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venerdì 16 maggio 2008

Sci(bzaar)net

Il 17 maggio dalle 9.30 alle 1700, presso la Scuola politecnica di design, a Milano, ci sarà lo Sci(bzaar)net, incontro per riflettere sulle sfide che internet lancia alla divulgazione scientifica.

Peccato che non potrò esserci, mi sarebbe piaciuto.

Ma se siete a Milano e avete voglia, fateci un salto.

Aspetto i vostri commenti.

mercoledì 23 aprile 2008

Scienza Under 18: le manifestazioni

È passato un altro anno e Scienza Under 18 sta finendo di nuovo le sue attività: presto arriveranno le manifestazioni, gli studenti presenteranno i loro esperimenti in alcune mostre temporanee che si spargono per le sedi di Milano, Monza, Pavia, Mantova, Lodi, Brescia, Rozzano, Sestri Levante.

Il gioco è semplice: durante l’anno scolastico uno o più insegnanti lavorano con una o più classi su un tema scientifico. Obiettivo? Realizzare un esperimento e imparare a comunicarlo al pubblico.

L’intuizione che rende Scienza Under 18 così stabile e di successo è tutta qui: la ricerca ha senso nel suo farsi ma soprattutto nell’essere comunicata. Un’osservazione, una deduzione, un esperimento non sono tali se non vengono resi pubblici. E questo è quanto fanno i bimbi delle materne come i ragazzi delle scuole superiori, passando per quelli delle elementari e delle medie, naturalmente.
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Credo che, seguendo l’esempio di Sestri Levante, i tempi siano maturi perché altre realtà al di fuori della Lombardia si candidino per diventare uno dei nodi della rete di Scienza Under 18.

sabato 2 febbraio 2008

Anfibi.org: scienza, società e comunicazione

Anfibi si nasce e di questi tempi si diventa.

Anfibi.org è lo spazio – nato ieri – per parlare di scienza, società e comunicazione.

Viene dopo un manifesto di cui abbiamo detto qui.

Vuole essere la voce dello stagno, cioè dell’insieme di tutte quelle nuove figure professionali “anfibie”, provenienti dal mondo della comunicazione e della ricerca, che attraverso il loro operato quotidiano, favorendo l’apertura di nuovi canali di dialogo fra scienza e società, sono chiamate a porre le basi di una cittadinanza scientifica su cui possa sorgere una società della conoscenza che noi vogliamo equa, aperta e democratica.

Buona lettura.

sabato 17 novembre 2007

Sesto convegno sulla comunicazione della scienza

Fra poco più di dieci giorni, dal 29 novembre al 1° dicembre, a Forlì, nella solita sete dell'Hotel della Città, ci sarà la sesta edizione del convegno nazionale sulla comunicazione della scienza organizzato dal gruppo Innovazioni nella comunicazione della scienza della Sissa.
Quest'anno il tema della sessione speciale è quello dalla società della conoscenza: interverranno Nicla Vassallo, Mauro Capocci, Manuela Arata, Pietro Greco e Walter Tocci.
Il programma prevede di nuovo, dopo un anno di pausa, numerose sessioni parallele. Infatti quest'edizione ha visto il record di abstract di ricercatori desiderosi di partecipare a quello che ormai è un appuntamento atteso e che sempre più si connota per la sua dimensione di ricerca.
Si parlerà della diaspora dei ricercatori italiani, di cittadinanza scientifica, di scienza e immaginario; di biotech, di musei, didattica e web. Si presenteranno tre libri, ma parlarne sarebbe un po' troppo autoreferenziale.

Infine, come tutti gli anni, al convegno sarà disponibile il volume degli atti della scorsa edizione.

venerdì 28 settembre 2007

Sulle icone vecchie e sulle icone nuove

Il web è l’ambiente naturale dei digitali nativi e questa generazione guarda e guarderà al futuro attraverso le lenti del web 2.0 (e seguenti). Il fatto interessante, dice il sociologo olandese Jos de Haan, è che nell’era dell’ICT l’influenza maggiore è sulla vita culturale più ampia. I nativi digitali non hanno solo un approccio diverso alle tecnologie ma percepiscono la storia, le tradizioni e la cultura diffusa in modo diverso.

Devono orientarsi in un mondo virtuale e si adattano ai nuovi strumenti che hanno a disposizione. Attenzione! Come i loro genitori hanno l’accesso all’email, a internet, a (almeno) un cellulare. Ma non è il possesso che li fa diversi e come il usano. Schematizzando: i loro genitori ne fanno un uso funzionale (“ho una tecnologia, la uso”), i digitali nativi ne vedono come occasioni di comunicazione e inte(g)razione: giocano, scaricano musica, fanno foto, condividono file. Agiscono.

Conseguenza: i luoghi, gli strumenti e i momenti della tradizione culturale hanno dei duri competitor. Se non sanno, non sapranno digitalizzarsi, il rischio è che la “trasmissione sui tempi lunghi” vada persa, s’indebolisca.

