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domenica 20 luglio 2008

Manifesto degli scienziati antirazzisti

In tempi di rom, impronte digitali, rumeni "tutti delinquenti", 13 milioni di italiani che possiedono armi legalmente, a me fa piacere che la Regione Toscana abbia chiesto a Marcello Buiatti di redigere un Manifesto antirazzista in occasione dei 70 anni della promulgazione delle leggi razziali, avvenuta nella Tenuta di San Rossore il 5 settembre 1938 dal re d’Italia Vittorio Emanuele III.

Io l'ho firmato.

Il manifesto PDF è qui, mentre per leggere direttamente il testo andate ad esempio qui.

domenica 8 giugno 2008

Donne e scienza: uno studio

Le donne continuano a essere molto limitate, diciamolo: discriminate, nella ricerca europea.

Con i Gender Action Plans (GAPs), un gruppo di ricerca finanziato dalla Commissione europea ha redatto un report sui problemi delle scienziate a partecipare pienamente alla ricerca accademica.

Simona Palermo, Elisabetta Giuffra, Valeria Arzenton e Maximiano Bucchi hanno scritto un questionario che tocca tanto gli aspetti personali che quelli professionali della vita dei ricercatori e l’hanno sottoposto a 143 scienziati (53,1% dei quali uomini).

Emerge che le ricercatrici sono preoccupate dal fatto che le posizioni preminenti nelle professioni scientifiche sono in mano agli uomini: 83 uomini su cento hanno una posizione stabile, a fronte di sole 56 donne su cento.

Simona Palermo sottolinea come “i risultati confermano che le donne partecipano pienamente alla ricerca nei primi passi della carriera scientifica, per poi abbassare le ambizioni e le aspettative professionali una volta che hanno dei figli”. E di questo sono consapevoli tanto i ricercatori (60%) quanto le ricercatrici (70%): combinare ricerca e maternità è la difficoltà.

Poi c’è la questione del potere: la ricerca è governata dagli uomini, potrebbe essere il titolo. Molte donne sono relegate in posizioni subordinate (75%) cosa che capita a molti meno uomini (33%). E così si diffonde la convinzione – soprattutto tra le ricercatrici – che le donne hanno meno possibilità di raggiungere posizioni di guida e gestione della ricerca, perché hanno una natura meno competitiva e soffrono di più a combattere per la carriera, dote che viene considerata tipicamente maschile.

Insomma, il problema – secondo questo studio – ha una dimensione orizzontale e una verticale. Da un lato, la maternità blocca la carriera in sé (e questo è più evidente in alcuni settori di ricerca nei quali le donne scarseggiano maggiormente), dall’altro la competitività limita fortemente un equo accesso al potere. Un risultato non dissimile dalla dimensione sociale che abbiamo studiato e presentato qui.

Letture consigliate: “Gender and Science”, Correspondence, EMBO reports 9, 6, 494–495, 2008. “Mujer y ciencia. La situación de las mujeres investigadoras en el sistema español de ciencia y tecnología”, FECYT, 2007.

giovedì 14 febbraio 2008

Climate Change Comedy Show

Se il 10 marzo passate per Southampton e avete 15 sterline da spendere, io proverei a passare una serata al Nuffield Theatre della locale università.

Andrà in scena il “The Lighter Side to Science and Climate Change Comedy Show” dell’attore, scrittore, ppresentatore ma soprattutto comico Marcus Brigstocke.

L’idea che si possa mettere in commedia il cambiamento climatico col dichiarato intento di far scompisciare dalle risate il pubblico mi sembra grandiosa.

Non si tratta di insegnare che cosa sia il cambiamento climatico e neppure di spiegarlo a quegli zucconi del pubblico ma piuttosto di farglielo entrare sotto la pelle, di farglielo assimilare. Perché l’importante non è sapere le cose l’importante è farle proprie. E saperle gestire anche in condizioni d’ignoranza.

Non poteva che venire dall’Inghilterra, forse, la proposta di immergersi nelle questioni climatiche con una risata e con “spudorata intelligenza”.

Sipario.

mercoledì 17 ottobre 2007

Anche in Inghilterra non c’è un solo pubblico

Gli inglesi sono antiscientifici?

È la domanda attorno alla quale, il 16 ottobre, ha lavorato l’ESRC (Economic and Social Research Council) nella cornice di una conferenza del programma “Scienza e società”. Il programma, nell’arco di sei anni e attraverso 45 progetti di ricerca, ha indagato molti aspetti della relazione tra scienza e società, nel senso più profondo.


Il professor Steve Rayner, che ha diretto il programma, ha dichiarato che “non è immediato concludere che il pubblico inglese sia antiscientifico. Il programma ha trovato scarsa evidenza di una cultura antiscientifica: ad esempio, come ovunque in Europa, il pubblico inglese è pronto a far sue le nuove tecnologie. Altro discorso invece è quello legato alla necessaria cautela e alla cultura del rischio, anche verso le questioni scientifiche, che deve essere comunicata al pubblico”.


