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martedì 6 maggio 2008

Studenti matematici a Cipro

Parleranno di matematica e scienze, matematica e vita, matematica e musica, matematica e applicazioni. In genere di matematica e *, con * uguale a qualcosa.

Saranno giovani: tutti tra i 12 e i 18 anni.

Si incontreranno a Cipro, tra il 5 e l’8 febbraio del 2009.

Saranno i partecipanti alla European Student Conference in Mathematics, EUROMATH – 2009.

Saranno giovani ricercatori in erba, eventualmente accompagnati dai loro insegnanti.

Per partecipare, le iscrizioni devono arrivare entro il 17 ottobre (per chi vuole parlare) ovvero il 30 novembre (per chi vuole solo ascoltare).

Speriamo che siano numerosi.

E che l’Italia non brilli per assenza.

mercoledì 23 aprile 2008

Scienza Under 18: le manifestazioni

È passato un altro anno e Scienza Under 18 sta finendo di nuovo le sue attività: presto arriveranno le manifestazioni, gli studenti presenteranno i loro esperimenti in alcune mostre temporanee che si spargono per le sedi di Milano, Monza, Pavia, Mantova, Lodi, Brescia, Rozzano, Sestri Levante.

Il gioco è semplice: durante l’anno scolastico uno o più insegnanti lavorano con una o più classi su un tema scientifico. Obiettivo? Realizzare un esperimento e imparare a comunicarlo al pubblico.

L’intuizione che rende Scienza Under 18 così stabile e di successo è tutta qui: la ricerca ha senso nel suo farsi ma soprattutto nell’essere comunicata. Un’osservazione, una deduzione, un esperimento non sono tali se non vengono resi pubblici. E questo è quanto fanno i bimbi delle materne come i ragazzi delle scuole superiori, passando per quelli delle elementari e delle medie, naturalmente.
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Credo che, seguendo l’esempio di Sestri Levante, i tempi siano maturi perché altre realtà al di fuori della Lombardia si candidino per diventare uno dei nodi della rete di Scienza Under 18.

martedì 26 febbraio 2008

Estate + fisica = Canada

Vacanze estive con la fisica, in Ontario, Canada con workshop per student di 16 e 17 anni ma anche per insegnanti. È questa l’offerta del Perimeter Institute (Pi per gli amici, vale a dire pi greco), un centro di ricerca no profit che ha un occhio di riguardo per la formazione e l’educazione.

Si lavora con la fisica vera, dagli atomi ai buchi neri, dallo spazio tempo all’universo in espansione.

Ci sono gli eventi sociali, lo sport ma soprattutto la permanenza in veri laboratori di ricerca.

Sono le solite vacanze all’estero, però declinate in salsa scientifica.

Un’occasione di crescita, per gli studenti, e di aggiornamento, per gli insegnanti.

Deadline studenti: 15 marzo.

Deadline insegnanti: 15 aprile.

Tutte le informazioni: qui.

sabato 20 ottobre 2007

Teatro e scienza e scuola a Milano

Di questi tempi, intorno al binomio “teatro e scienza” c’è un certo fermento. Cito solo due casi: Simon Singh dopo i successi televisivi e i best-seller fa del teatro la sua attuale attività di successo (e in Italia lo seguono Giuseppe O. Longo e Piergiorgio Odifreddi); l’Osservatorio Astronomico di Brera lavora assieme al Teatro Arsenale a Milano coproducendo spettacoli teatrali: ne abbiamo parlato qui.

E adesso, sempre a Milano, “teatro e scienza” cerca di sbarcare in modo sistematico nel mondo della scuola. I partecipanti sono tutti di calibro: il Piccolo Teatro di Milano, la
Fondazione Silvio Tronchetti Provera e Scienza under 18. L'obiettivo è passare attraverso il teatro per valorizzarne il legame profondo con la scienza – teatro e teoria hanno la stessa radice etimologica … a ben guardare – e da lì avvicinare i giovani allo studio delle discipline scientifiche. La prima tappa della collaborazione è rappresentata dal ''Progetto Galileo''.

Dietro a tutto c’è la convinzione che i giovani cerchino un ponte tra le discipline umanistiche e quelle scientifiche e che quindi questa sia una via maestra per la diffusione della scienza, e prima ancora della cultura scientifica.

Naturalmente il “Progetto Galileo” ruota attorno alla rappresentazione a Milano di Vita di Galileo di Brecht in scena al Piccolo Teatro Strehler dal 23 ottobre all'11 novembre, interpretato da Franco Branciaroli e messo in scena da Antonio Calenda.