Questo è tanto più vero sulla scienza che si fonda sulla sedimentazione di conoscenze e quindi ha i tempi lunghi nel proprio dna. O dialoga per mezzo delle nuove icone o quelle vecchie – i suoi simboli – rischiano di cadere in disuso.

Sarebbe paradossale vista l’origine “scientifica” del web e dell’ICT in genere.


PS: questo post è stato pubblicato il 28 settembre. E quindi è rosso nella speranza che la giunta militare birmana torni sui suoi passi e interrompa la reazione violenta alle manifestazioni pacifiche del suo popolo.


mercoledì 5 settembre 2007

La peer review funziona ancora?

La peer review è lo strumento cardine del sistema di valutazione che sta alla base del ruolo delle riviste scientifiche. I valutatori, i cosiddetti referee, devono stimare l’originalità, la pertinenza e il contributo innovativo degli articoli che vengono proposti per la pubblicazione. Fare da referee è una delle funzioni che ogni ricercatore e scienziato deve ricoprire in modo volontario e gratuito per il benessere scientifico della comunità di cui fa parte. Senza controllo di qualità, gli articoli ma anche le domande di finanziamento non vengono considerati come attendibili dalla comunità scientifica.
Oggi c’è preoccupazione sulla serietà di questi controlli, sulla formazione che dovrebbero avere i ricercatori che si apprestano a valutare un testo, sulla capacità di resistere alle pressioni alla quale dovrebbero essere addestrati. L’allarme viene dalle scienze sociali e a lanciarlo è la British Academy con un suo rapporto pubblicato il 5 settembre 2007.
Sicuramente, anche nelle scienze esatti, il sistema della peer review da qualche tempo mostra segni di stanchezza. C’è un contesto generale in veloce mutazione: aumentano le pubblicazioni esclusivamente elettroniche e c’è un aumento abbastanza generalizzato di molte ricerche specializzate.
Poi, la spinta a pubblicare sempre di più fa sottostimare il ruolo della peer review, che viene vissuta spesso come uno ostacolo e un freno alla necessità di pubblicare per ricevere finanziamenti e in definitiva fare carriera.
Il rapporto curato dal Professor Albert Weale muove dall’ipotesi che “è incredibile che sebbene la peer review sia comunemente riconosciuta come uno dei capisaldi della qualità accademica, non ci sia nessun tipo di formazione a essa”.
Lo studio va letto con la lente delle scienze sociali a cui è dedicato ma l’allarme per elevare gli standard di qualità nella valutazione delle pubblicazioni scientifiche è del tutto generale e vale senz’altro anche per le discipline nelle quali la peer review ha una storia più lunga e consolidata.

giovedì 30 agosto 2007

SciVee è la tv degli scienziati

Qualche post fa ho parlato di nano2hybrids e prima ancora di Fora.tv. Oggi ho scoperto SciVee. La tivù degli scienziati per gli scienziati.

SciVee è sorella di YouTube, una sorella che ha studiato. Infatti, prima di tutto ci sono gli articoli – e sono tutti articoli pubblicati. E i video sono presentazioni di questi articoli.

L’obiettivo è fornire uno spazio di diffusione e comprensione della scienza che serva agli scienziati ma che interessi anche a pubblici di non-esperti.

Lo spirito è quello solito del web 2.0: superare la parola (solo) scritta, andare oltre le lezioni e le conferenze, proporre un medium virtuale che interagisca con la dimensione reale. Insomma amplificare la voce degli scienziati senza mediazioni. E c’è da aspettarsi che questo crei dialogo, permetta commenti su quanto è stato pubblicato, generi una maggiore attenzione alla discipline contigue, contribuisca alla creazione di nuovi “gruppi” scientifici…

Ultimo aspetto non trascurabile: gli articoli caricati su SciVee sono tutti pubblicati su riviste open access. Com’è giusto che sia.

SciVee è un’iniziativa di Public Library of Science (PLoS), della National Science Foundation (NSF) e del San Diego Supercomputer Center (SDSC).