Gli fa eco, Nick Pidgeon della Cardiff University e partecipante al programma: “Per assicurarci che ci sia una maggiore comprensione pubblica della scienza, specialmente nelle questioni controverse, dobbiamo prima acquisire maggior consapevolezza di come il pubblico si pone rispetto a questi temi. Una comunicazione unidirezionale sulle grandi questioni tra scienza e società (da mucca pazza agli ogm, dai cambiamenti climatici al nucleare, dalle nanotecnologie alle ricerche sugli embrioni) non funzione e deve essere sostituita da un approccio più integrato e inclusivo”.


Posso anche condividere le conclusioni ma ci sono due ipotesi iniziali implicite che mi lasciano qualche dubbio.


Non è così efficace – dal punto di vista della comprensione dei fenomeni sociali e in particolare della relazione tra scienza e (il resto della) società – ragionare nei termini del pubblico, al singolare. Ogni questione, ogni tema caldo, seleziona una varietà di pubblici che si relazionano con quella questione, con quel tema, in un modo peculiare e determinato dagli interessi di cui sono portatori. Cercare di capire le cose nei termini di un pubblico onnicomprensivo, è una semplificazione troppo grossolana e che rischia di portare a fraintendimenti notevoli.


Infine, l’obiettivo di avere una “maggiore comprensione pubblica della scienza”, per quanto apparentemente alto e nobile, è un obiettivo fittizio. La questione non sta nei termini della comprensione – che non può essere raggiunta se non in una forma molto approssimata e semplificata. Ma piuttosto in quelli della formazione di un consenso consapevole che si fonda su una certa prassi diffusa dell’uso del pensiero razionale. Elemento questo che viene molto prima del pensiero scientifico ma che è applicabile a contesti meno limitati e che permette di avvicinarsi anche a questioni controverse. E non solo in campo scientifico.


Perché alla fine, quello che serve è far crescere la consapevolezza e la partecipazione sulle questioni che interrogano scienza e (il resto della) società.


domenica 15 luglio 2007

Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio

Massimo Carlotto è uno che capisce l’Italia. L’Italia di oggi ma soprattutto, forse, l’Italia che sta per arrivare, quella di domani, dopodomani al massimo. Studia, e si vede!, l’ambiente, i dettagli e le particolarità di ogni suo libro.

Quello che è uscito quest’anno (Mi fido di te, Einaudi), l’ha scritto assieme a Francesco Abate. E i due devono aver messo le mani ben a fondo nel marcio delle nostre mense.

Della storia ovviamente taccio. Del contesto, basti sapere che la sofisticazione alimentare – quella dei nostri alimenti di tutti i giorni – è l’attività del protagonista che si cela dietro un raffinato ristorante da gourmet.

Mi fido di te vale più di tanti saggi sulla comunicazione del rischio. È pura scienza applicata alla pancia. E di pancia sono tutte le paure sui cibi “cattivi” che Abate&Carlotto ci mettono in circolo.

I noir di Carlotto normalmente li divoro, questo va riassaggiato per assaporarne il retrogusto, per abbandonare la banalità della vicenda del simpatico Gigi Vianello e godersi sino in fondo il mondo della vendita di alimenti, più o meno all’ingrosso, più o meno adulterati, più o meno controllati, che noi tutti mangiamo.

Scienza-tecnica-tecnologie alimentari-cibo-pancia-io è una di quelle catene che consapevolmente o meno abbiamo tutti in testa. E in genere dove c’è scienza c’è sospetto. Ad esempio, vale la proporzione bio:buono=ogm:cattivo.

Abate&Carlotto scardinano questa proporzione e spargono il sospetto su tutte le nostre tavole. Il veleno non serve che lo spargano, quello c’è già e ce lo mettono quelli che ci vendono il cibo.

Conclusione: se siamo ciò che mangiamo, dopo aver letto (e soprattutto riletto) Mi fido di te, sappiamo di essere delle merdacce.

martedì 19 giugno 2007

Le mamme filippine e il latte farmaceutico

Continua a colpi di creatività la lotta delle mamme filippine per l’allattamento materno e a sostegno delle norme che prevedono l’indicazione chiara che il latte farmaceutico è diverso da quello materno. Diverso nel senso di meno sano.
Questa volta non allattano in strada, ma manifestano a seno scoperto e dipinto, davanti alla Corte suprema a Manila.
Usano il corpo perché la maternità e l’allattamento sono fatti corporali, fisici, naturali, prima di tutto.
Ma lo usano perché il corpo è efficacissimo sui mezzi di comunicazione di massa.
Mi colpisce la fisicità come strumento a sostegno di una scelta scientificamente motivata, contro i soli(ti) interessi del profitto.
Vediamo come andrà a finire. Intanto le mamme filippine un risultato l’hanno già ottenuto: dal basso si sta muovendo una campagna di sensibilizzazione che sicuramente coinvolgerà le prossime neomamme, indipendentemente dalle scelte economiche – lanciare o meno una campagna pubblicitaria – o da quelle politiche – regolare o meno con una norma i comportamenti dei produttori.
Alla prossima manifestazione.

