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venerdì 9 novembre 2007

Un'ERA d'interesse globale

La Commissione Europea insiste sulla strada dell’ European Research Area (ERA). L’obiettivo è di arrivare a un unico mercato europeo degli scienziati nel quale gli scambi professionali siano veloce e poco problematici: abbattimento delle frontiere burocratiche.

Su questa via, la Fondazione Europea delle Scienze ha messo in calendario una conferenza per i politici, i ricercatori, i manager della scienza – tanto pubblici quanto privati – allo scopo di farli interagire e confrontare i rispettivi punti di vista sull’idea stessa dell’ERA e sulle aspettative che gli operatori hanno a proposito delle ricadute sulla scienza europea.

Il commissario Potocnik ha richiesto che ci siano commenti e raccomandazioni su ERA e la Fondazione ha recentemente fatto avere il suo punto di vista. Da questo documento è nato il progetto della conferenza (“Is ERA a first step to GLOREA (Global Research Area)?”) che si terrà a Strasburgo i prossimi 28 e 29 novembre. Nello spirito della domanda, interverranno esperti dall’America e dall’Asia, perché ERA sta effettivamente diventando un soggetto politico-scientifico d’interesse globale.

Dal punto di vista della comunicazione e delle dinamiche interne alle comunità scientifiche, sarà interessante la discussione sulla peer review e la conseguente riflessione sugli strumenti di valutazione in un futuro sempre più globalizzato.

Così come è già di per sè interessante che la peer review venga inquadrata in un ragionamento sulla dimensione internazionale della politica scientifica.

C'è da sperare che ci s'incammini su una strada diversa da quella dell'impact factor e che la comunità scientifica europea inizi a riflettere sulla necessità di costruire parametri di valutazione chiari, coerenti e soprattutto pubblici.

mercoledì 17 ottobre 2007

La Lega Nord è contro il cervello della Montalcini

Leggo su Repubblica.it della proposta lanciata in conferenza stampa dal senatore Roberto Castelli.
"Eliminare gli stanziamenti ad hoc per la fondazione Ebri (European brain research institute) della senatrice a vita Rita Levi Montalcini": la proposta, messa nero su bianco con un emendamento al decreto legge che accompagna la manovra, è della Lega. Lo ha annunciato il capogruppo del Carroccio al Senato Roberto Castelli, nel corso di una conferenza stampa per presentare le modifiche alla Finanziaria. "E' un grande spreco - ha spiegato Castelli - ed un immorale mercimonio".
Non entro nel merito dello scontro politico Levi Montalcini-Storace-Napolitano-(Mastella), che ora si impreziosisce della partecipazione di Castelli e del gruppo della Lega Nord.
Mi viene da notare però che per polemiche, credo legittime, in seno alla politica, ora ci si spinge anche a dare patenti di serietà scientifica in Senato.
Mi chiedo cosa succederebbe se un qualche corso in Scienze politiche di una qualche autorevole università valutasse la democraticità dell'azione dei partiti. Già immagino gli allarmi per un "golpe degli intellettuali" o almeno dei professori.
Fatto sta che il gruppo della Lega Nord dichiara che "l'istituto San Raffaele di Milano è all'avanguardia nel campo della biotecnologia". Mentre mette in dubbio l'eccellenza dell'Istituto del quale la Levi Montalcini è presidente (credo) onorario.
Non mi sembra una procedura scientificamente fondata. E voglio sperare che si sollevi qualche voce dal San Raffaele per dire che l'eccellenza scientifica non si determina sulla base di scontri politici. E che il San Raffaele in questi scontri non ci vuole entrare. Neanche per ricevere i finanziamenti che la Lega Nord vuole dirottare da Ebri.

ps: da nordico e quindi osservatore interessato al fenomeno Lega, mi viene da notare che Ebri sta a Roma e San Raffaele a Milano. Ma sono sicuramente maligno.

lunedì 21 maggio 2007

Un manifesto anfibio fra scienziati e cittadini

Domenica 20 maggio a Fest abbiamo presentato il manifesto per un’alleanza fra scienziati e cittadini. Lo firmiamo in tanti - qui sotto ci sono le firme raccolte fino a mercoledì 16 – giovani e anfibi. Anfibi vuol dire che come individui e come firmatari tutti assieme stiamo dentro e fuori la ricerca, ci muoviamo sulle interfacce della relazione tra scienza e società, della scienza nella società.

Il testo del manifesto è questo:

“Siamo un gruppo di ricercatori e comunicatori della scienza che unisce alla pratica quotidiana del proprio lavoro un’attenta riflessione teorica sulle implicazioni economiche e culturali e sulle politiche di gestione dello sviluppo scientifico e tecnologico, nella convinzione che i rapporti tra scienza e società siano oggi un elemento cruciale per interpretare il mondo in cui viviamo.