sabato 7 luglio 2007

Il morbo dei genitori

In ospedale si muore d’ospedale. Ancora oggi.
Le infezioni contratte dai malati spesso sono più letali del male per il quale il malato è stato ricoverato. Presto saranno passati due secoli da quando Ignàc Semmelweis ha capito che i medici devono lavarsi le mani prima di visitare i pazienti. Oggi fa sorridere, è luogo comune, ma nella Vienna della prima metà del diciannovesimo secolo, Semmelweis ebbe i suoi detrattori e trovò ostacoli sul suo cammino.
Ma nonostante l’igiene dei medici sia diventata prassi, non è ancora così diffusa l’igiene tra tutte le persone che entrano in un ospedale. Il Journal of Clinical Nursing racconta di un progetto semplice: in un reparto di terapia intensive pediatrica sono state filmate le visite dei familiari dei bambini malati. “Va detto che mentre in un reparto ospedaliero normale i bambini che prendono qualche infezione sono circa il 10%, in uno di terapia intensiva sono tra il 20 e il 30%”, ricorda Li-Chi Chiang, la ricercatrice della China Medical University di Taiwan che ha condotto la ricerca. E infatti si è visto dai video che l’abitudine di lavarsi non era più che tanto diffusa tra i familiari in visita.
Dopo questa prima fase di ricerca, si è passati all’azione: nei due mesi successivi ai familiari dei bambini, sono stati mostrati video con genitori che si lavavano le mani e poster a tema. Risultato: un crollo delle infezioni.
Quella che era stata una ricerca per indagare le abitudini dei parenti è diventato uno strumento attivo di lotta alle infezioni.
Ora l’auspicio dei ricercatori è che in tutti i reparti vengano mostrati video e poster con genitori che si lavano le mani.
È assurdo infatti che un momento di vicinanza, affetto e amore quale una visita ospedaliera si trasformi in occasione di pericolo e di malattia.

sabato 26 maggio 2007

Come si comunica la scienza?

Diciamolo: il rimescolamento tra l’una e l’altra ha raggiunto uno dei suoi punti massimi nella storia dell’uomo. L’una è la scienza con le sue ricerche sempre più avanzate, i laboratori che richiedono risorse in gran quantità, il numero di ricercatori che non è mai stato così alto, i risultati nei campi più disparati e le applicazioni altrettanto diffuse. L’altra è la società che usa la tecnologia – nei paesi ricchi forse possiamo dire che si fonda sulla tecnologia -, vuole che la vita quotidiana migliori indefinitamente e in molte direzioni diverse, si aspetta che la medicina sconfigga tutti i mali, al limite la morte, eccetera eccetera.

La Torre d’avorio è preistoria, buona tutt’al più per l’immaginario, un mito che non descrive la realtà di oggi. Gli scienziati, i ricercatori, volenti o nolenti, sono in comunicazione continua con il mondo che li circonda. Si scambiano risorse e denaro: “io voglio i finanziamenti”, “e tu dammi gli strumenti per guadagnare di più e meglio”. Idee e concetti: la scienza da tutto il Novecento è la principale fonte di nuove conoscenze per l’uomo, ma viceversa la ricerca scientifica trae elementi e suggerimenti dal mondo esterno ai laboratori, dalle collettività che la circondano. Problemi e convinzioni: dalla ridefinizione dell’ingiustizia alla redistribuzione di ricchezza e violenza.

Ma siamo andati anche oltre. La Torre non c’è più, scienza e società sono in comunicazione e oggi ci troviamo in una situazione in cui un certo livello di consapevolezza scientifica è necessario per essere cittadini di uno stato democratico moderno. La democrazia compiuta, nel Ventunesimo secolo, mette al centro la conoscenza. Sempre più leggi riguardano temi che coinvolgono la scienza o la tecno-scienza; sempre più movimenti e campagne politiche – in particolare dal basso – ruotano attorno a conflitti nei quali la scienza è ora buona ora cattiva; sempre più frequentemente le opinioni pubbliche sono investite da questioni che hanno la scienza al centro. Essere cittadini vuol dire anche saper prendere decisioni o partecipare questioni che con la scienza hanno a che fare. La consapevolezza scientifica diventa allora uno degli strumenti di base della democrazia. Esserne sprovvisti vuol dire godere di diritti in misura limitata.

In una parola: la scienza e la società comunicano, hanno scambi osmotici, si scontrano e si fondono, dialogano e si rafforzano. Di questo incontro, fertile ma allo stesso tempo doloroso, ci parlano Yurij Castelfranchi e Nico Pitrelli in “Come si comunica la scienza?”, Laterza 2007.

È una riflessione per tutti, un manualetto di educazione civica per il cittadino della società della conoscenza. Agile e piacevole, va comprato e letto, regalato e fato leggere.

martedì 15 maggio 2007

Che tempo fa? Chiedilo a Grid

Le previsioni del tempo sono proverbialmente un problema. Più di quanto lo siano nei fatti. In realtà sull’arco della giornata e per regioni ben definite funzionano e prevedono gli eventi atmosferici.
Però è vero che il tempo non conosce confini e che le regioni sono spesso arbitrarie e che servirebbe avere informazioni per aree geografiche più estese. Il problema è di gestire grandi masse di dati e di coordinarle in un sistema coerente e il più globale possibile.

Il progetto SIMDAT è un’attività di ricerca e sviluppo finanziata dall’Europa. E si propone di costruire un sistema centralizzato virtuale per la gestione delle informazioni che vengono dai servizi meteorologici di Francia, Germania e Gran Bretagna, per cominciare.

L’aspetto interessante è che si basa su Grid per condividere dati ma soprattutto capacità di calcolo. Anche in questo caso, Grid permette di fare un salto di qualità. Non ci si limita solo a condividere dati e spazio per la loro gestione, ma si condividono la capacità e la potenza di calcolo, gli algoritmi e i software. È il salto di un livello: dai dati alle relazioni tra di loro.