mercoledì 23 maggio 2007

23 maggio 1992

Ero stato in dipartimento tutto il giorno. Dovevo consegnare la tesi di laurea su “Invarianti integrali e misura” che avrei poi discusso l’8 luglio. Internet a quei tempi non era ancora così diffusa (ovviamente!) e le notizie viaggiavano ancora lente. Salivo dalla stazione dei treni verso casa, quando da una finestra aperta l’edizione speciale di un giornale radio annunciò la strage di Capaci.

Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro, Vito Schifani erano stati fatti saltare in aria con un bel tratto d’autostrada poco fuori Palermo, a Capaci per l’appunto.

In quegli anni, gli italiani, o almeno una bella fetta di italiani, sognavano una nuova stagione di giustizia: meno mafia, meno corruzione e meno tangenti. Non si voleva altro. Sappiamo tutti come è andata a finire. La primavera di Palermo e tangentopoli sono un ricordo se non addirittura un pezzo di storia. E la corruzione in questi quindici anni è diventata sempre più parte del sistema e della nostra vita. Sono peggiorati i costumi di tutti, in una certa misura anche degli onesti.

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Un ricordo della strage di Capaci su questo blog non è solo un dovuto omaggio a cinque persone che hanno dato la vita per tante cose che dovrebbero essere scontate e che non lo sono. È anche l’occasione per citare chi nei tribunali e nella giustizia fa uno sforzo di modernità e cerca di introdurre nuove visioni e nuovi strumenti in decisioni e sentenze che chiamano sempre più in causa la scienza e le sue interpretazioni.

Sugli esperti e sui periti, ha lavorato Licia Gambarelli che li ha intervistati e ascoltati, chiedendosi chi parla di scienza nei procedimenti giudiziari? A chi si rivolge? Quale informazione viene proposta e come viene comunicata alla corte e al pubblico? Tutti abbiamo in mente casi tragici come quello di Cogne, ma l’opinione pubblica non è sempre cosciente delle implicazioni tecnico-scientifiche che stanno dietro a una decisione o a una non-decisione.

Chi invece è ben cosciente di molte implicazioni è, ad esempio, Carlo Bui, Direttore dell'Unità per l'Analisi del Crimine Violento della Polizia Scientifica che ne ha parlato a “Matematica e cultura” nel marzo scorso. L’indagine scientifica è stata informata per troppo tempo dalla psicologia che è diventata una chiave di lettura privilegiata del criminale e delle sue azioni. Ora è necessario dare un ruolo anche ad altri strumenti scientifici, ad esempio arrivando a interpretazioni e letture statistiche di serie di crimini.

Insomma, la riflessione e l’innovazione anche dei metodi sono ben presenti nelle indagini e nelle sentenze. Ora serve che anche la società italiana torni a essere convinta che la giustizia è una priorità, che bisogna investirci risorse sufficienti, e soprattutto che bisogna lavorare sul piano dei costumi di noi tutti.

venerdì 4 maggio 2007

Fate come le mamme filippine!

Mi sono imbattuto nelle foto di una singolare manifestazione nelle Filippine: quasi quattro mila neomamme che tutte assieme allattano i loro bambini. Era già successo l'anno scorso, ed è stato record. Quest'anno non erano di più ma comunque quattro mila sono un bel numero di mamme.
L'allattamento collettivo vuole sensibilizzare sull'importanza vitale del latte materno. Vuole far crescere la consapevolezza che l'allattamento al seno è un investimento sulla salute e una barriera contro le malattie e la mortalità infantile.
La manifestazione vale più di mille parole, più di cento campagne di pubblicità progresso. Ha la forza delle immagini vive e della testimonianza attiva. Le donne filippine che allattano tutte assieme hanno lo sguardo di chi sa di essere in prima linea, trasudano orgoglio e decisione. Sono più militanti per una giusta causa che tenere mammine.
Sono protagoniste al centro di uno dei conflitti tra scienza ed economia, o detto più schiettamente tra scienza e ricerca del profitto. E con la propria scelta individuale ("io allatto"), si mettono al fianco dei veri portatori d'interesse di questa vicenda: i neonati.
Al di là del ruolo dei quaranta ospedali promotori, la manifestazione e le foto mostrano la spinta dal basso per conquistare e diffondere la consapevolezza in una scelta fondata e provata. C'è partecipazione e voglia di esserci. C'è la presa di posizione su una questione che la scienza ha elaborato e che deve essere calata nel vivo della carne della società. C'è lo scontro con chi nasconde le ragioni du tutti dietro il proprio profitto.
C'è la società che va incontro alla scienza e la fa sua. Col corpo oltre che con la mente.

martedì 1 maggio 2007

Proposta: il 29 febbraio giorno dei precari

Oggi è il giorno dei lavoratori, perché il lavoro è un fondamento della nostra società. L’alternativa è la legge del più forte, non un granché come alternativa. Il lavoro dovrebbe premiare chi c’è, chi fa, chi sa. Non sempre è così, spesso il più forte continua a prendersi il meglio.