Dal punto di vista della scuola, Scienza Under 18 punta a rendere stabile la produzione di teatro scientifico da parte della scuole che partecipano da dieci anni alle sue manifestazioni e che nel corso del tempo si sono dimostrate sempre più attente e attive nella produzione di spettacoli di “teatro e scienza” a ogni livello: dalla materna alle superiori. Insomma, tutto fa sperare in un ulteriore salto di qualità di Scienza under 18, adesso che entra nei suoi secondi dieci anni.

lunedì 8 ottobre 2007

Rane che saltano, pesci in padella… e altri menu

Una bella giornata, prima di tutto. E poi formativa: di quelle che fanno fare un passo in avanti.
Giovedì 4 ottobre, oltre duecento tra insegnanti, osservatori e animatori di Scienza under 18, hanno lavorato intorno all'idea di laboratorio per tutta la giornata, senza interruzioni e senza cali di tensione e interesse. Al Museo di Storia Naturale, a Milano.
L'obiettivo? cercare risposte a:
Che relazione c’è tra laboratorio scientifico e laboratorio didattico?
L’esperimento è alla base della prassi scientifica: che ruolo ha nella comunicazione della scienza e nell’educazione scientifica?
I limiti che il contesto didattico inevitabilmente pone ne cambiano sostanzialmente il ruolo?
La sua funzione è dimostrativa o costruttiva?
La formula è stata originale e fresca come spesso succede con Scienza under 18. La mattina tutti divisi in laboratori (11) a mettere le mani in pasta e le teste in gioco. Due laboratori a testa per ciascuno degli 11 gruppi d'insegnanti. Con tanto di conduttori, facilitatori ed esperti che osservavano.
Ogni gruppo ha prodotto alcune domande alle quali nel pomeriggio hanno risposto gli esperti: Aldo Borsese, Donata Fabbri, Laura Formenti, Enrica Giordano, Franco Giudice, Paolo Guidoni, Telmo Pievani.
I punti di vista del chimico, dello psicologo, del fisico, dello storico e del filosofo si sono confrontati con le esperienze e le idee degli insegnanti. In una dinamica di ricerca-azione che caratterizza il lavoro e la riflessione di Scienza under 18.
Insomma un bel compleanno per il primi 10 anni di quest'esperienza lombarda che dovrebbe proprio trovare al più presto emuli in altre regione. In tutte le altre regioni.

sabato 7 luglio 2007

Il morbo dei genitori

In ospedale si muore d’ospedale. Ancora oggi.
Le infezioni contratte dai malati spesso sono più letali del male per il quale il malato è stato ricoverato. Presto saranno passati due secoli da quando Ignàc Semmelweis ha capito che i medici devono lavarsi le mani prima di visitare i pazienti. Oggi fa sorridere, è luogo comune, ma nella Vienna della prima metà del diciannovesimo secolo, Semmelweis ebbe i suoi detrattori e trovò ostacoli sul suo cammino.
Ma nonostante l’igiene dei medici sia diventata prassi, non è ancora così diffusa l’igiene tra tutte le persone che entrano in un ospedale. Il Journal of Clinical Nursing racconta di un progetto semplice: in un reparto di terapia intensive pediatrica sono state filmate le visite dei familiari dei bambini malati. “Va detto che mentre in un reparto ospedaliero normale i bambini che prendono qualche infezione sono circa il 10%, in uno di terapia intensiva sono tra il 20 e il 30%”, ricorda Li-Chi Chiang, la ricercatrice della China Medical University di Taiwan che ha condotto la ricerca. E infatti si è visto dai video che l’abitudine di lavarsi non era più che tanto diffusa tra i familiari in visita.
Dopo questa prima fase di ricerca, si è passati all’azione: nei due mesi successivi ai familiari dei bambini, sono stati mostrati video con genitori che si lavavano le mani e poster a tema. Risultato: un crollo delle infezioni.
Quella che era stata una ricerca per indagare le abitudini dei parenti è diventato uno strumento attivo di lotta alle infezioni.
Ora l’auspicio dei ricercatori è che in tutti i reparti vengano mostrati video e poster con genitori che si lavano le mani.
È assurdo infatti che un momento di vicinanza, affetto e amore quale una visita ospedaliera si trasformi in occasione di pericolo e di malattia.

venerdì 15 giugno 2007

Bimbi, scienza e biblioteche

Candele che si spengono, palloncini che fanno a gara e altre meraviglie scientifiche. Questo si sono trovati davanti i “Bimbi in Biblioteca”.

Due pediatre, Maria Francesca Vardeu e Elisabetta Anedda, qualche ricercatore del CRS4, personale della Biblioteca di Sardegna Ricerche, uno studente del Liceo Scientifico Michelangelo, coordinati da Sandra Ennas, hanno lavorato con oltre 40 bimbi nella biblioteca del Parco Tecnologico a Cagliari.

L’idea è stata lanciata dalle due pediatre che hanno voluto coinvolgere i pazienti in attività che li avvicinassero attivamente alla scienza, attraverso giochi ed esperimenti, con acqua e aria, luce ed energia. È stato un esempio di animazione scientifica nata da figure esperte, ma che i bambini non identificano con la scuola, con l’apprendimento, con le interrogazioni. Un esperimento informale che ha permesso di fare scienza in un contesto coinvolgente – una biblioteca – con persone inaspettate e diverse dal solito.

È interessante che dall’ambulatorio si sia passati alla biblioteca e che il primo sia diventato strumento di coinvolgimento per portare i bimbi all’interno della seconda, e lì incontrare gli animatori.

L’esperimento e il divertimento sono stati l’occasione per osservare, sperimentare e in definitiva capire. Due sono state le dimensioni importanti: il gioco e il gruppo.