Ed è un altro esempio di come la comunicazione di idee e metodi permette di ottenere nuova conoscenza e soprattutto di ottenere la possibilità della produzione di nuova conoscenza.
Anche nella meteorologia, Grid comincia ad aprire scenari inesplorati e a rendere effettive nuove ricerche, prassi e previsioni. Da regioni limitate, si passa ad aree estese.
E quest’infrastruttura fa prevedere la possibilità che domani si possa anche estendere la capacità di previsione a periodi più lunghi. Con ricadute positive evidenti e finora inattese.

venerdì 11 maggio 2007

Meno di un mese per partecipare a Forlì

Entro il 1° giugno 2007 bisogna mandare il proprio abstract per partecipare all’appuntamento annuale del gruppo ICS, copromosso assieme all'Associazione Nuova Civiltà delle Macchine: il Convegno Nazionale sulla Comunicazione della Scienza.

Il convegno di Forlì festeggia i cinque anni ed è ormai un appuntamento per i ricercatori in comunicazione della scienza. Ma anche per molti giornalisti, storici, filosofi e sociologi della scienza.

Come abbiamo già scritto qualche settimana fa, gli argomenti di interesse sono le percezioni pubbliche della scienza; la storia della comunicazione della scienza; la comunicazione istituzionale della scienza; la comunicazione interna della scienza; la comunicazione pubblica della scienza con particolare attenzione a: scienza e media; divulgazione della scienza; comunicazione del rischio; arte, letteratura e scienza; comunicazione della scienza tra non-esperti.

Sicuramente anche quest’anno sarà un momento utile alla costruzione di quella comunità di riflessione attorno al rapporto scienza/società di cui in Italia c’è molto bisogno. A Forlì s’incontrano ricercatori, studiosi e osservatori di tutto ciò che si muove dalla scienza alla società e soprattutto viceversa. Il confronto e il dialogo sono sempre vivaci e partecipati. E, nota non marginale, il Comune di Forlì garantisce tutti gli anni la partecipazione di scolaresche al convegno. E così gli esperti che parlano tra loro devono impegnarsi a essere chiari e comprensibili per un bel gruppo di studenti delle superiori.

Come dire: la pratica affianca la grammatica.

mercoledì 2 maggio 2007

Scienza Under 18: da vedere, fare, ascoltare

Se avete in mente di visitare il Leonardo da Vinci a Milano, vi consiglio di farlo il 15, 16 e 17 maggio. Oltre al “solito” museo, potrete godere dell’atmosfera allegra e scientifica che i bambini e i ragazzi di Scienza Under 18 producono tutti gli anni.

La manifestazione finale di Scienza Under 18 è un mix di esposizioni, dibattiti, teatro scientifico, attività giornalistiche e quant’altro. il pezzo forte sono i portici invasi dai banchetti degli studenti ognuno col suo bravo exhibit, i cartelloni che spiegano e soprattutto le ragazze e i ragazzi (le bambine e i bambini, le e gli adolescenti) che raccontano quello che hanno fatto. E la competenza fa a gara con l’entusiasmo.

È un’occasione per parlare di scienza – dall’acqua a Pitagora, dall’energia solare ai semi, dalla chimica alla gravitazione -, per vederla in azione, per apprezzare quello che gli studenti italiani sanno capire e di conseguenza fare. Per me, è un’iniezione di fiducia, di ottimismo, oltre che un osservatorio privilegiato e unico sulla scuola italiana.

Andate e sperimentate.

Se invece non siete a Milano in quei giorni, dal sito di Scienza Under 18 potete risalire agli appuntamenti nelle sei altre sedi lombarde (Brescia, Casale, Mantova, Monza, Pavia, ) e in quella di Sestri Levante, prima uscita dalla regione.

Adesso non rimane che lavorare perché Scienza Under 18 si radichi in altre regioni d’Italia (o d’Europa?).

Dopo i primi dieci anni, il modello è maturo e vale la pena esportarlo.

Buona manifestazione a tutti.

giovedì 26 aprile 2007

A tre settimane da FEST

Ci siamo quasi. Tre settimane e Trieste sarà per quattro giorni – dal 17 al 20 maggio – la capitale dell’editoria scientifica. È la prima edizione di FEST, la fiera internazionale sul tema.

Trieste è già città internazionale e soprattutto città di scienza. Questa infatti da qualche decennio ha prestigiose sedi in città: dal Centro internazionale di fisica teorica, al Laboratorio si biologia marina, dalla Sissa all’Area di ricerca, dall’Osservatorio astronomico a Brain e via enumerando. Così è facile immaginare le Rive e l’atmosfera unica di Piazza Unità popolate da scienziati, comunicatori, editori e scrittori provenienti da tutto il mondo.