Così forse dovremmo dedicare un altro giorno ai precari: per analogia, il giorno più precario dell’anno è il 29 febbraio. L’esistenza stessa dei precari ha due facce. Una è quella del più debole che soccombe al più forte. Ed è una faccia particolarmente truce, che oggi prende sempre più spesso le fattezze dell’anziano che ruba le opportunità al giovane – e non parlo di noi quarantenni, ma di chi è giovane davvero e che di opportunità ne vedrà ben poche. Ma è anche la faccia di chi deve accettare un lavoro senza nessuna sicurezza – da quella che causa la morte o garantisce la vita, a quelle meno importanti ma niente affatto trascurabili: niente mobbing, niente licenziamenti arbitrari ecc. ecc. Tutto fa pensare che avremo una società sempre più divisa tra garantiti e non garantiti. I primi hanno diritti, gli altri no. I primi sono stabili, gli altri precari.

Il mondo della scienza da parte sua è pieno di figure precarie, dentro e fuori la ricerca: ricercatori, tecnici, bibliotecari, redattori, animatori museali, praticanti giornalisti, collaboratori radiotelevisivi. E via enumerando. Più la ricerca si apre alla società, più il numero dei garantiti si restringe, i posti rimangono vacanti, i progetti vengono portati avanti da esterni, magari pieni di titoli e di qualità, ma sprovvisti di ogni stabilità e prospettiva futura.

Il rischio è che la linfa, l’energia vitale, l’entusiasmo siano relegate dalla comunità scientifica a una posizione neanche di secondo piano ma proprio subordinata, tollerata. E di conseguenza, l’entusiasmo, l’energia e la linfa verranno a mancare. Non è un problema di destini individuali, è un problema di comunità che vuole crescere o che preferisce invecchiare. E comunque, anche sul piano dei destini individuali: perché dovrebbero essere i venti-trentenni a pagare il costo di un mondo del lavoro che non sa stare in piedi, che non sa valorizzare le proprie qualità e penalizzare chi spreca risorse? Perché devono assistere in silenzio all’invecchiamento di strutture essenziali per lo sviluppo del Paese (quali la ricerca e l’alta formazione) solo perché in Italia tutti prima o poi devono diventare professori ordinari, incuranti del fatto che l’università e la ricerca non si fanno con i soli ordinari?

Per la cronaca l’altra faccia del precariato, quella pulita, ha il sorriso di chi sceglie di essere flessibile per cambiare, mettersi in gioco, rischiare per crescere, perché spesso in Italia le protezioni sono anche limitazioni. Ma è una faccia che rischia di essere, nel migliore dei casi, specchietto per le allodole. Nel peggiore una fregatura. E in ogni caso funziona per pochissimi individui che possono affrontare il lavoro dall’alto di una posizione personale solida – per qualità individuali, patrimonio famigliare, rete sociale di sostegno ecc. ecc. –, insomma, tutt’altro che la regola. Ed è difficile immaginare che il numero di quanti scelgono la precarietà per mettersi in gioco non continui a essere residuale (ma forse questi, chiamiamoli liberi professionisti e non precari, dal momento che anche i nomi hanno il loro peso). Il fenomeno di massa è l’altro ed è un fenomeno che ruba il futuro a generazioni di giovani; che garantisce posizioni a chi giovane non è ma non vuole farsi da parte per occupare un ruolo più defilato nella società.

lunedì 16 aprile 2007

Uno straccio di laicità

“Siamo tutti divorziati (e aspettiamo la comunione), siamo tutti conviventi, siamo tutti gay, siamo tutti credenti e tutti laici. Ma vogliamo che lo stato sia laico. Contro lo scontro di civiltà. Contro la campagna vaticana martellante, pesante e volgare, giorno dopo giorno che iddio mette in terra. A questa volontà scientifica di provocazione, laici e credenti (uniti nella lotta) rispondono in maniera pacifica, brillante, simpatica, e nonviolenta”, dicono quelli di ControRadio di Firenze e di Radio Città del Capo di Bologna.