Per dirla con le parole di Francesca Vardeu, una delle due pediatre: “Il mondo dei bambini ha infinite varianti. In questi mesi li ho visti aggirarsi tra i libri, rispondere interessati alle domande dei bravi e pazienti animatori, partecipare agli esperimenti o avvicinarsi timidamente incuriositi. Ho ascoltato i loro commenti, letto le loro domande sui difficili temi scientifici, osservato l’acutezza dei loro disegni nei quali ci siamo riconosciuti, il loro interessato divertimento e la particolare energia che esprimono collettivamente nel gioco”.

Insomma, un piccolo gioiello che mostra come le sedi inattese e informali possano diventare luoghi di apprendimento e comprensione. Con un ruolo simile a quello di scuole e musei. E un valore aggiunto: senza parlare di salute, ne hanno parlato. Perché l’attenzione al proprio corpo passa innanzitutto per un approccio razionale ai fenomeni, per una comprensione delle cose.

Sabato 16 giugno alle 10, nella sala verde della Cittadella dei Musei di Cagliari, vengono presentati i risultati del progetto.

martedì 12 giugno 2007

I bambini e le somme approssimate

Le notizie sui bambini e sui numeri mi piacciono sempre. Così mi è cascato l’occhio sul fatto che ricercatori dell’Università di Nottingham e di Harvard hanno scoperto che i bambini in età prescolare sono capaci di risolvere addizioni e sottrazioni approssimate con grandi numeri anche prima di saper pensare in modo aritmetico.

Mi piace questa cosa perché vuol dire che abbiamo delle capacità di gestire e maneggiare numeri non banali. Noi grandi tendiamo a pensare che i calcoli esatti siano più facili di quelli approssimati. Ma in realtà approssimare è più spontaneo, forse serve anche di più. Chiunque di noi, sin da piccolo sa distinguere molti da pochi e sa applicare queste idee in modo diverso agli uomini (100 uomini sono molti) o ai chicchi di riso (100 chicchi di riso non sono molti).

Adesso, si scopre che sappiamo fare di più. Sappiamo gestire approssimazioni, difficili, quali sono quelle che riguardano i numeri grandi.

Questo risultato suggerisce che molti problemi d’apprendimento con le operazioni non sono di natura logica ma riguardano proprio il passaggio all’esattezza, cioè alla ricerca di una particolare soluzione, giusta, che risolve il problema.

Allora, forse, sarebbe bene insegnare la matematica proprio partendo dal calcolo approssimato, cosa che permetterebbe di partire da una capacità dei bambini e non di metterli subito davanti a una difficoltà.

Questo approccio forse permetterebbe anche di aggirare la rappresentazione simbolica dei numeri, che aggiunge altri ostacoli e spinge forzatamente verso l’astrazione. Invece, adulti, bambini e neonati sono capaci di gestire numeri rappresentati con matrici di puntini o con successioni di suoni, vale a dire numeri in quanto numeri e non numeri in quanto simboli.

E le matrici, così come le successioni, hanno il vantaggio di rendere facili ed evidenti i confronti, le addizioni, le sottrazioni, ben inteso approssimate.

Forse varrebbe la pena di ripensare l’apprendimento elementare della matematica, in modo da sgomberare il campo da quella fastidiosa leggenda che è la sua difficoltà, che ha come corollario l’affermazione che qualcuno è portato e qualcun altro no.

mercoledì 6 giugno 2007

E i primi della classe?

Ve l’ho già detto sull’Espresso leggo la posta di Stefania Rossini. Spesso trovo vivi e vivaci gli spunti che i suoi corrispondenti gettano lì. Begli sguardi sulla società italiana.

Ho appena letto la lettera di Caterina Di Franco una ragazza di diciotto anni che solleva un problema reale. La scuola italiana, quando va bene ha gli strumenti “per portare a livello della classe chi è indietro”, ma non fa “niente per portare chi è avanti ancora più avanti”.

Complimenti Caterina! Con una lettera metti in piazza il problema della scuola italiana – che Fioroni t’ascolti! – meglio di tanti saggi, indagini, ricerche: bisogna dotare questo strano Paese della convinzione che l’innovazione è vitale, che l’eccellenza paga, che l’istruzione è un momento democratico importante.

Coltivare le élite non è reato, è una necessità per la cultura della nostra società.

Oggi invece la scuola ha abdicato a ogni ruolo di promozione sociale. È pressoché ininfluente: chi entrava con delle opportunità –censo, cultura famigliare, talenti individuali – esce con delle opportunità. Chi non le aveva all’ingresso, continuerà a non averle dopo il diploma, o peggio la laurea. È sacrosanto che la parità delle opportunità sia il punto di partenza, ma oggi è del tutto disatteso.

Perché ne scrivo su questo blog? Perché penso che la scuola e il suo ruolo nel formare le intelligenze di un Paese sia una questione che interessa chi ha a che fare con la scienza. In passato l’Italia ha avuto ministri e sottosegretari che venivano dal mondo scientifico e che avevano un’idea di scuola, per perseguire un’idea di società. Oggi non vedo niente di tutto questo.

