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venerdì 25 gennaio 2008

Le Nazioni Unite e il popolo dei Wikipediani

L’Università delle Nazioni Unite vuole vederci più chiaro. E così assieme alla Wikimedia Foundation nei prossimi mesi studierà i comportamenti e i profili degli utenti di Wikipedia.

Wikipedia è oggi il nono sito più visitato al mondo e forse uno degli attori più forti per quanto riguarda la diffusione della conoscenza. Però, come tutti sul web, ha difficoltà a capire chi sono i suoi lettori, in più, chi sono gli autori dei suoi testi.

Per Wikipedia lo studio realizzato assieme a UNU-MERIT dell’Università di Maastricht è importante per mettere in campo strategie volte a persuadere nuove persone a produrre, correggere e migliorare i contenuti pubblicati.

Per le Nazioni Unite lo studio serve in due direzioni. Da un lato, capire le dinamiche del progetto collaborativo più grande e di maggior successo al mondo. E chissà che non ne esca un modello utilizzabile anche in settori del tutto diversi.

Dall’altro per rafforzare una risorsa gratuita ed essenziale che può dare accesso all’informazione a paesi nei quali non si può ragionare seriamente con modelli che prevedono di commercializzare le risorse intellettuali.

Insomma, Wikipedia, che tutti noi vediamo come l’enciclopedia del futuro, può diventare contemporaneamente un modello per lavorare assieme in modo cooperativo e una fonte di informazione e conoscenza per chi non se le può comprare.

sabato 13 ottobre 2007

Tra wikipedia e Beppe Grillo

Andrew Keen è uno degli osservatori perplessi di internet e del web 2.0. La rivoluzione dell’interattività e dei contenuti prodotti dagli utenti produrranno, secondo Keen, “meno cultura, informazioni meno affidabili e alla fine caotiche”. Con queste tesi ha contribuito a vivacizzare, lo scorso settembre, la conferenza che l’Università di York ha organizzato suo web 2.0.

Wikipedia, i blog, Facebook, MySpace e YouTube, de.li.ci.ous sono strumenti per democratizzare la conoscenza, o almeno lo scambio d’informazioni, oppure contribuiscono a togliere ogni autorevolezza e affidabilità alle stesse. È una questione che investe alcune idee fondamentali: dalla privacy all’affidabilità, dall’identità alla democrazia.

In questi anni, il web è cresciuto per mano dei tecnologi e degli scienziati duri, prevalentemente. E forse ora è il momento che la discussione si sposti sul piano delle scienze sociali. La creatività di massa – concetto fissato in un libro di Charles Leadbeater, altro partecipante al dibattito – è un fenomeno nuovo che entra in collisione – positiva o conflittuale questo lo si vedrà – con la cultura come siamo abituati a conoscerla.

Le persone non vogliono soltanto merci e servizi, ma opportunità e strumenti per prendere parte in prima persona al gioco, per essere protagoniste del dibattito, indipendentemente dall’oggetto sul quale il dibattito verte.

Insomma, sembra che la discussione sia capire quanto i cittadini di una moderna democrazia – moderna anche perché il web 2.0 ha un ruolo – siano dei sempliciotti che si bevono acriticamente masse d’informazioni. O piuttosto sviluppino un sempre più affinato senso critico proprio per la partecipazione in prima persona alla costruzione delle informazioni e del loro senso.

In questo dibattito, Wikifoundation pensa se “chiudere” in qualche modo l’afflusso dei contributi liberi per rispondere alla domanda di maggior affidabilità. Ma sempre in questo clima, Beppe Grillo fa un cortocircuito che parte dalle sale dei teatri, va in rete e torna nelle piazze. La prima sembra voler rassicurare i sempliciotti, il secondo punta su un senso critico meglio affinato.

Staremo a vedere.

venerdì 13 luglio 2007

Giornalismo numerico

Internazionale è una delle mie letture fisse da 13 anni. Da quando è nato. Giovanni De Mauro, il suo direttore, riesce quasi sempre a essere illuminante con le sue 1.000 battute settimanali.

