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martedì 15 maggio 2007

Che tempo fa? Chiedilo a Grid

Le previsioni del tempo sono proverbialmente un problema. Più di quanto lo siano nei fatti. In realtà sull’arco della giornata e per regioni ben definite funzionano e prevedono gli eventi atmosferici.
Però è vero che il tempo non conosce confini e che le regioni sono spesso arbitrarie e che servirebbe avere informazioni per aree geografiche più estese. Il problema è di gestire grandi masse di dati e di coordinarle in un sistema coerente e il più globale possibile.

Il progetto SIMDAT è un’attività di ricerca e sviluppo finanziata dall’Europa. E si propone di costruire un sistema centralizzato virtuale per la gestione delle informazioni che vengono dai servizi meteorologici di Francia, Germania e Gran Bretagna, per cominciare.

L’aspetto interessante è che si basa su Grid per condividere dati ma soprattutto capacità di calcolo. Anche in questo caso, Grid permette di fare un salto di qualità. Non ci si limita solo a condividere dati e spazio per la loro gestione, ma si condividono la capacità e la potenza di calcolo, gli algoritmi e i software. È il salto di un livello: dai dati alle relazioni tra di loro.

Ed è un altro esempio di come la comunicazione di idee e metodi permette di ottenere nuova conoscenza e soprattutto di ottenere la possibilità della produzione di nuova conoscenza.
Anche nella meteorologia, Grid comincia ad aprire scenari inesplorati e a rendere effettive nuove ricerche, prassi e previsioni. Da regioni limitate, si passa ad aree estese.
E quest’infrastruttura fa prevedere la possibilità che domani si possa anche estendere la capacità di previsione a periodi più lunghi. Con ricadute positive evidenti e finora inattese.

mercoledì 25 aprile 2007

Compiti di matematica

Sanno sempre più cose di noi e noi non lo sappiamo. Accumulano nozioni su nozioni, spesso del tutto inconsapevolmente, e hanno qualche difficoltà a metterle in relazione tra loro. Usano mezzi che ci sfuggono e che noi chiamiamo giochi. Sono i digitali nativi, i nostri figli. Sempre più informatizzati, tecnologici e abituati sin dalla nascita ad avere a che fare con pc, mp3, sms, dvd ecc. ecc.

Se non vogliamo perdere i contatti, l’unica è andargli incontro.

È quello che fa un nuovo sistema per la gestione dell’apprendimento che aiuta i genitori a non perdere i contatti con quello che i loro figli fanno a scuola, con un buon gradimento da parte di studenti, genitori e insegnanti.

Secondo il Consiglio delle ricerche economiche e sociali di Londra, il sistema HOMEWORK sviluppato dal London Knowledge Lab è perfetto per supportare i genitori. Migliora la comunicazione con gli insegnanti e, incredibilmente, anche con i figli, almeno sui temi scolastici. Garantisce continuità di obiettivi e di metodi tra il lavoro fatto a scuola a quello a casa. Migliora lo svolgimento dei compiti in quantità e qualità. Ma soprattutto aiuta a sfruttare meglio il tempo.

Ma il vero miracolo è che tutto questo succede per la matematica, una disciplina verso la quale molto spesso gli stessi genitori si sentono inadeguati e quindi non capaci di aiutare i figli ad apprendere.

Vedere invece i bambini a proprio agio con uno strumento informatico, senza che si debbano arrabattare con fogli e quaderni è di grande supporto per i genitori stessi che affrontano il sostegno ai compiti a casa con più tranquillità e meno ansie. I genitori si divertono a scoprire cosa i figli fanno a scuola e per di più su un mezzo che è molto più famigliare a questi che a loro.

Anni luce avanti rispetto alla scuola italiana. Un po’ come mi è capitato di vedere in Portogallo.

sabato 21 aprile 2007

Cc = chi comanda

Sono i gesti più piccoli quelli che comunicano davvero. Soprattutto se sono semplici e se li ripetiamo mille volte al giorno. Naturalmente, questo è tanto più vero quando si tratta di dinamiche lavorative.

Karianne Skovholt, per il suo PhD alla BI Norvegian School of Management, studia come utilizziamo la posta elettronica: “ciascuno di noi sfrutta la funzione Cc per collocarsi nell’organizzazione gerarchica del nostro posto di lavoro”. Ovviamente, lo facciamo sotto copertura: l’azione esplicita è quella di scambiare informazioni con altri, spesso di offrirne.

Non sono molti anni che l’email fa parte della nostra vita lavorativa, ma oggi per molti è uno dei più importanti strumenti di comunicazione. In tanti, siamo addirittura dipendenti dall’email e la inbox piena è un richiamo irresistibile.

Karianne Skovholt ha osservato che uno degli aspetti più sorprendenti della posta elettronica è la pratica diffusa di mettere persone “in copia”.

È una pratica che usiamo per definire il rango delle persone, per rimarcare il nostro (e magari per cercare di accrescerlo un po’), per mettere in luce il fatto che siamo parte di una gerarchia e che siamo proprio a quel ben determinato livello.

È un po’ come quando si conversa in presenza di terzi. Quelli che partecipano direttamente al dialogo hanno una rilevanza superiore a quelli che semplicemente vi assistono. Così succede per le persone che mettiamo in To e per quelle che mettiamo in Cc.

Così, quando mandiamo un messaggio, in realtà stiamo: informando e documentando; invitando a partecipare e cercando il supporto (nei conflitti); ma soprattutto mettendo in luce le diverse posizioni all’interno del gruppo dei destinatari.