Ma se muore la scuola, muore l’università, la ricerca, la capacità d’innovare e di essere modernamente competitivi. Vale a dire di competere senza distruggere e sottomettere gli altri. Penso che valga la pena ascoltare le Caterine che vogliono una scuola che non abbatte le aspettative ma permette alle idee (e ai sogni!) di volare.

mercoledì 2 maggio 2007

Scienza Under 18: da vedere, fare, ascoltare

Se avete in mente di visitare il Leonardo da Vinci a Milano, vi consiglio di farlo il 15, 16 e 17 maggio. Oltre al “solito” museo, potrete godere dell’atmosfera allegra e scientifica che i bambini e i ragazzi di Scienza Under 18 producono tutti gli anni.

La manifestazione finale di Scienza Under 18 è un mix di esposizioni, dibattiti, teatro scientifico, attività giornalistiche e quant’altro. il pezzo forte sono i portici invasi dai banchetti degli studenti ognuno col suo bravo exhibit, i cartelloni che spiegano e soprattutto le ragazze e i ragazzi (le bambine e i bambini, le e gli adolescenti) che raccontano quello che hanno fatto. E la competenza fa a gara con l’entusiasmo.

È un’occasione per parlare di scienza – dall’acqua a Pitagora, dall’energia solare ai semi, dalla chimica alla gravitazione -, per vederla in azione, per apprezzare quello che gli studenti italiani sanno capire e di conseguenza fare. Per me, è un’iniezione di fiducia, di ottimismo, oltre che un osservatorio privilegiato e unico sulla scuola italiana.

Andate e sperimentate.

Se invece non siete a Milano in quei giorni, dal sito di Scienza Under 18 potete risalire agli appuntamenti nelle sei altre sedi lombarde (Brescia, Casale, Mantova, Monza, Pavia, ) e in quella di Sestri Levante, prima uscita dalla regione.

Adesso non rimane che lavorare perché Scienza Under 18 si radichi in altre regioni d’Italia (o d’Europa?).

Dopo i primi dieci anni, il modello è maturo e vale la pena esportarlo.

Buona manifestazione a tutti.

mercoledì 25 aprile 2007

Compiti di matematica

Sanno sempre più cose di noi e noi non lo sappiamo. Accumulano nozioni su nozioni, spesso del tutto inconsapevolmente, e hanno qualche difficoltà a metterle in relazione tra loro. Usano mezzi che ci sfuggono e che noi chiamiamo giochi. Sono i digitali nativi, i nostri figli. Sempre più informatizzati, tecnologici e abituati sin dalla nascita ad avere a che fare con pc, mp3, sms, dvd ecc. ecc.

Se non vogliamo perdere i contatti, l’unica è andargli incontro.

È quello che fa un nuovo sistema per la gestione dell’apprendimento che aiuta i genitori a non perdere i contatti con quello che i loro figli fanno a scuola, con un buon gradimento da parte di studenti, genitori e insegnanti.

Secondo il Consiglio delle ricerche economiche e sociali di Londra, il sistema HOMEWORK sviluppato dal London Knowledge Lab è perfetto per supportare i genitori. Migliora la comunicazione con gli insegnanti e, incredibilmente, anche con i figli, almeno sui temi scolastici. Garantisce continuità di obiettivi e di metodi tra il lavoro fatto a scuola a quello a casa. Migliora lo svolgimento dei compiti in quantità e qualità. Ma soprattutto aiuta a sfruttare meglio il tempo.

Ma il vero miracolo è che tutto questo succede per la matematica, una disciplina verso la quale molto spesso gli stessi genitori si sentono inadeguati e quindi non capaci di aiutare i figli ad apprendere.

Vedere invece i bambini a proprio agio con uno strumento informatico, senza che si debbano arrabattare con fogli e quaderni è di grande supporto per i genitori stessi che affrontano il sostegno ai compiti a casa con più tranquillità e meno ansie. I genitori si divertono a scoprire cosa i figli fanno a scuola e per di più su un mezzo che è molto più famigliare a questi che a loro.

Anni luce avanti rispetto alla scuola italiana. Un po’ come mi è capitato di vedere in Portogallo.