In fondo, a Trieste anche nella vita di tutti i giorni le lingue parlate sono decine e le religioni diverse presenti sono più che a Roma. Con tutte le sue spigolosità, Trieste è città d’incontro e quindi di cultura e quindi di scienza.

A FEST, cinema, teatri, musei, librerie e caffè storici ospiteranno la manifestazione in cui intrattenimento e approfondimento scientifico si mescoleranno nelle forme più varie. Perché bisogna lavorare tutti assieme per un nuovo modo di comunicare la scienza attraverso la lettura, l’ascolto, la narrazione, l’incontro e il dialogo.

E dato che si tratta di scienza, l’editoria si declina attraverso i diversi mezzi: dai libri agli audiobook, dai periodici cartacei ai magazine digitali, dalla televisione alla rete. Non mancheranno incontri, conferenze, performance che permetteranno al pubblico di scoprire e approfondire i più diversi aspetti del mondo scientifico.

Speriamo che sia una fiera come quelle di un tempo, dove la gente va e si diverte, s’incontra e trova gli stimoli più diversi, le attrazioni più mirabolanti.

E speriamo soprattutto che sia la prima di una serie lunga e coinvolgente.

Venite a FEST: a maggio Trieste è bellissima.

sabato 21 aprile 2007

Cc = chi comanda

Sono i gesti più piccoli quelli che comunicano davvero. Soprattutto se sono semplici e se li ripetiamo mille volte al giorno. Naturalmente, questo è tanto più vero quando si tratta di dinamiche lavorative.

Karianne Skovholt, per il suo PhD alla BI Norvegian School of Management, studia come utilizziamo la posta elettronica: “ciascuno di noi sfrutta la funzione Cc per collocarsi nell’organizzazione gerarchica del nostro posto di lavoro”. Ovviamente, lo facciamo sotto copertura: l’azione esplicita è quella di scambiare informazioni con altri, spesso di offrirne.

Non sono molti anni che l’email fa parte della nostra vita lavorativa, ma oggi per molti è uno dei più importanti strumenti di comunicazione. In tanti, siamo addirittura dipendenti dall’email e la inbox piena è un richiamo irresistibile.

Karianne Skovholt ha osservato che uno degli aspetti più sorprendenti della posta elettronica è la pratica diffusa di mettere persone “in copia”.

È una pratica che usiamo per definire il rango delle persone, per rimarcare il nostro (e magari per cercare di accrescerlo un po’), per mettere in luce il fatto che siamo parte di una gerarchia e che siamo proprio a quel ben determinato livello.

È un po’ come quando si conversa in presenza di terzi. Quelli che partecipano direttamente al dialogo hanno una rilevanza superiore a quelli che semplicemente vi assistono. Così succede per le persone che mettiamo in To e per quelle che mettiamo in Cc.

Così, quando mandiamo un messaggio, in realtà stiamo: informando e documentando; invitando a partecipare e cercando il supporto (nei conflitti); ma soprattutto mettendo in luce le diverse posizioni all’interno del gruppo dei destinatari.

Insomma, un semplice gesto diventa uno strumento di pressione e di ricerca del consenso. E il nuovo mezzo, la posta elettronica, permette di veicolare molti altri messaggi oltre al messaggio che stiamo esplicitamente mandando.

mercoledì 14 marzo 2007

Partecipate al convegno di Forlì

Quest’anno il tema del convegno di Forlì sarà la società della conoscenza.

Si tratta dell’appuntamento annuale del gruppo ICS, copromosso assieme all'Associazione Nuova Civiltà delle Macchine: la quinta edizione del Convegno Nazionale sulla Comunicazione della Scienza.

È un vero e proprio luogo di scambio, informazione e aggiornamento sui risultati della ricerca in comunicazione della scienza in Italia. Sono invitati a partecipare – e ogni anno partecipano più numerosi – i ricercatori interessati a qualche aspetto della comunicazione della scienza.

Gli argomenti di interesse sono le percezioni pubbliche della scienza; la storia della comunicazione della scienza; la comunicazione istituzionale della scienza; la comunicazione interna della scienza; la comunicazione pubblica della scienza con particolare attenzione a: scienza e media; divulgazione della scienza; comunicazione del rischio; arte, letteratura e scienza; comunicazione della scienza tra non-esperti.

Il convegno di Forlì è tutti gli anni un luogo dove ascoltare, confrontarsi e incontrare persone e gruppi che normalmente fanno parte di mondi diversi. Dall’accademia alla sanità, dal giornalismo all’editoria, dai musei alla radio e alla televisione.

Il merito è di costruire pian piano (ma neanche troppo piano) una comunità che si riconosce e che riflette, studia e ricerca sulla comunicazione e più in genere sul rapporto tra scienza e società.

Note tecniche.