Pensiamoci un po’ tutti assieme. Cosa faremmo senza un po’ di laicità? Staremmo un po’ peggio. Ci sentiremmo (ancora) più osservati, giudicati, valutati. Con gli occhi, i giudizi e i metri degli altri – non con quelli di tutti. “Mai più senza” titolava anni fa una delle sue rubriche Cuore (sempre sia lodato!). Là si parlava di oggetti rinunciabilissimi. Qui del più irrinunciabile tra tutti. Senza un po’ di laicità, saremmo meno liberi, meno pacifici, meno disposti a convivere con gli altri (ma lo sanno gli italiani che oggi quella cattolica non è più l’unica religione – lo è mai stata?), meno belli, colti e divertenti. Meno liberi di conoscere, pensare, dubitare.

Credo che oggi ci sia una minoranza, anche un po’ triste, abbattuta, scornata che vuole limitare la nostra laicità. Ha diritto di lottare per le sue idee, non di mettere a tacere le mie. È la minoranza, unica al mondo!, di quelli che dichiarano di andare a messa ogni domenica al 21% e poi lo fanno solo al 17%. Ma vi rendete conto della loro difficoltà: è più importante mentire a un sondaggio che andare veramente in chiesa. Capisco che vogliano spazio, ma non hanno diritto ad averne più di quello che la Costituzione e la democrazia riconosce loro.

Ma pensiamo al futuro e chiediamoci invece: cosa faremmo con un po’ di laicità in più? Staremmo un po’ meglio. Ci sentiremmo (finalmente) meno osservati, giudicati, valutati. E lo saremmo con gli occhi, i giudizi e i metri di tutti. Con un po’ di laicità saremmo più liberi, pacifici, disposti a convivere con gli altri (nelle case, nelle chiese, nelle città). Saremmo più belli, colti e divertenti. Spenderemmo meno in oroscopi e terni al lotto pe dedicarci un po’ di più a conoscere, pensare, dubitare.

Io questo straccio lo voglio.

mercoledì 11 aprile 2007

Vent'anni Levi


Oggi sono vent'anni senza Primo Levi, ma preferisco comunque pensarli come vent'anni con Primo Levi: letto e riletto, stimolante e divertente, umano e scientifico, due culture in un uomo solo. Per me è una delle figure più vive che ci siano. Nonostante il salto. Anche per il salto. Forse proprio per il salto.
Questa mattina ho ricevuto un bel mail dal mio amico Luciano Celi. Credo sia un modo vivissimo per festeggiare questi vent'anni. Eccovelo:

D'accordo: La strada di Levi è un film di Davide Ferrario. La mia di ieri dovrebbe titolarsi La strada "per" Levi. Scappo apposta da Massa, il giorno in cui ricorre il 62esimo anniversario della sua liberazione, perché mi piacerebbe assistere alle letture che Moni Ovadia farà gratuitamente al Cinema Massimo, sotto la Mole, alle 21 (allego la locandina). Cerco di essere lì il prima possibile, ma via Montebello è già divisa in due da una fiumana di gente che, paziente, attende. Mollo la moto, mentre rifletto sul fatto che è da domenica che in pratica faccio code: per andare a Massa, il giorno di Pasqua. Per tornare su a Torino oggi e ora qui. Arrivo che aprono le porte del cinema e la fila, che ancora continua a comporsi rapida e regolare dietro di me, segue l'andamento temporale della carica del condensatore: all'inizio sembrano poter entrare tutti e tutti ci avviamo con un passo svelto, poi il passo rallenta sempre più, come il condensatore che satura e via via la curva diventa asintotica, fino all'arresto.
Nel frattempo arriva accompagnato su un'auto se non blu, almeno scura e d'ordinanza, il sindaco di Torino che, noncurante della fila, si avvia spedito verso la porta, mentre qualcuno dietro di me lo apostrofa tra il serio e il faceto, con un "Signor sindaco, la fila è da questa parte!". Ovviamente Chiamparino non presta attenzione e prosegue per la sua strada. Decisamente meno tortuosa e affollata della nostra.
Arrivato a una ventina di persone dalle porte, il serpentone si blocca definitivamente, il condensatore-sala cinematografica è saturo, ma rimaniamo composti in fila perché il personale del cinema ci dà ancora qualche speranza, mentre l'attore viene fuori e scambia affabile qualche battuta, sotto i flash di qualche fotografo e una telecamera Rai.
Poi nell'ultimo quarto d'ora ha inizio l'odioso italico modo di fare, dove qualcuna dello staff, riconoscendo qua e là, tra gli anonimi volti della folla, qualche amico-parente-cugino-amante o checcacchio ne so io, lo pinza e gli dice "scusa, ma non avevi la prenotazione?" e senza attendere una risposta imbarazzata e a rischio linciaggio "dai, su, vieni...".
Una, due, tre volte. Poi qualcuno si spazientisce e comincia a brontolare: si sa qualche atomo, dopo un tempo t, continua comunque a migrare. Meno male che le letture sono da I sommersi e i salvati! Ci sentiamo - e sono in buona compagnia - presi un po' per il culo. Così qualcuno fa compostamente le sue rimostranze, per scoprire che non esiste nessuna "lista di prenotazione", essendo lo spettacolo gratuito e ad esaurimento posti.
Moni Oviadia, che già aveva subodorato un po' di malcontento, torna fuori poco prima dell'inizio, con il testo di Levi in mano. Lo circondiamo affettuosamente: ci sorride e ci bendispone, spiegandoci che per il cinema è un problema di sicurezza. Qualcuna delle signore in coda, che ha accusato particolarmente la soperchieria, gli spiega il fatto delle prenotazioni. Qualcun altro propone di fare lo spettacolo proprio lì fuori. Io, che mi trovo lì davanti, aggiungo, a presa in giro, che potremmo far istallare al volo un maxischermo dentro, mentre lui sta fuori con noi. Sorride, rimane un po' interdetto pensando a una soluzione ragionevole e ci dice che davvero se siamo d'accordo possiamo ripetere la lettura lì fuori, visto che il cinema, con tutta probabilità, non darà la sala per il bis. Applaudiamo e lui torna dentro, non prima di aver chiesto che ore sono (le 21,05) e rinnovarci l'appuntamento a fra un'ora, aggiungendo che la sua "non è una promessa, ma un debito". Siamo contenti. Ne è valsa la pena. L'oretta passa veloce: faccio un'altra coda - questa breve - per un gelato di Fiorio, in via Po, che costituisce la mia cena. Torino resta Torino e dopo una cert'ora nisba, a meno di non entrare in un ristorante.
Alla fine, d'accordo con lo staff del cinema, si decide per fare il bis dentro. E' una versione ridotta, ma non meno bella e toccante. Non solo le parole di Levi, letto da Moni Oviadia sono belle, ma anche quelle di Walter Barberis, a commento. Parole e commenti che ci commuovono, nel ricordo di quella "angoscia del testimone" che divorò Primo Levi oggi, 11 aprile 1987, a Torino.
Usciamo insieme a lui, che vediamo contento della nostra presenza. Semplicemente, passandogli accanto prima di uscire, gli stringo la mano e dico, guardandolo negli occhi, "grazie". Lui mi rimanda il grazie e più stentoreo lo dice ancora a chi si trattiene, ringraziandoci per la pazienza e per l'attesa.
Esco definitivamente pensando a Primo Levi, a quanto ancora poco so di lui, della sua scrittura. A quanto sia necessario rileggere ancora le cose già lette e leggere ciò che non ho letto. Penso alla sua assenza, a cosa avrebbe potuto ancora dire, scrivere, testimoniare. Metto in moto e una strana calma mi assale. Torno a casa con il gas al minimo e la moto che borbotta imballata, godendomi il primo tepore di questa primavera metropolitana, contento di essere dove lui fu.

Luciano - Torino, 11 aprile 2007

giovedì 29 marzo 2007

La pubblica amministrazione comprerà verde

L’Enea è il partner italiano del portale per gli "Acquisti Verdi" in Europa.
Sembra incredibile ma gli acquisti della pubblica amministrazione in Italia rappresentano il 17% del Pil. Così, un orientamento a favore dei prodotti che possono ridurre i consumi di energia e salvaguardare l'ambiente costituisce un forte impulso per il mercato e un esempio virtuoso per i consumatori. E può diventare un volano anche per i privati.
Così l’Enea, assieme ad altre dieci realtà europee, si fa promotrice di un portale che offra beni e servizi secondo standard di qualità, di prezzo ma anche di rispetto ambientale.
Il dialogo sul rispetto dell’ambiente, l’educazione del cittadino, la diffusione di comportamenti sostenibili si fondano non solo sull’esempio ma su reali e concrete buone pratiche. E la concretezza del 17% del Pil può farsi sentire e mettere sul piatto della bilancia tutto il suo peso.
Il portale è anche un luogo di scambio di suggerimenti e di diffusione di esempi perché per smuovere la pubblica amministrazione, non solo in Italia!, bisogna mostrare che altri hanno fatto la stessa scelta, con successo. Altrimenti l’inerzia è troppa.
L’idea è che, una volta messa in moto la pubblica amministrazione, nuovi mercati si apriranno e nuovi costumi negli acquisti saranno possibili.
Può essere un caso concreto di incontro tra la scienza e la società sul terreno caldissimo dei consumi, dell’inquinamento e della sostenibilità delle nostre scelte.

martedì 20 marzo 2007

Torino Città europea della scienza, nel 2010

Euroscience è l’organismo di Strasburgo che lavora per una società europea forte e aperta a scienza e tecnologia. È un’associazione indipendente che mette assieme scienziati e istituzioni interessate alla conoscenza scientifica di oltre quaranta paesi: il dialogo, il confronto e la cooperazione sono gli strumenti per rafforzare la società europea. L’uso responsabile della scienza da parte dei ricercatori è il primo passo da compiere.