Il suo editoriale del 5 luglio s’intitola “Numeri” e recita:

Soldati americani in Iraq oggi: 156.000. Soldati americani in Iraq quando il presidente Bush disse che la missione era compiuta (maggio 2003): 130.000. Soldati americani morti tra febbraio e giugno 2007: 481. Nello stesso periodo dell'anno scorso: 292. Area di Baghdad non controllata dagli americani: 60 per cento. Soldi investiti dalla Cia nei nuovi servizi segreti iracheni: 3 miliardi di dollari. Iracheni che sono scappati dal paese tra il 2003 e oggi: 2,2 milioni. Rifugiati iracheni accolti negli Stati Uniti: 500. Rifugiati iracheni che hanno meno di 12 anni: 55 per cento. Professori universitari uccisi dal 2003: circa 200. Medici iracheni che hanno lasciato il paese: 12.000, sui 34.000 iscritti all'albo. Iracheni che vivono con meno di un dollaro al giorno: 54 per cento, secondo le Nazioni Unite. Iracheni che non hanno accesso all'acqua potabile: 70 per cento. Americani che approvano le scelte di Bush in Iraq: 23 per cento.

Non servono commenti. Solo i fatti raccontano. E in questo caso meno ancora dei fatti: il loro numero. Non sappiamo nulla dei 200 (circa) professori universitari uccisi né dei 12.000 medici espatriati (35%). Ma ci basta per tratteggiare il disegno di una società che espelle le sue risorse migliori.

“Numeri” mi colpisce perché è un bell’esempio di applicazione del rigore e del metodo alla realtà. È uno sguardo scientifico su una tragedia del mondo. In fondo questo è l’altro obiettivo della scienza: insegnare a chi scienziato non è a pensare scientificamente, ragionare con rigore, usare metodo. Il primo obiettivo essendo la ricerca scientifica in sé.

Di quest’informazione – con la scienza di fianco – c’è bisogno per prendere decisioni come cittadini e come politici. Nello specifico sembra che 77 americani su 100 la loro decisione l’abbiano presa (e quanti sono gli italiani?). Ora serve un po’ di decisione, razionale e fondata sul metodo, anche dei politici.

sabato 2 giugno 2007

Chi decide per la medicina?

Negli Stati Uniti, come da noi del resto, le questioni legate alla salute sono sempre più sotto gli occhi dell’opinion pubblica, e questo dovrebbe far concludere che i medici di base si sentano sempre più coinvolti nel partecipare alla vita politica.

Invece uno studio presentato alla conferenza annuale della Society for Academic Emergency Medicine (SAEM) Annual Meeting, mostra come la loro partecipazione ai processi politici sia calata nel corso degli anni.

Jennifer Lee e Melissa McCarthy della Johns Hopkins Medical School hanno analizzato l’affluenza alle urne e quindi la partecipazione al voto basandosi sui dati degli exit-poll del Census Bureau degli Stati Uniti. Ebbene, in confronto ad altre categorie professionali i medici di base votano molto meno (uno su quattro non lo fa). Sono nettamente inferiori a avvocati, insegnanti e agricoltori e leggermente inferiori a segretarie, autisti, operai, ingegneri, infermiere. Eppure le questioni legate proprio alla loro professione sono spesso centrali nelle campagne elettorali.

La scarsa partecipazione la voto priva gli Stati Uniti di un’importante partecipazione alle decisioni politiche in materia di salute. È notevole che proprio gli “esperti” facciano un passo indietro nella partecipazione politica. Di conseguenza, cresce il peso dei non esperti su decisioni che riguardano tutti ma che richiedono una certa dose di consapevolezza.

Da un lato è significativo che proprio chi è più professionalmente coinvolto non esprima molta fiducia negli strumenti politici. Dall’altro che la società – con tutta la sua varietà di attori, gruppi e figure professionali – ponga al centro dell’agenda politica temi sui quali gli addetti ai lavori fanno un passo indietro. Serve pertanto che i cittadini si dotino degli strumenti per dialogare tra loro e con gli esperti su questioni articolate e delicate.

lunedì 16 aprile 2007

Uno straccio di laicità

“Siamo tutti divorziati (e aspettiamo la comunione), siamo tutti conviventi, siamo tutti gay, siamo tutti credenti e tutti laici. Ma vogliamo che lo stato sia laico. Contro lo scontro di civiltà. Contro la campagna vaticana martellante, pesante e volgare, giorno dopo giorno che iddio mette in terra. A questa volontà scientifica di provocazione, laici e credenti (uniti nella lotta) rispondono in maniera pacifica, brillante, simpatica, e nonviolenta”, dicono quelli di ControRadio di Firenze e di Radio Città del Capo di Bologna.

Pensiamoci un po’ tutti assieme. Cosa faremmo senza un po’ di laicità? Staremmo un po’ peggio. Ci sentiremmo (ancora) più osservati, giudicati, valutati. Con gli occhi, i giudizi e i metri degli altri – non con quelli di tutti. “Mai più senza” titolava anni fa una delle sue rubriche Cuore (sempre sia lodato!). Là si parlava di oggetti rinunciabilissimi. Qui del più irrinunciabile tra tutti. Senza un po’ di laicità, saremmo meno liberi, meno pacifici, meno disposti a convivere con gli altri (ma lo sanno gli italiani che oggi quella cattolica non è più l’unica religione – lo è mai stata?), meno belli, colti e divertenti. Meno liberi di conoscere, pensare, dubitare.