Luogo: Forlì

Data: 29 novembre – 1° dicembre 2007

Scadenza per la spedizione di abstract: 1° giugno 2007

giovedì 1 marzo 2007

Il linguaggio bellicoso della scienza

Quasi quasi non ci facciamo neanche caso, ma le metafore belliche abbondano nella scienza. Siamo circondati da: guerra contro il cancro, conquista dello spazio, cellule killer, biosicurezza, obiettivi che devono essere colpiti, malattie da sconfiggere e difese da sviluppare. Per non parlare di Archimede e Carnot, e ne cito solo due, che nei secoli passati avevano un coinvolgimento bellico in prima persona. E che dire del Ventesimo secolo? Dal progetto Manhattan in poi c’è solo l’imbarazzo della scelta.

George Lakoff, linguista cognitivo di Berkeley, dice che “non è solo questioni di linguaggio, è proprio un modo di pensare”. E Brigitte Nerlich, professoressa di Scienze, linguaggio e società all’Università di Nottingham porta il ragionamento un passo più in là: “nella microbiologia gli scienziati costruiscono un frame di riferimento nel quale virus e batteri sono il nemico e l’obiettivo è distruggerli”. Negandosi automaticamente ogni alternativa di ricerca.

Parole di guerra portano pensieri distruttivi e questi indirizzano in una sola direzione la ricerca, facendole perdere la flessibilità di un cammino che ammetta la serendipità come modalità di guardare alle cose. Certamente si perde qualcosa.

E poi c’è un problema d’immagine e forse non di sola immagine. L’epidemiologo Erik von Elm, dell’Università di Berna, completa il discorso: “una delle caratteristiche della scienza dovrebbe essere l’obiettività, ma le metafore belliche sono tutto il contrario. Hanno tutta l’intenzione di creare un clima di propaganda”. E qui si perde qualcos’altro. Molto altro.

Il rapporto tra scienza e linguaggio è critico: informa il pensiero scientifico e le relazioni tra la scienza e il resto della società. Due dimensioni determinanti per una buona vitalità di entrambe, e forse per l’esistenza stessa della scienza.

È poi è paradossale che la natura fortemente cooperativa, internazionale, pacifista e laica della scienza sia offuscata da un linguaggio distruttivo, competitivo e propagandistico.

Per saperne di più, leggete “The war against war metaphors”, recentemente apparso su The Scientist.

giovedì 1 febbraio 2007

Chi definisce i pubblici della scienza?

Capire come il pubblico comprende la scienza, è un obiettivo sempre più angusto e limitante. Non è la comprensione la chiave di lettura di tutto. Oggi piuttosto è necessario studiare, analizzare e comprendere le relazioni che intercorrono tra molteplici attori scientifici e i pubblici: di pubblici al plurale è bene parlare e non solo perché sono molti ma soprattutto perché sono dinamici, variano nel tempo, si dividono e si riassemblano, si uniscono e si frazionano a seconda degli interessi, delle paure, delle convinzioni, delle appartenenze, degli eventi.
Continuamente nascono situazioni d’incontro, qualcuna anche di scontro, tra la società e la scienza, tra la scienza e la società. Inizia a esserci consapevolezza che questioni della vita quotidiana (clima, alta velocità, allergie alimentari, cellulari e così via) debbano essere lette in una cornice scientifica.
E i ricercatori da parte loro cominciano a capire che queste relazioni, questi nuovi scontri/incontri sono i momenti in cui un certo pubblico si forma convinzioni e idee sulla scienza. Il gioco allora è indirizzare l’eventuale conflitto in modo che una possibile opposizione si trasformi in dialogo, in modo che le decisioni vengano prese con un po’ più di consapevolezza da parte di tutti gli attori coinvolti..
La rivista Public Understanding of Science dedica il primo numero del 2007 ai “pubblici della scienza” e cercando di analizzare le sfumature di questo rapporto articolato. Di fatto, riconosce esplicitamente ai pubblici ruolo e dignità e pone l’accento su come, nelle varie controversi, i pubblici sono rappresentati.
La stessa rappresentazione dei pubblici infatti deve tenere in considerazione che ci sono livelli di conoscenza sufficienti ad affrontare questioni scientifiche rilevanti nella vita quotidiana e che non è necessario essere esperti per poter esercitare il diritto a prendere posizione, esprimersi, essere cittadini attivi.
Sono molte le situazioni nelle quali coesistono visioni contraddittorie e comprensioni parziali di qualche fatto scientifico, ma questo non toglie legittimità alle posizioni che vengono prese.
Una delle analisi più interessanti esposte nella rivista, è relativa a quali sono gli attori che formano le rappresentazioni dei pubblici. Perché quando scoppia una controversia, ci sono attori che definiscono qual è il pubblico rilevante in quel contesto, e che implicitamente o esplicitamente gli attribuiscono un ruolo che dipende fortemente da questa definizione. Di volta in volta si tratta di scienziati, politici, industriali, amministratori locali, ambientalisti e così via.
Chi riesce a definire il pubblico rilevante e interessato a una questione, riesce a costruire un primo frame nel quale si collocheranno tutte le successive dinamiche tra esperti e cittadini (pensiamo ad esempio all’alta velocità) e quindi, in gran parte, le decisioni che i cittadini decideranno di prendere.

domenica 28 gennaio 2007

Rock per stelle e proteine

Musica e scienza si parlano da sempre. Senza scomodare Pitagora e Keplero, l’armonia dell’universo e l’imprinting musicale di Galileo Galilei grazie al padre Vincenzio, anche solo l’ultimo secolo ha molto da dire.