Il principale momento di dialogo, confronto e cooperazione che Euroscience mette in campo è l’Euroscience Open Forum.

La prossima edizione, quella del 18-22 luglio 2008, si terrà a Barcellona, le prime due sono state a Stoccolma e a Monaco di Baviera. E qualche settimana fa Euroscience ha ufficializzato la sede per il forum del 2010 che sarà Torino.

Il capoluogo piemontese ha avuto la meglio su Copenhagen, Parigi e Wroclaw. E così dal 2 al 7 luglio 2010, la scienza europea si darà appuntamento in Piemonte. Convegni, mostre, spettacoli, seminari, workshop faranno dialogare i ricercatori tra loro ma soprattutto con i cittadini d’Europa.

Una delle carte vincenti della candidatura torinese è stato il progetto di un’edizione che esca dalla città e preveda iniziative e attività in giro per l’Europa, offrendo così un’opportunità ancora più ampia di dialogo tra cittadini europei e comunità scientifica.

L’altra è la scommessa di investire in scienza e tecnologia per rilanciare la regione ma, idealmente, anche l’Italia e l’Europa stessa. L’obiettivo è dare concretezza all’idea di un’economia basata sulla conoscenza che, nello specifico, serva a trasformare Torino da città dell’industria automobilistica a città della conoscenza e della scienza.

Insomma, ESOF2010 vuole essere un’occasione ulteriore per Torino ma vuole anche acquisire una valenza simbolica per tutta l’Europa, che potrà avere un ruolo di leader mondiale solo puntando sulla conoscenza e sulla capacità d’innovare.

L’auspicio è tutto nello slogan della candidatura che recita “passion for science”. Senza scienza non c’è innovazione e senza passione non c’è scienza.

venerdì 16 marzo 2007

Il 24 marzo è lo ShutDownDay: non leggete questo blog

Forse si tratta di risparmio, forse di una disperata ribellione, probabilmente è un sano esperimento di igiene per la mente, e per il corpo.

Oggi pensiamo che le persone senza computer possano trovare la vita particolarmente complicata, se non addirittura impossibile. Siamo abituati ad averli dappertutto. Sul posto di lavoro, a casa, per prelevare i soldi, per entrare e uscire dall’autostrada, per prenotare esami medici, spettacoli, viaggi.

Ma se ne facessimo a meno per un solo giorno, potremmo comunque farcela?

La proposta è di tenerli tutti spenti sabato 24 marzo.

Spegni il tuo computer durante questo giorno.

Puoi sopravvivere per 24 ore senza un computer?

E sabato 24 non leggere questo blog!

In tanti aderiscono e il sito dell’iniziativa vanta ormai versioni in 13 lingue. Il paradosso è proprio questo: per fare dello ShutDownDay un’iniziativa condivisa, usiamo la rete. Ma tant’è, in questi tempi un po’ paradossali e molto digitali.

Nella versione italiana del sito, il forum è ricco di buone intenzione. Eccovi qualche assaggio:

“Vado in montagna a farmi un giro”.

“Quel giorno lavoro...la sera sarà dura non schiacciare il bottoncino di accensione del PC, ma resisterò e andrò a fare una passeggiata, oppure guarderò un film in compagnia in tv, oppure andrò al cinema, di alternative ce ne sono molte!”

“Vado a farmi una bella arrampicata”.

“Non so cosa farò, ma devo farcela”.

“Dormo fino a ore 12, vogo un'ora su C2, doccia, 2 toasts, alle 15 vado da mio padre con decoder a vedere la Juve... accidenti gioca domenica 25 col Napoli... accendo l'imac... no! esco a fare shopping con mia moglie. Rientro ore 19:30. Cena. Ma domani...”

“Se puode far, è sabato...”

“Come tutti i fine settimana farò a meno del pc e mi dedicherò ad attività all'aria aperta (molto meglio!!!)”

“Sarò a sciare....yuppiiii!!!!”

“Yesss ma se poi ci si trova meglio senza?!?!?”

“Mi piacerebbe fare shutdown di tutti i server che amministro, ma poi ci vorrebbero 2000 anni di lavoro forzato per rifondere quanto avrei fatto perdere ... solo il portatile allora, e darò il 100% a mia moglie e alla mia bimba”.

“Bè semplice, quello che ho sempre fatto fino all'avvento di Commodore64 e Spectrum... andare in giro in bici, qualche passeggiata, bricolage.... vado avanti?! ;)”

“Penso mi dedicherò agli amici, magic: the gathering e lettura... ma non so ancora”.