Credo che oggi ci sia una minoranza, anche un po’ triste, abbattuta, scornata che vuole limitare la nostra laicità. Ha diritto di lottare per le sue idee, non di mettere a tacere le mie. È la minoranza, unica al mondo!, di quelli che dichiarano di andare a messa ogni domenica al 21% e poi lo fanno solo al 17%. Ma vi rendete conto della loro difficoltà: è più importante mentire a un sondaggio che andare veramente in chiesa. Capisco che vogliano spazio, ma non hanno diritto ad averne più di quello che la Costituzione e la democrazia riconosce loro.

Ma pensiamo al futuro e chiediamoci invece: cosa faremmo con un po’ di laicità in più? Staremmo un po’ meglio. Ci sentiremmo (finalmente) meno osservati, giudicati, valutati. E lo saremmo con gli occhi, i giudizi e i metri di tutti. Con un po’ di laicità saremmo più liberi, pacifici, disposti a convivere con gli altri (nelle case, nelle chiese, nelle città). Saremmo più belli, colti e divertenti. Spenderemmo meno in oroscopi e terni al lotto pe dedicarci un po’ di più a conoscere, pensare, dubitare.

Io questo straccio lo voglio.

martedì 27 marzo 2007

Due afgani per un italiano

È l’algebra della guerra. Contro la quale cinquant’anni fa è nata l’Europa, dove pochi anni prima un tedesco valeva dieci italiani. Quest’algebra non ci piace più. Non dovrebbe piacerci più.

E invece stiamo poco più che zitti davanti agli strascichi della liberazione di Mastrogiacomo. Anzi. Tra le righe leggo persino qualche segno di disturbo, di fastidio. In fondo questo Rahmatullah è un “addetto alla sicurezza”, figura sospetta. Che poi nella vita di tutti i giorni non usi il fucile ma il telefono è un altro paio di maniche. E che lo usi per dire quali sono le vie sicure e non per far detonare una bomba non è un dettaglio. Ma si chiama Rahmatullah ed è afgano, come quell’altro Nashkbandi, l’interprete.

A me piacerebbe che dopo cinquant’anni d’Europa l’algebra di guerra per cui due afgani valgono un italiano cadesse in disuso. E così ho firmato l’appello di Emergency.

“Siamo angosciati per la sorte di Rahmatullah Hanefi. Il responsabile afgano dell'ospedale di Emergency a Lashkargah è stato prelevato all'alba di martedì 20 dai servizi di sicurezza afgani.
Da allora nessuno ha potuto vederlo o parlargli, nemmeno i suoi famigliari. Non è stata formulata nessuna accusa, non esiste alcun documento che comprovi la sua detenzione. Alcuni afgani, che lavorano nel posto in cui Rahmatullah Hanefi è rinchiuso, ci hanno detto però che lo stanno interrogando e torturando "con i cavi elettrici".
Rahmatullah Hanefi è stato determinante nella liberazione di Daniele Mastrogiacomo, semplicemente facendo tutto e solo ciò che il governo italiano, attraverso Emergency, gli chiedeva di fare. Il suo aiuto potrebbe essere determinante anche per la sorte di Adjmal Nashkbandi, l'interprete di Mastrogiacomo, che non è ancora tornato dalla sua famiglia.
Domenica 25, il Ministro della sanità afgano ci ha informato che in un "alto meeting sulla sicurezza nazionale" presieduto da Hamid Karzai, è stato deciso di non rilasciare Rahmatullah Hanefi. Ci hanno fatto capire che non ci sono accuse contro di lui, ma che sono pronti a fabbricare false prove.Non è accettabile che il prezzo della liberazione del cittadino italiano Daniele Mastrogiacomo venga pagato da un coraggioso cittadino afgano e da Emergency. Abbiamo ripetutamente chiesto al Governo italiano, negli ultimi giorni, di impegnarsi per l’immediato rilascio di Rahmatullah Hanefi e il governo ci ha assicurato che l’avrebbe fatto. Chiediamo con forza al Governo italiano di rispettare le parola data”.

Vedete un po’ voi che fare.

lunedì 12 febbraio 2007

Scienza e cittadinanza europea

Parte dalla scuola ma guarda all’Europa tutta il progetto triennale Sedec (Science Education for the Development of European Citizenship) che è appena entrato nella seconda metà delle sue attività con un seminario di lavoro e dissemination a Lagos in Portogallo.