sabato 14 aprile 2007

La scimmia nuda

Trento è una bella città, con un centro adatto a dolci passeggiate tra bei palazzi, il Castello del Buonconsiglio, l’ampia piazza del Duomo, il Duomo con una cripta da visitare e dietro al Duomo il Museo tridentino di scienze naturali.
Il Museo mi piace. Innanzitutto perché ha un’aria casalinga, ci si aggira per il palazzo di stanza in stanza, salendo e scendendo per i quattro piani e sembra di girare per una casa, per l’appunto, piuttosto che per un museo. È una bella sensazione che induce alla rilassatezza.
Oggi il Museo è la casa della Scimmia nuda, una mostra che sin dal titolo echeggia Desmond Morris e la sua scimmia senza peli. Ho la sensazione che c’era proprio bisogno di una mostra come questa. È pacifica, per niente ideologica, e ovviamente rigorosamente scientifica. Non c’è nessuna aggressione nei confronti di posizione altre che oggi si fanno forti della forza e niente più. Non c’è la cruda e non del tutto vera affermazione che “l’uomo discende dalla scimmia”.
Ci sono invece gli uomini, con tutte le loro variazioni nel tempo, e le scimmie.
La mostra ha una sua struttura ma il visitatore è invogliato a muoversi lungo i rami frastagliati di un cespuglio di idee, concetti, dati e ipotesi. È ottima per i bambini che infatti si muovono liberi e ne escono con informazioni e pensieri nuovi.
Il messaggio che colpisce di più è che le scimmie hanno altre capacità rispetto agli uomini, non meglio o peggio ma soltanto altrimenti. Visitando la Scimmia nuda lo si può vivere sulla propria pelle.
Andate e provate a mettervi i guanti che bloccano il vostro bel pollice opponibile. E poi vi sfido a tenere in mano oggetti banalissimi. Le scimmie ci riescono e voi? Indossate le zampe degli scimpanzé e camminate un po’. Scoprirete che per farlo dovete avere abilità diverse dalle solite.
Ma ci sono anche le similitudini tra noi e loro. E in questo campo non è mica che l’uomo ne esca sempre vincitore. C’è un simpatico esercizio di riconoscimento numerico al computer. Potete farlo, è istruttivo di per sé. E poi potete vedere come l’ha fatto una scimmia, confrontare le vostre con le sue prestazioni. Mi ha battuto due volte su tre!
Allo stesso modo, vi sfido a riconoscere i quadri di Pollock (uomo) da quelli di Congo (scimmia), anche i critici d’arte hanno avuto i loro grattacapi.

Note a margine: ottimo il museo che fa una politica dei biglietti contenuta (6 euro) con mille riduzioni e soprattutto con l’ingresso gratuito per i figli delle famiglie che ne hanno almeno due. Brave, simpatiche e coinvolgenti le giovani guide, o più propriamente gli animatori. Non è un dettaglio da poco: si tratta di una figura sottovalutata ma che fa la buona o la cattiva mostra.
La mostra rimane aperta sino al 6 gennaio 2008. Non andare a Trento sarebbe un’occasione persa.

martedì 3 aprile 2007

Lunga vita a Bob e Alice

A me Alice e Bob sono sempre stati simpatici. Come molti matematici, li conosco dai tempi dell’università. Frequentavo un corso di crittografia col professor Umberto Cerruti – autore tra le altre cose di un blog matematico. Alice e Bob sono da sempre i protagonisti di uno scambio di messaggi che non devono essere intercettati e devono rimanere segreti.

Da febbraio 2007, Alice e Bob è una nuova rivista prodotta dal Centro Pristem della Bocconi, figlia dell’affermata Lettera Matematica. Ed è figlia della Lettera anche in senso metaforico: infatti si rivolge ai ragazzi, qui intesi come studenti delle scuole superiori.

Mi sembra una bella sfida: credere in una rivista di matematica per ragazzi.

Ovviamente non è una sfida che nasce dal nulla perché al Pristem sanno già fare riviste e soprattutto da anni dialogano con gli studenti attraverso i Campionati internazionali di giochi matematici che spesso hanno visto giovani italiani eccellere alla fase finale di Parigi.

E dato che ci sanno fare, mirano alto. Così alto che cercano la collaborazione attiva degli studenti. La sezione “Fatto da voi” aspetta gli elaborati degli studenti. E l’illustrazione qui sopra s’intitola “Mate e monti”, è opera di Elisa Armari della terza B dell’Istituto Statale d’Arte di Monza e chiude il primo numero di Alice e Bob.

I colori, la veste giovane, le foto che valorizzano i volti, tutto è pensato per il target. Ma il rigore non manca e l’ambizione, ad esempio, è quella di avvicinare alla storia della matematica come a una delle vie – non certo la più battuta – per capirla e farla propria.

La storia poi fa da cornice alla matematica anche con i suoi eventi più drammatici e meno eludibili: il primo numero apre con il Giorno della memoria e lo fa con la pagina tenera e agghiacciante del quaderno di una bambina di nove anni (nel 1939) che trascrive il dettato: “Difesa della razza”.

Aspettiamo il prossimo numero.

giovedì 22 marzo 2007

I digitali nativi

I digitali nativi, li chiama Furio Honsell, rettore all’Università di Udine e volto televisivo con Fabio Fazio.

I digitali nativi sono ormai tra di noi. Ci hanno lasciato indietro, al di là del digital divide. È stato fatto un salto quantico lungo l’albero dell’evoluzione. La nuova speciazione dal sapiens sapiens è avvenuta! I digitali nativi non presentano ancora differenze fenotipiche percepibili – ma cognitivamente e comportamentalmente sono diversi. Agiscono e pensano con un grado di parallelismo per noi irraggiungibile. Sono i giovani, i nostri figli, saranno le future generazioni. Lesile Lamport, guru dell’informatica, si vantava il secolo scorso di essere capace di masticare chewing gum e contemporaneamente programmare digitando sulla tastiera. Ben poca cosa rispetto a quanto fa quotidianamente un nativo digitale, che contemporaneamente: scambia sms, ascolta l’ipod, lavora su un PC con più finestre attive. Una in videochiamata skype, alcune in modalità chatting, altre presentano videogiochi interattivi, su una scorre un video, altre sono discussion groups. Ogni tanto anche alza la cornetta del telefono”.