Citiamo i Led Zeppelin e Battiato, quando parliamo di debiti che la musica ha verso la scienza. E poi la scienza, affascinata dai suoni, ha aiutato a inventarne di nuovi, da riprodurre con strumenti nuovi. Dal “theremin” che riceve il nome dal fisico russo che l’ha sviluppato a oggi, passando solo per fare un esempio per il sintetizzatore, la musica elettronica è balzata dalla preistoria al rinascimento.

Oggi, la frontiera si sposta un po’ più in là se, sin dal 2003, un astrofisico come l’ungherese Zoltán Kolláth e un compositore, Jenő Keuler, lavorano assieme allo "Stellar Music Project", che legge i pattern delle stelle per comporre musica. L’espansione e la contrazione di gas stellari modificano la luminosità delle stelle che viene letta dai telescopi e trasformata in una base per la musica.

"L’obiettivo principale è costruire un ponte tra scienza e arte, tra astrofisica e musica”, per dirla con le parole di Kolláth.

Contemporaneamente in Texas, la biologa Mary Anne Clark e l’artista algoritmico (sic!) John Dunn lavorano sulle molecole utilizzando proteine e sequenze geniche, umane e di altre specie, di nuovo come base per la musica. Ancora una volta dei pattern, questa volta biologici, vengono tradotti in musica che un compositore ri-elabora.

Clark e Dunn hanno addirittura prodotto un cd: “Life Music”, 1998. Una musica che deve essere piacevole all’orecchio, ma senza nascondere la sequenza biologica che l’ha generata.

Storicamente, gli scienziati hanno prodotto modelli visivi che permettevano di vedere i loro risultati. Oggi, cercano modelli che permettano di sentirla e alla visualizzazione si sostituisce la sonificazione.

Insomma, il rapporto tra scienza e musica ha due facce: da un lato traduce i risultati della prima per renderli fruibili, godibili, anche se non rigorosamente comprensibili, a chi ascolta musica; dall’altro offre ai ricercatori un nuovo modo di interfacciarsi coi loro risultati: con le orecchie e non con gli occhi.

Sicuramente ne verrà fuori nuova conoscenza e soprattutto un nuovo modo di conoscere. Per non parlare dell’impatto culturale su tutti noi che avrà la musica di stelle e proteine.

venerdì 26 gennaio 2007

Astronomia per artisti

Stefano Sandrelli sostiene che “certamente siamo in un’epoca in cui alcuni riferimenti scientifici, quasi per osmosi, sono penetrati nel linguaggio e nell’immaginario comune”.
Per poter dire di vivere in un’era tecnologica dovremmo essere convinti che la tecnologia e la scienza plasmano i comportamenti quotidiani delle persone e il loro immaginario, senza che si abbia una coscienza chiara dei principi scientifici su cui sono basati. In un’era tecnologica la consapevolezza della scienza sottostante alla tecnologia non è indispensabile.
Feynman, che è uno dei riferimenti culturali di queste considerazioni, osa un po’ di più e parla di un’era scientifica nella quale esiste un artista in grado di attingere alla scienza, di “cantarla” e in questo modo di condividerne la bellezza con un numero molto più grande rispetto ai soli che già “sanno di scienza”.
La scienza diventa cioè “luogo comune”, luogo che si può frequentare. È un passo più in là del solo immaginario, nel quale i riferimenti scientifici si impastano con tutto il resto. È un passo che ci porta verso una qualche consapevolezza della ricchezza e della complessità della scienza, un po’ più in là della sola condivisione della sua bellezza.

È evidente che non viviamo in un’era scientifica.

Però Sandrelli ci prova lo stesso e cerca di far diventare la scienza, almeno una sua parte, un “luogo comune” per alcuni artisti. Il 26 gennaio parte il "Corso di Astronomia per Artisti" organizzato da INAF-Osservatorio Astronomico di Brera e dall’Accademia delle Belle Arti di Brera. Gli incontri-laboratorio sono indirizzati a studenti e docenti dall’Accademia.
Le lezioni astronomiche di Sandrelli, che saranno ripetute anche nel secondo semestre universitario, vogliono avvicinare l’arte e la scienza di oggi, stimolando la riflessione artistica sulle più recenti ricerche astronomiche, che negli ultimi anni hanno rivoluzionato la rappresentazione scientifica del cosmo.
Le opere di studenti e docenti costituiranno un primo seme di mostra per le celebrazioni del 2009, “Anno Internazionale dell’Astronomia”.
Se l’esperienza sarà fertile, il sogno è che nasca prima o poi un “artista di Feynman” che ci accompagni verso un’era scientifica.
Nel frattempo, sarebbe molto interessante avere un diventasse luogo di confronto intorno ad arte e scienza (magari proprio questo blog), in modo da contribuire almeno un po’ alla nascita di una comunità di artisti che vogliono essere “di Feynman” e di ricercatori che vogliono dialogare con loro.

