gennaio 2007

Acquarelli dai ghiacci

Giù in Antartide c’è una base, si chiama Concordia. E, come dice il nome, è un esempio unico di cooperazione scientifica internazionale. Nell’altopiano glaciale collaborano gli italiani del PNRA (Programma Nazionale di Ricerche in Antartide) e i francesi dell'IPEV (Institut Polaire Paul-Emile Victor).

Per l’Anno Polare Internazionale 2007-2008, sì quest’anno è anche questo!, Concordia sarà il cuore di una campagna di ricerca coordinata su scala internazionale che vuole definire il miglior quadro possibile delle regioni polari. Obiettivo: consentirne un'osservazione e una comprensione più dettagliate, attirando l'attenzione del mondo intero sulla loro importanza.

E hanno cominciato con intelligenza, invitando alla base l’acquarellista francese Christophe Verdier che si è unito alla spedizione scientifica per tutta l’estate scorsa, visitando anche la stazione di Dumont d’Urville.

Gli acquarelli parlano di ghiacci, sole, mare, ma anche di container, navi, mezzi cingolati. Ed è un alternarsi di arancio e rosso, giallo e ocra, azzurro e bianco, bianco, bianco, bianco…

Ma quello che è più interessante è l’incontro tra arte e scienza, al fine di far dialogare quest’ultima con la società e di accendere l’attenzione del mondo su un progetto scientifico. Della scienza, infatti, non contano solo i risultati ma anche come si colloca nei confronti delle nostre aspettative, dei nostri sogni, del nostro immaginario.

Dei ricercatori che stanno assieme a contatto con la natura in condizioni così differenti da quelle di un laboratorio o di uno studio universitario, non possono non toccare l’attenzione e l’interesse di molti.

La scelta intelligente di mischiare la scienza con l’arte e di impastare l’arte di scienza ha l’ambizione di parlare anche a tutte quelle persone che dalla scienza si tengono lontani. E può riuscirci proprio perché arte e scienza, nella base Concordia, si mettono l’una a fianco dell’altra, senza che la prima sia al servizio della seconda, e costruiscono assieme un pezzetto della nostra cultura.

E per di più lo fanno con la leggerezza dell’acquarello. Da vedere.

È uscito ovviamente un libro, anche in italiano: Christophe Verdier, Antartide. Un'estate al Polo Sud, Edt.