Qualcuno di noi riconosce in sé dei tratti da digitale nativo, ma in realtà al massimo lo siamo d’adozione, per imitazione, per apprendimento.

Sono i giovani, i figli, gli studenti, le nuove generazioni a essere genuinamente nativi.

Ed è un problema, in quest’Italia che guarda ostinatamente agli anziani, ai genitori (ops, ai nonni), agi professori, alle generazioni che dovrebbero andare in pensione, e che invece monopolizzano tutte le posizioni decisionali.

I digitali nativi prenderanno le decisioni del futuro prossimo, faranno le scoperte del futuro prossimo, impareranno le cose (del passato) per il futuro prossimo.

Qui sta uno dei nodi, quello che c‘interessa: come si trasmette la conoscenza, scientifica ma non solo, a chi non legge un libro, ha un’attenzione frammentaria e diffusa, è sommerso da una mole di dati ma ha problemi a metterli in relazione? A parole la risposta è facile: si devono valorizzare l’sms, l’ipod, il PC con più finestre attive, skype, le chat, i videogiochi interattivi, i video, i discussion groups. Nei fatti ci sono alcuni ordini di difficoltà da scalare per costruire nuovi modi di comunicare, raccontare e condividere.

Anche perché la scienza è la scienza. E vuole rigore, dialogo, approfondimento, esercizio, verifica, valutazione ecc. ecc. ecc.

Insomma, gli strumenti futuri sembrano esserci, le generazioni adatte a questi strumenti anche, ora si tratta di produrre la nuova didattica, divulgazione, diffusione, comunicazione.


Francesco Pira e Vincenzo Marrali ci ragionano su in “Infanzia media e nuove tecnologie”, Franco Angeli 2007.

domenica 25 febbraio 2007

È di scena il delitto

Il direttore di una importante casa farmaceutica è stato trovato morto nel suo ufficio. Cinque persone fermate dalla polizia, numerosi indizi sulla scena del delitto, ma... è suicidio o omicidio? C'è un assassino? Chi è?

Lo scopriremo insieme, in una serata all'insegna della scienza del giallo, immedesimandoci con i personaggi delle fiction televisive che abbiamo imparato a conoscere in questi anni.

Come perfetti Detective Biotech ci destreggeremo tra impronte digitali, esami tossicologici e test del DNA, per scoprirne i meccanismi e capirne potenzialità e limiti, alla ricerca dell'assassino.

“Invito alla scienza con delitto” è una delle iniziative che la Fondazione per le Biotecnologie e il Molecular Biotechnology Center di Torino mettono in campo. Le indagini si svolgeranno dal 26 al 29 marzo (18.00-20.30) in via Nizza 52.

Quelli della Fondazione per le Biotecnologie non sono al loro debutto con iniziative divulgative originali e con format nuovi.

Recentemente, hanno messo in una stessa stanza giornalisti e ricercatori per una giornata di lavoro assieme: obbiettivo capire e capirsi, far cadere alcune barriere per favorire la comprensione reciproca. A scanso d’equivoci.

Poi hanno messo in piedi dei Laboratori di Biologia Creativa al Parco d’Arte Vivente di Torino, in modo da contaminare l’arte con la biologia e la biologia con l’arte. E in questa direzione vanno anche con gli stage che gli studenti dei licei artistici fanno presso i loro laboratori, familiarizzando con il DNA e con il materiale biologico attraverso un’esperienza creativa, ludica ed estetica. Il DNA estratto al momento da alcuni frutti serve per creare sculture di polimeri glicidici.

E adesso va di scena il delitto, ovviamente simulato!, nel quale i partecipanti fanno gli investigatori con tutte le tecniche che la scienza mette oggi a disposizione.

Non male come proposte divulgative.

Ora basta che il pubblico si faccia coinvolgere, ma in fretta: le iscrizione sono aperte ma il numero è chiuso.

domenica 18 febbraio 2007

A scuola in Portogallo

Come ho scritto la settimana scorsa, sono stato a Lagos in Portogallo per il progetto Sedec. Abbiamo lavorato nei locali di una scuola superiore e ne abbiamo frequentata una seconda per due serate di seminario. Non si può certo dire che io abbia un campione significativo, ma qualche elemento di confronto con gli edifici scolastici che conosco in Italia a me è saltato agli occhi.

I ragazzi alle superiori vanno a scuola cinque giorni la settimana mattina e pomeriggio e hanno ore buche durante il giorno. Hanno cioè un orario flessibile basato su attività piuttosto che sull’appartenenza a una classe – e forse non è una novità in altri paesi del mondo, ma in Italia siamo a un altro modello.

Nelle scuole ci sono laboratori di fisica, chimica e biologia, costruiti, realizzati e mantenuti grazie alla partecipazione delle scuole a progetti europei.