mercoledì 24 gennaio 2007

Quanti immigrati nascono a Capodanno

Vorrei rilanciare questo bell esempio di disease mongering. Il disease è la gravidanza, il contesto è la comunicazione medico paziente (con un interessante cortocircuito dovuto alle pazienti immigrate), la location è la notte di Capodanno negli ospedali italiani, ma probabilmente non solo nei nostri.

Una lettrice dell’Espresso scrive a Stefania Rossini:

“Cara Rossini, per giorni mi sono sorbita le notizie sui primi nati dell'anno, tutti figli di immigrati, e i commenti sugli italiani che fanno sempre meno figli. Sarà anche così, ma improvvisamente un'altra verità si è accesa nella mia mente come una lampadina di Archimede. La strana predisposizione dei bambini stranieri a vedere la luce nella notte di San Silvestro è solo un effetto collaterale della solita, cara "malasanità". Il cuore del problema non è nel numero degli immigrati, è nel momento della nascita: la notte di Capodanno. Un momento che nessun medico vorrebbe farsi rovinare da una partoriente, a meno che non gli tocchi il turno di guardia in ospedale. I bambini italiani "doc" non nascono con l'anno nuovo perché vengono seguiti da "medici di fiducia" che ripagano la fiducia delle gestanti facendo in modo che la nascita cada in un momento poco fastidioso: diciamo dal lunedì al venerdì, tra le nove e le cinque del pomeriggio. Ogni mamma italiana, me compresa, conosce frasi come: «C'è il rischio di sofferenza fetale, con un po' di ossitocina acceleriamo le cose», oppure «La testa non esce, facciamo un taglietto» (25 punti nella zona più sensibile del corpo!) fino al fatidico: «Si è bloccato tutto, passiamo in sala operatoria». Le donne straniere, invece, affrontano la gravidanza come facevano le nostre mamme. Dal medico ci si va solo se qualcosa va stono, e quando iniziano le doglie ci si presenta in ospedale. Anche se è la notte di San Silvestro”.

E la risposta di Stefania Rossini, fa eco alle preoccupazioni della lettrice: “La gravidanza come malattia, il corpo della donna come contenitore asettico di un prodotto-vita. È successo anche questo negli ultimi decenni. La sua intuizione su come vanno le cose la notte di Capodanno è verosimile. La donna occidentale affronta ormai la nascita di un figlio servita da un apparato medico e tecnologico che neutralizza non solo il dolore fisico, ma anche la fiducia nel proprio corpo e l'abbandono alle emozioni. La gravidanza è socialmente vista come una malattia da risolvere con tutti i mezzi tecnici a disposizione, compresi anestesie e tagli cesarei non indispensabili. E infatti il ministro Turco auspica, ritenendolo un grande salto di civiltà, l'incremento dei parti senza dolore negli ospedali. Altri paesi hanno invece fatto la scelta di incentivare i parti naturali rivalorizzando la figura dell'ostetrica, sia pure ospedaliera. Chissà che l'arrivo in massa di giovani donne immigrate, che da molto meno tempo di noi non partoriscono accovacciate, non contribuisca a farci trovare un giusto mezzo tra la tutela della salute e la pienezza della vita?”.

Considerazioni a margine:

1. Stiamo accettando tutti, donne e uomini, madri e padri, pazienti e medici, che la gravidanza diventi una nuova malattia, se ne creano tante, anche questa può stare nel numero. Nessuna obiezione a che gravidanza e parto siano controllati medicalmente, ma da qui a dire che sono patologici secondo me ce ne passa.

2. In questo quadro, s’inseriscono necessità e pressioni che non hanno nulla a che fare con quelle della nascita e neppure con quelle della medicina: ad esempio, garantire un parto in un momento poco fastidioso che, naturalmente, non è quello migliore per il bambino e per la madre.

3. Donne di altre culture che vengono a vivere da noi e con noi riescono a resistere meglio alle pressioni del sistema ospedaliero e continuano a fare quello che si sentono: questa è l’intuizione sull’anomalia di inizio anno che la lettrice dell’Espresso ci propone e che credo andrebbe un po’ indagata.

Sulla creazione di nuove malattie, consiglio di leggere ad esempio “Vendesi malattie” di Massimo Ferrario, su Jekyll, mentre sulla comunicazione tra medico italiano e paziente migrante è molto interessante lo studio di Pellegrino e Zilocchi, nel volume “La stella nova” (a cura di Pitrelli e Sturloni), pubblicato da Polimetrica nel 2005.