Invochiamo il pieno riconoscimento delle esperienze e delle competenze maturate sul campo nell’ambito della comunicazione della scienza e degli studi sui rapporti fra scienza e società, che riteniamo essere parte integrante e necessaria per la formazione professionale dei comunicatori e dei ricercatori.

Sosteniamo il valore sociale, etico e politico delle pratiche partecipative ai processi decisionali che indirizzano lo sviluppo della scienza e della tecnologia. Siamo convinti che il rapporto tra scienza e società sia fertile solo con l’inclusione di tutti i saperi, siano essi esperti o profani. Per questo riteniamo necessaria la libera circolazione delle conoscenze e la loro riappropriazione da parte di ogni possibile fruitore.

Intendiamo favorire la creazione di un’alleanza, basata sul reciproco riconoscimento, fra scienziati e cittadini, per impedire che le scelte rilevanti sullo sviluppo della scienza e della tecnologia siano lasciate alla sola ragione economica o all’autoreferenzialità della classe politica e accademica. Perché ciò sia possibile, riteniamo necessaria la creazione di iniziative e luoghi dedicati a facilitare il dialogo tra scienziati e cittadini, sostenuti da investimenti pubblici: non si può affidare al solo privato un ruolo fondamentale di garanzia democratica.

Osteggiamo il ricorso sistematico a forme decisionali elitarie o monolitiche che soffocano la partecipazione dei cittadini; la privatizzazione del sapere, che ostacola la produzione di nuove conoscenze e il loro libero accesso; ogni forma di precarietà, che mortifica le professionalità e limita il confronto fra le diverse anime della società che producono, finanziano e comunicano la ricerca scientifica.

Chiediamo dunque che sia riconosciuto e valorizzato il ruolo di quelle nuove figure professionali “anfibie”, provenienti dal mondo della comunicazione e della ricerca, che attraverso il loro operato quotidiano, favorendo l’apertura di nuovi canali di dialogo fra scienza e società, sono chiamate a porre le basi di una cittadinanza scientifica su cui possa sorgere una società della conoscenza che noi vogliamo equa, aperta e democratica”.

Post post: dopo aver pubblicato questo post, ho ricevuto notizia di una presentazione molto più attraente e coinvolgente del manifesto. La trovate sul sito di Radiofest.

Firmatari fino a mercoledì 16 maggio: Angelo Adamo, Luigi Amodio, Alice Andreoli, Marta Annunziata, Luca Tancredi Barone, Andrea Bernagozzi, Claudia Bianchi, Giulia Bianconi, Denis Bilotta, Nunzia Bonifati, Luca Borsato, Vojko Bratina, Mauro Capocci, Luca Caridà, Laura Casiraghi, Yurij Castelfranchi, Paola Catapano, Chiara Ceci, Luciano Celi, Danilo Cinti, Chiara Cipollina, Daniela Cipolloni, Stefania Coluccia, Tullia Costa, Adalberto Costessi, Sabrina Dardano, Cristina D’Addato, Marika De Acetis, Francesco Paolo de Ceglia, Giulia de Martini, Valeria delle Cave, Riccarda d’Onofrio, Alessandro Delfanti, Flora Di Martino, Martha Fabbri, Michele Fabbri, Enrica Favaro, Emiliano Feresin, Elisa Frisaldi, Maria Teresa Gallo, Licia Gambarelli, Daniele Gouthier, Francesca Iannelli, Leonardo Lauciello, Lisa Lazzarato, Francesco Lescai, Davide Ludovisi, Simone Maccaferri, Francesca Magni, Andrea Mameli, Manuela Mantelli, Roberto Manzocco, Federica Manzoli, Valeria Mapelli, Raffaella Marconi, Angelo Mastroianni, Beatrice Mautino, Valentina Murelli, Vincenzo Napolano, Nicola Nosengo, Demis Paolucci, Maurizio Pellegrino, Ilenia Picardi, Nico Pitrelli, Matteo Pompili, Gianluca Presta, Donato Ramani, Simona Regina, Francesca Riccioni, Walter Riva, Doriana Rodino, Francesca Rosati, Andrea Salemme, Stefano Sandrelli, Mauro Scanu, Tommaso Scarpa, Luca Sciortino, Luca Simeone, Angela Simone, Marina Semiglia, Davide Staffetta, Giancarlo Sturloni, Elisabetta Tola, Andrea Vico, Sabina Viezzoli, Erica Villa, Laura Viviani, Silvano Zipoli Caiani

lunedì 7 maggio 2007

Giornalismo, scienza e conflitti d’interesse

I risultati della ricerca scientifica sono importanti per la società. Possono determinare la salute delle persone – quali cure e a quale costo – le scelte dei consumi – acqua, cibo ed energia soprattutto – e così via. Possono influenzare le scelte politiche, le decisioni dei parlamenti, le azioni dei governi.