Sono stato in un auditorium che raccoglieva comodamente seduti cento cinquanta insegnanti e che era dotato di una cabina e delle cuffie per la traduzione simultanea.

Le sale professori sono organizzate con tavoli e salottini che permettono a gruppetti di stare assieme in un ambiente davvero confortevole e rilassante. In una delle due che ho visto c’era anche un bancone bar.

Ci sono aule ricreative con divani, ping-pong, biliardi e altri giochi per l’intrattenimento, nelle quali quasi a ogni ora ho visto studenti rilassarsi.

Negli intervalli ho sentito musica risuonare per i corridoi. Risultato: ragazzi tranquilli e schiamazzi al minimo.

Non ho visto bidelli ma in entrambi i casi solo un custode in una guardiola all’ingresso.

Mi hanno detto che nelle scuole (superiori!) è vietato che circolino soldi. Gli studenti hanno una carta di credito, caricata dai genitori, con la quale comprano merende, bevande e fanno fotocopie.

In corridoio, di fianco a un armadio a vetri che mette in bella evidenza gli oggetti smarriti, c’è uno sportello elettronico al quale farsi copia di tutti i propri certificati, se ho capito bene anche non scolastici.

Nel giardino non c’erano immondizie, nei bagni niente scritte sui muri e in un locale aperto agli insegnanti quindici computer connessi a internet erano a disposizione.

Poche di queste cose richiedono soldi o riforme scolastiche. Ma basta voler creare un ambiente confortevole e famigliare che gli studenti possano sentire come loro.

Secondo me sarebbe un buon punto di partenza, autonomia o non autonomia.

martedì 13 febbraio 2007

La festa degli innamorati consapevoli

San Valentino è la festa, un po’ commerciale a mio parere, dell’amore, delle promesse e della passione. Tutto fa prevedere che in quei giorni ci sia un’esplosione di effusioni con tutto il corollario di comportamenti a rischio, malattie sessualmente trasmissibili e gravidanze indesiderate, soprattutto tra i teenager.

In quest'occasione, il Centro per la salute e gli stili di vita dell’Università di Coventry ha vinto un premio della British Accademy per uno studio da fare sulle pratiche di educazione sessuale e per cercare di capire il gap tra intenzioni e comportamenti nell’uso di contraccettivi tra i giovani dai 13 ai 18 anni.

Mentre l’85% degli adolescenti vuole usare un contraccettivo, alla prova dei fatti solo il 53% vi ricorre.

Pertanto, hanno ragionato all’Università di Coventry, non è tanto l’informazione a mancare, quanto una forte motivazione a non abbandonare le proprie buone intenzioni che vanno tradotte in fatti.

È necessario incrementare la cultura del “se… allora…” (se mi trovo in questa situazione, allora mi voglio comportare così) che in altri casi di prevenzione ha modificato comportamenti e dato ottimi risultati: uno dei casi di successo è l’auto esame del seno.

Il “se… allora…” è efficace proprio quando c'è da far prevalere un’intenzione positiva sulla propria salute, in competizione con altre intenzioni meno forti ma più facili da assecondare.

L’efficacia del “se… allora…” è data dalla possibilità di istillare delle prassi che diventano automatiche e quindi più seguite. Il che è per l’appunto agire sul piano dei comportamenti.

La sola informazione non è sufficiente, bisogna invece che siano proposte pratiche che permettano ai giovanissimi di rimanere fedeli alle proprie intenzioni.

E queste, secondo l’Università di Coventry, dipendono dalla possibilità di comunicare un minimo di consapevolezza del fatto che “se non si usano gli anticoncezionali, allora…”.

giovedì 18 gennaio 2007

Dieci anni di Scienza Under 18

Non tutti i progetti per la scuola si aprono con dei laboratori.

E se poi nei laboratori gli insegnanti fanno quello che nei mesi successivi dovranno fare gli studenti, il coinvolgimento è assicurato. Già dalla presentazione si capisce che Scienza Under 18 non è il solito progetto per la scuola: non ci sono resoconti di docenti esperti, non si ascoltano relazioni e conferenze, non si commissionano analisi a esperti. Si partecipa.

E come? Gli studenti devono “semplicemente” realizzare un exhibit, farlo funzionare, costruirgli attorno tutti gli apparati necessari: dai cartelloni agli opuscoli d’istruzione, dai pezzi di ricambio alla formazione di quelli di loro che faranno da guide, da espositori. Il gran finale è metterlo in mostra al Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia “Leonardo da Vinci” in quattro giorni (15-18 maggio) difficilmente dimenticabili: la prima esposizione da protagonisti, e per di più nei bellissimi chiostri di un museo vero.

Sono giorni nei quali gli studenti, dalle scuole materne alle elementari, dalle medie alle superiori, espongono – a Milano e in altre cinque sedi lombarde - a un pubblico di studenti e di visitatori i progetti di scienza che hanno preparato durante l’anno. Fianco a fianco, lavorano cuccioli di tre quattro anni e marcantoni di diciannove, senza soluzione di continuità, in un brulicare allegro e chiassoso nel quale ciascuno è orgoglioso di mostrare quello che ha fatto, dopo averlo capito.

