
Oggi sono vent'anni senza Primo Levi, ma preferisco comunque pensarli come vent'anni con Primo Levi: letto e riletto, stimolante e divertente, umano e scientifico, due culture in un uomo solo. Per me è una delle figure più vive che ci siano. Nonostante il salto. Anche per il salto. Forse proprio per il salto.
Questa mattina ho ricevuto un bel mail dal mio amico Luciano Celi. Credo sia un modo vivissimo per festeggiare questi vent'anni. Eccovelo:
D'accordo: La strada di Levi è un film di Davide Ferrario. La mia di ieri dovrebbe titolarsi La strada "per" Levi. Scappo apposta da Massa, il giorno in cui ricorre il 62esimo anniversario della sua liberazione, perché mi piacerebbe assistere alle letture che Moni Ovadia farà gratuitamente al Cinema Massimo, sotto la Mole, alle 21 (allego la locandina). Cerco di essere lì il prima possibile, ma via Montebello è già divisa in due da una fiumana di gente che, paziente, attende. Mollo la moto, mentre rifletto sul fatto che è da domenica che in pratica faccio code: per andare a Massa, il giorno di Pasqua. Per tornare su a Torino oggi e ora qui. Arrivo che aprono le porte del cinema e la fila, che ancora continua a comporsi rapida e regolare dietro di me, segue l'andamento temporale della carica del condensatore: all'inizio sembrano poter entrare tutti e tutti ci avviamo con un passo svelto, poi il passo rallenta sempre più, come il condensatore che satura e via via la curva diventa asintotica, fino all'arresto.
Nel frattempo arriva accompagnato su un'auto se non blu, almeno scura e d'ordinanza, il sindaco di Torino che, noncurante della fila, si avvia spedito verso la porta, mentre qualcuno dietro di me lo apostrofa tra il serio e il faceto, con un "Signor sindaco, la fila è da questa parte!". Ovviamente Chiamparino non presta attenzione e prosegue per la sua strada. Decisamente meno tortuosa e affollata della nostra.
Arrivato a una ventina di persone dalle porte, il serpentone si blocca definitivamente, il condensatore-sala cinematografica è saturo, ma rimaniamo composti in fila perché il personale del cinema ci dà ancora qualche speranza, mentre l'attore viene fuori e scambia affabile qualche battuta, sotto i flash di qualche fotografo e una telecamera Rai.
Poi nell'ultimo quarto d'ora ha inizio l'odioso italico modo di fare, dove qualcuna dello staff, riconoscendo qua e là, tra gli anonimi volti della folla, qualche amico-parente-cugino-amante o checcacchio ne so io, lo pinza e gli dice "scusa, ma non avevi la prenotazione?" e senza attendere una risposta imbarazzata e a rischio linciaggio "dai, su, vieni...".
Una, due, tre volte. Poi qualcuno si spazientisce e comincia a brontolare: si sa qualche atomo, dopo un tempo t, continua comunque a migrare. Meno male che le letture sono da I sommersi e i salvati! Ci sentiamo - e sono in buona compagnia - presi un po' per il culo. Così qualcuno fa compostamente le sue rimostranze, per scoprire che non esiste nessuna "lista di prenotazione", essendo lo spettacolo gratuito e ad esaurimento posti.
Moni Oviadia, che già aveva subodorato un po' di malcontento, torna fuori poco prima dell'inizio, con il testo di Levi in mano. Lo circondiamo affettuosamente: ci sorride e ci bendispone, spiegandoci che per il cinema è un problema di sicurezza. Qualcuna delle signore in coda, che ha accusato particolarmente la soperchieria, gli spiega il fatto delle prenotazioni. Qualcun altro propone di fare lo spettacolo proprio lì fuori. Io, che mi trovo lì davanti, aggiungo, a presa in giro, che potremmo far istallare al volo un maxischermo dentro, mentre lui sta fuori con noi. Sorride, rimane un po' interdetto pensando a una soluzione ragionevole e ci dice che davvero se siamo d'accordo possiamo ripetere la lettura lì fuori, visto che il cinema, con tutta probabilità, non darà la sala per il bis. Applaudiamo e lui torna dentro, non prima di aver chiesto che ore sono (le 21,05) e rinnovarci l'appuntamento a fra un'ora, aggiungendo che la sua "non è una promessa, ma un debito". Siamo contenti. Ne è valsa la pena. L'oretta passa veloce: faccio un'altra coda - questa breve - per un gelato di Fiorio, in via Po, che costituisce la mia cena. Torino resta Torino e dopo una cert'ora nisba, a meno di non entrare in un ristorante.
Alla fine, d'accordo con lo staff del cinema, si decide per fare il bis dentro. E' una versione ridotta, ma non meno bella e toccante. Non solo le parole di Levi, letto da Moni Oviadia sono belle, ma anche quelle di Walter Barberis, a commento. Parole e commenti che ci commuovono, nel ricordo di quella "angoscia del testimone" che divorò Primo Levi oggi, 11 aprile 1987, a Torino.
Usciamo insieme a lui, che vediamo contento della nostra presenza. Semplicemente, passandogli accanto prima di uscire, gli stringo la mano e dico, guardandolo negli occhi, "grazie". Lui mi rimanda il grazie e più stentoreo lo dice ancora a chi si trattiene, ringraziandoci per la pazienza e per l'attesa.
Esco definitivamente pensando a Primo Levi, a quanto ancora poco so di lui, della sua scrittura. A quanto sia necessario rileggere ancora le cose già lette e leggere ciò che non ho letto. Penso alla sua assenza, a cosa avrebbe potuto ancora dire, scrivere, testimoniare. Metto in moto e una strana calma mi assale. Torno a casa con il gas al minimo e la moto che borbotta imballata, godendomi il primo tepore di questa primavera metropolitana, contento di essere dove lui fu.
Luciano - Torino, 11 aprile 2007