Insomma, un semplice gesto diventa uno strumento di pressione e di ricerca del consenso. E il nuovo mezzo, la posta elettronica, permette di veicolare molti altri messaggi oltre al messaggio che stiamo esplicitamente mandando.

giovedì 19 aprile 2007

La qualità dell’open

La questione è annosa: qual è l’equilibrio tra buono e gratis? Quanto siamo disposti a rinunciare per non pagare? Le idee che circolano liberamente sono buone? Quanto? Come facciamo a saperlo?

La filosofia open parte esattamente dal punto di vista opposto. Un prodotto aperto viene realizzato da un singolo, o da un gruppo, ma poi viene sviluppato, testato, migliorato, arricchito, stressato in tutti i modi possibili da una comunità. È questo lavoro collettivo, possibile solo per l’apertura del progetto, a garantire una bontà migliore e soprattutto sempre crescente.

Nel mezzo ci siamo noi che usiamo i software e che ci barcameniamo tra offerte a pagamento e altre gratuite, tra software proprietari e altri open. Chi usa OpenOffice, giusto per fare l’esempio più noto, sa di avere per le mani il gemello aperto del prodotto di Microsoft. Quasi tutto funziona bene ma ci sono alcune disfunzioni, un po’ di documentazione manca, qualche applicazione è leggermente diversa da quelle che conosciamo abitualmente. Ad onor del vero, non è mica che con Microsoft Office sia tutto rose e fiori, ma questo è un altro discorso.

Fatto sta che il problema della qualità del software open source comincia a diventare una questione importante – e lo sarà tanto di più quanto questo sarà diffuso e utilizzato. O viceversa se la comunità di utenti sarà grande, i test saranno più numerosi e quindi i miglioramenti più veloci?

Per cercare di definire un sistema di valutazione dei software open, l’Europa ha messo in campo il progetto QualOSS – Quality of Open Source Software – che conterà su 3 milioni di euro nei prossimi due anni. Capofila è il Fraunhofer Institute for Experimental Software Engineering di Kaiserslautern.

QualOSS vuole arrivare a offrire a noi utenti di sistemi informatici la possibilità di determinare a quale livello una certa soluzione open corrisponde a criteri prefissati. Bisogna tenere in conto la robustezza, l’affidabilità del prodotto; ma anche l’attività e la reattività della comunità di sviluppatori.

L’obiettivo più profondo è far cresce la consapevolezza nelle aziende in modo che il mondo produttivo europeo scelga e usi le tecnologie open abbandonando quelle proprietarie.

La speranza è così che i produttori europei si affidino a strumenti che, essendo aperti, possono essere modificati e adattati alle esigenze dell’utente finale, rispondendo così a richieste che cambiano frequentemente nel tempo.

Insomma, una sorta di paracadute per ridurre il rischio degli investimenti tecnologici e per rendere più dinamica la capacità d’innovare.

venerdì 16 marzo 2007

Il 24 marzo è lo ShutDownDay: non leggete questo blog

Forse si tratta di risparmio, forse di una disperata ribellione, probabilmente è un sano esperimento di igiene per la mente, e per il corpo.

Oggi pensiamo che le persone senza computer possano trovare la vita particolarmente complicata, se non addirittura impossibile. Siamo abituati ad averli dappertutto. Sul posto di lavoro, a casa, per prelevare i soldi, per entrare e uscire dall’autostrada, per prenotare esami medici, spettacoli, viaggi.

Ma se ne facessimo a meno per un solo giorno, potremmo comunque farcela?

La proposta è di tenerli tutti spenti sabato 24 marzo.

Spegni il tuo computer durante questo giorno.

Puoi sopravvivere per 24 ore senza un computer?

E sabato 24 non leggere questo blog!

In tanti aderiscono e il sito dell’iniziativa vanta ormai versioni in 13 lingue. Il paradosso è proprio questo: per fare dello ShutDownDay un’iniziativa condivisa, usiamo la rete. Ma tant’è, in questi tempi un po’ paradossali e molto digitali.

Nella versione italiana del sito, il forum è ricco di buone intenzione. Eccovi qualche assaggio:

“Vado in montagna a farmi un giro”.

“Quel giorno lavoro...la sera sarà dura non schiacciare il bottoncino di accensione del PC, ma resisterò e andrò a fare una passeggiata, oppure guarderò un film in compagnia in tv, oppure andrò al cinema, di alternative ce ne sono molte!”

“Vado a farmi una bella arrampicata”.

“Non so cosa farò, ma devo farcela”.

“Dormo fino a ore 12, vogo un'ora su C2, doccia, 2 toasts, alle 15 vado da mio padre con decoder a vedere la Juve... accidenti gioca domenica 25 col Napoli... accendo l'imac... no! esco a fare shopping con mia moglie. Rientro ore 19:30. Cena. Ma domani...”

“Se puode far, è sabato...”

“Come tutti i fine settimana farò a meno del pc e mi dedicherò ad attività all'aria aperta (molto meglio!!!)”

“Sarò a sciare....yuppiiii!!!!”

“Yesss ma se poi ci si trova meglio senza?!?!?”

“Mi piacerebbe fare shutdown di tutti i server che amministro, ma poi ci vorrebbero 2000 anni di lavoro forzato per rifondere quanto avrei fatto perdere ... solo il portatile allora, e darò il 100% a mia moglie e alla mia bimba”.

“Bè semplice, quello che ho sempre fatto fino all'avvento di Commodore64 e Spectrum... andare in giro in bici, qualche passeggiata, bricolage.... vado avanti?! ;)”

“Penso mi dedicherò agli amici, magic: the gathering e lettura... ma non so ancora”.

“Io col computer praticamente ci convivo. Quel giorno? sarò di giorno in giro per appuntamenti da clienti (senza computer) di sera mi leggerò un bel libro...”

Insomma, ci sarà un sacco di gente che starà all’aria aperta e si dedicherà a qualcosa di più movimentato e meno sedentario.

Io ci provo. E voi?