E il protagonismo è garanzia di un insegnamento che propone agli alunni un modello vivo e appassionante dil sapere scientifico, dalla comprensione alla realizzazione alla comunicazione. È un percorso nel quale gli studenti si riappropriano dei propri processi di apprendimento. E gli insegnanti entrano a far parte di una comunità viva che fa ricerca e formazione sul rapporto tra insegnamento, apprendimento e comunicazione della scienza. Una comunità che ha capito concretamente che l’interazione comunicativa è una pratica tra diversi attori, scuola compresa. E che gioca il suo ruolo in questa interazione.

L’operazione di portare la scienza fuori dalla scuola, aggiungendo quindi all’educazione scientifica che si pratica all’interno la componente di comunicazione pubblica dei progetti da parte degli studenti, è un volano che dagli effetti del tutto imprevisti e sorprendenti per gli stessi organizzatori di Su18.

Negli anni, le classi hanno proposto pratiche del tutto innovative: il teatro scientifico sui contesti personali e storici degli scienziati; il giornalismo scientifico pensato e realizzato dagli studenti; le sfide alla scienza che vestono gli studenti dei panni dei ricercatori. E ogni anno si esplorano percorsi del tutto imprevisti, che l’anno successivo sembrano ovvi ma che tutte le volte offrono un’opportunità di innovare e di sperimentare.

Questo è il decimo anno: il bilancio è di 1400 progetti esposti, 30.000 studenti espositori, 2.500 docenti coinvolti e 60.000 visitatori presenti.

Un unico rammarico: che Scienza Under 18 non abbia ancora preso piede in altre regioni.

martedì 16 gennaio 2007

Gli studenti premiano i libri di divulgazione

Padova è una delle città di Galileo Galilei, e allo scienziato dedica a partire dal 2007 il “premio letterario Galileo per la divulgazione scientifica”. L’iniziativa si colloca in una cornice di eventi sotto l’etichetta di “Padova, capitale internazionale della scienza”.

Dal 2005, il Comune, l’Università e l’Osservatorio astronomico promuovono il premio internazionale “Padova città delle Stelle”. Nel 2006, la città ha conferito, in occasione di una lectio magistralis, la cittadinanza onoraria a Stephen Hawking. Per il 2009, Padova sarà uno dei tre poli, assieme a Firenze e a Pisa, delle celebrazioni galileiane per il quarto centenario dell’invenzione del cannocchiale.

E adesso c’è il premio dedicato ai libri. Il vincitore sarà scelto da una giuria scientifica tra la cinquina selezionata dalla giuria popolare formata da studenti delle scuole superiori di tutta Italia.

Galileo Galilei seppe, col Sidereus Nuncius, capire l’importanza del libro stampato come strumento di diffusione della scienza. Ne produsse a proprie spese la prima edizione che distribuì tra gli studiosi dell’epoca, dando impulso fattivo alle proprie idee.

Oggi il libro ha funzioni diverse da quelle innovative che gli riconosceva Galileo, ma proprio per questo è altrettanto importante che un premio “Galileo” riconosca ai giovani il ruolo di giudici in una competizione che si colloca tra letteratura e divulgazione.

Il modo di riflettere e di ragionare che i giovani apprezzano deve essere capito, valorizzato e premiato. Perché è dalle convinzioni, dalle idee, dagli atteggiamenti dei giovani che ha origine l’immagine che avremo domani della scienza.

mercoledì 10 gennaio 2007

Chi non mangia non ragiona

S’ode a destra uno squillo di tromba. A sinistra risponde uno squillo. Come ho scritto, l’Europa lancia l’Anno delle pari opportunità e queste vanno intese in molte diverse accezioni. Ed ecco che leggo su The Lancet che oltre 200 milioni di bambini non riescono a sviluppare le loro capacità cognitive.

Perché? Perché non mangiano (o meglio sono denutriti), hanno problemi di salute, non sono assistiti, non frequentano la scuola, hanno madri malate, depresso o inadeguate. Dei padri non si parla neppure che in molti contesti non ci sono, non contano. O peggio.

I due terzi di questi bambini sono in India, Nigeria, Cina, Bangladesh, Etiopia, Indonesia, Pakistan, Repubblica democratica del Congo, Uganda e Tanzania. Vale a dire che vivono in paesi dove gran parte della popolazione è formata da bambini. La questione quindi è vitale per lo sviluppo di questi paesi oltre che per la vita di queste persone. Infatti, se la situazione rimane così, in futuro non potrà che replicarsi con nuove carenze di cibo, problemi di salute, scarsa assistenza, poca scolarizzazione, madri inadeguate ecc. ecc.

Agire su questi fattori significa anche restituire ai bambini le loro capacità cognitive e allo stesso tempo costruire condizioni perché la situazione non si replichi nel tempo. Adesso, la via più rapida è quella di dare ai bambini di oggi alcuni strumenti e stimoli intellettuali in modo da interrompere il processo in atto. Farli giocare, come fa SOS Children’s Village è un primo passo importante.

Le scienze hanno ripreso, in italiano, la notizia (per leggere gli articoli originali su The Lancet serve un abbonamento alla rivista).