“Io col computer praticamente ci convivo. Quel giorno? sarò di giorno in giro per appuntamenti da clienti (senza computer) di sera mi leggerò un bel libro...”

Insomma, ci sarà un sacco di gente che starà all’aria aperta e si dedicherà a qualcosa di più movimentato e meno sedentario.

Io ci provo. E voi?

mercoledì 7 marzo 2007

Vero o falso?

Nel 2005 PLoS Medicine ha pubblicato un articolo di John Ioannidis dal titolo "Why most published research findings are false" che è stato scaricato 100.000 volte ed è diventato in breve tempo un successo.

Ora ne esce una rivisitazione: due articoli sempre su PLoS Medicine rilanciano il dibattito.

La tesi di fondo è che le ricerche pubblicate possono successivamente essere confutate sulla base di nuove evidenze che vengono scoperte. Nella scienza moderna, caratterizzata da un flusso molto ampio di nuove evidenze, questa confusione abbonda e il vecchio viene continuamente rimpiazzato dal nuovo. Leggere una ricerca pubblicata da qualche tempo può essere del tutto insicuro: le false scoperte rischiano di essere la maggioranza.

Oggi, Ramal Moonesinghe degli “US Centers for Disease Control and Prevention” dimostra, con due colleghi, che la verosimiglianza di una ricerca pubblicata aumenta nei casi in cui la scoperta viene replicata in molti altri studi. La replicazione, e non la sola replicabilità, è la pietra angolare dell’edificio scientifico e su di essa si fonda ogni possibile inferenza causale.

Nuovi ricercatori devono avanzare nuove ipotesi e testare quelle presenti sul campo. La prima è una strada battuta, la seconda richiede più lavoro metodologico e più capacità di interpretare l’evidenza di una ricerca. E l’interpretazione deve fare riferimento a tutte le versioni replicate della ricerca stessa.

Il secondo articolo, di Benjamin Djulbegovic (University of South Florida) e di Iztok Hozo (Indiana University Northwest) mette in luce il fatto che Ioannidis "non indica quando I risultati di una ricerca potenzialmente falsa possono essere considerati accettabili dalla collettività scientifica”.

La predisposizione a prendere una decisione sbagliata nell’accettare le ipotesi di ricerca dipende dalla resistenza o meno dei ricercatori ad accettare d’imbattersi in un risultato sbagliato.

“Ottenere un risultato assolutamente vero è impossibile e così la collettività deve implicitamente decidere quando un risultato meno che perfetto può diventare accettabile”.

Insomma, l’autorità di una singola pubblicazione vacilla e viene sostituita dalla sua collocazione in un flusso di altri risultati che la confermano o meno.

Non basta trovare buoni articoli ma bisogna anche conoscere il contesto in cui sono stati pubblicati e le ricerche successive che hanno generato.

martedì 13 febbraio 2007

La festa degli innamorati consapevoli

San Valentino è la festa, un po’ commerciale a mio parere, dell’amore, delle promesse e della passione. Tutto fa prevedere che in quei giorni ci sia un’esplosione di effusioni con tutto il corollario di comportamenti a rischio, malattie sessualmente trasmissibili e gravidanze indesiderate, soprattutto tra i teenager.

In quest'occasione, il Centro per la salute e gli stili di vita dell’Università di Coventry ha vinto un premio della British Accademy per uno studio da fare sulle pratiche di educazione sessuale e per cercare di capire il gap tra intenzioni e comportamenti nell’uso di contraccettivi tra i giovani dai 13 ai 18 anni.

Mentre l’85% degli adolescenti vuole usare un contraccettivo, alla prova dei fatti solo il 53% vi ricorre.

Pertanto, hanno ragionato all’Università di Coventry, non è tanto l’informazione a mancare, quanto una forte motivazione a non abbandonare le proprie buone intenzioni che vanno tradotte in fatti.

È necessario incrementare la cultura del “se… allora…” (se mi trovo in questa situazione, allora mi voglio comportare così) che in altri casi di prevenzione ha modificato comportamenti e dato ottimi risultati: uno dei casi di successo è l’auto esame del seno.

Il “se… allora…” è efficace proprio quando c'è da far prevalere un’intenzione positiva sulla propria salute, in competizione con altre intenzioni meno forti ma più facili da assecondare.

L’efficacia del “se… allora…” è data dalla possibilità di istillare delle prassi che diventano automatiche e quindi più seguite. Il che è per l’appunto agire sul piano dei comportamenti.

La sola informazione non è sufficiente, bisogna invece che siano proposte pratiche che permettano ai giovanissimi di rimanere fedeli alle proprie intenzioni.

E queste, secondo l’Università di Coventry, dipendono dalla possibilità di comunicare un minimo di consapevolezza del fatto che “se non si usano gli anticoncezionali, allora…”.