Ci siamo trovati lì, convergendo da Polonia e Repubblica Ceca, Italia e Francia, Romania e Olanda, oltre che, beninteso, Portogallo. Veniamo da istituti di formazione e di ricerca didattica, da osservatori astronomici e da dipartimenti universitari, da musei e da compagnie che fanno della comunicazione della scienza un loro obiettivo.

Sedec spera di rispondere ad alcune domande: quale rapporto c’è tra scienza e cittadinanza? Cos’hanno in comune? Come l’educazione scientifica può sostenere l’educazione alla cittadinanza? Ed è possibile il viceversa?

Partiamo da una ricerca su come i bambini e gli adolescenti vedono la scienza e l’Europa, lo scienziato e il suo lavoro, la ricerca e il suo contributo all’Unione europea del futuro. Poi costruiremo un database di materiali per l’insegnamento, e attorno all’insegnamento, delle scienze soprattutto per le scuole elementari e medie. Infine ci sarà un corso europeo per insegnanti.

Speriamo di produrre uno spettro di proposte per i musei, le scuole ma anche per le istituzioni scientifiche e le compagnie private, che contribuiscano alla crescita di un maggior interesse dei giovani per la scienza e per le carriere scientifiche, come momento di integrazione, sviluppo e cittadinanza in Europa.

L’obiettivo profondo è fare un passo nella cultura del dialogo che è tanto importante per lo sviluppo della scienza quanto per quello delle decisioni democratiche.

lunedì 29 gennaio 2007

Anno europeo per le pari opportunità (2)

A Berlino, il 30 e 31 gennaio 2007, c’è il vertice sulle pari opportunità per tutti. È il vero inizio dell’Anno europeo su questo tema caldo.
Vladimír Špidla, commissario europeo responsabile dell'Occupazione, degli affari sociali e delle pari opportunità ha dichiarato: “I risultati dell'indagine di oggi indicano chiaramente che il livello della discriminazione rimane alto per gli europei, che sono favorevoli all'adozione di misure più severe per combattere i pregiudizi, l'intolleranza e le diseguaglianze. Confido che il l'Anno europeo del 2007 sulle pari opportunità per tutti animerà un dibattito vivace sulla diversità, dando nuovo slancio e maggiore efficacia alla lotta contro la discriminazione."
In preparazione a quest’anno, l’Unione europea ha fatto un’indagine sulle discriminazioni in Europa.
I cittadini europei ignorano l’esistenza di norme antidiscriminazione. Però in quasi tutti i paesi dell’Unione, la maggioranza pensa che le persone di culture e provenienze etniche diverse arricchiscono la cultura nazionale.
Però, età, handicap e genere sono le maggiori cause di discriminazione quando si cerca un lavoro.
E le donne sono ancora troppo poche nelle posizioni di rilievo in politica e in genere nei ruoli decisionali nella società europea: lo pensa il 77% del campione.
Sarà interessante vedere, su questo specifico aspetto, quali iniziative e dibattiti ci saranno sulle donne nella scienza e sul solidissimo “soffitto di cristallo”.
Cercheremo di seguirle.

lunedì 8 gennaio 2007

Anno europeo per le pari opportunità

L’Unione europea dedica il 2007 alle pari opportunità, che vuol dire meno discriminazioni per tutti e consapevolezza di avere diritto a un ugual trattamento, sempre.

Ovviamente la parità riguarda l’origine etnica, il colore della pelle, la religione, il genere, l’orientamento sessuale, la disabilità, le convinzioni politiche e non.

Altrettanto ovviamente la parità deve esserci in tutti i campi della vita sociale: dall’istruzione alla sanità, dalla sicurezza all’ambiente in cui viviamo, dalla partecipazione politica alle opportunità professionali, e così via.

La ricerca scientifica, l’accesso alla ricerca scientifica e più in generale alla conoscenza, sta all’intersezione di molti campi nei quali la parità è una questione sensibile. Ma se l’Europa vuole, come vuole, diventare la più dinamica economia basata sulla conoscenza, ecco che la questione delle pari opportunità nella ricerca è particolarmente delicata e va perseguita.

L’Europa mette quattro “r” al centro di quest’anno: rights, representetion, recognition, respect. Diritti uguali per tutti. Uguale rappresentanza nella politica e nella società (non solo in Italia ci sono poche donne in parlamento e in mille altre sedi decisionali). Apprezzamento positivo delle diversità. Rispetto, collante della convivenza civile.

La comunità scientifica e il mondo della ricerca possono avere, durante quest’anno, un ruolo attivo e positivo.