Così, oggi, la società cerca di avere gli strumenti per influenzare la scienza nella selezione dei campi di ricerca. È un fatto. Ma il peso di questo fatto cambia se ci limitiamo a influenzare i campi di ricerca o se vogliamo anche influenzare i risultati della ricerca stessa.

I cittadini hanno il diritto di dire agli scienziati: “studiate questo, studiate quello”, “vi finanziamo per questo e non per quello”. Ovviamente, anche in questo quadro i ricercatori devono avere le opportunità di fare ricerca non finalizzata, senza indicazioni esterne a quelle che emergono dalla ricerca in sé, non è neanche in discussione. I cittadini però non hanno il diritto di dire agli scienziati: “studiate quel che volete, l’importante è che arriviate qui, che questo obiettivo sia raggiunto”.

Il confine è sottile, ma c’è e deve essere mantenuto. Ed è un confine su cui in particolare lavorano i giornalisti e in generale i mass media. Per questo, all’Università di Copenaghen, il 1° giugno, l’Associazione danese dei giornalisti scientifici organizza una conferenza sul ruolo della scienza e del giornalismo scientifico in relazione alle pressioni politiche ed economiche.

È un’iniziativa che andrebbe sicuramente replicata in giro per l’Europa, e in particolare da noi in Italia.

venerdì 23 marzo 2007

Il valore della matematica

La matematica non è solo astrazione, è anche capacità di aggiungere valore: visione teorica, algoritmi efficienti, soluzioni ottimali sono opportunità concrete, pratiche che permettono di rendere le tecnologie e I risultati migliori e che aiutano i processi innovativi.

Il 20 marzo ne hanno parlato assieme a rappresentanti della Commissione e del Parlamento europei a Bruxelles, matematici provenienti da cinque paesi, raccolti dall’Associazione Leibniz, dall’Istituto Weierstrass e dall’agenzia polacca per le scienze PolSCA.

Ovviamente,la matematica con i modelli le simulazioni supporta la ricerca tecnologica: dalle diagnosi cardiovascolari ai semiconduttori, dalla metallurgia all’industria automobilistica.

Soprattutto, dice Juergen Sprekels, direttore dell’Istituto Weierstrass: “Le tecnologie essenziali stanno diventando sempre più complesse e il ciclo dell’innovazione sempre più rapido. Modelli matematici versatili offrono nuovi approcci per gestire la complessità”.

Insomma, la matematica non offre “solo” le equazioni, gli algoritmi e più in generale gli strumenti concettuali per affrontare i problemi. Piuttosto concorre a definire un modo di vedere le cose che permette di star dietro alla corsa dell’innovazione.

Non è una questione d’idee ma di cultura. La matematica infondo non fa altro che spingersi oltre nuove frontiere, gestire sempre nuovi problemi, e li gestisce fino a che questi non sono più problemi ma sono diventati conoscenze nuove.

Proprio quello che serve per una dinamica cultura dell’innovazione.

Senza la matematica rischiamo di non saper prendere le nuove decisioni che un mondo in evoluzione ci richiede.

mercoledì 21 febbraio 2007

Piombo nelle ali della ricerca

Mi sono sfogliato (online) la Relazione finale che il Comitato di Indirizzo per la Valutazione della Ricerca ha presentato l’8 febbraio 2007 sul triennio 2001-2003.

I prodotti della ricerca che il Comitato ha considerato sono articoli, libri, brevetti, manufatti e opere d’arte, progetti, performance, mostre ed esposizioni, risultati di valorizzazione applicativa e via scendendo nelle spire del burocratese.

La relazione mi sembra un po’ ottimistica: nel corso del triennio i prodotti aumentano del 36% - un po’ tantino. Nella produzione la fanno da padroni medici, fisici e biologi. Seguiti da: filologi e letterati, ingegneri, storici e filosofi, chimici, giuristi, economisti, matematici e informatici ecc. ecc.

Udite udite: il 76% dei prodotti è in inglese, il 22 in italiano e poi ci sono presenze di altre lingue.

Ciò che mi lascia veramente perplesso è la valutazione del livello di giudizio: 30% di eccellenti e 46% di buoni mi sembrano veramente un po’ troppo. Cosa vuol dire essere eccellente? E buono? E perché le due voci inferiori sono accettabile e limitato? Non c’è nulla di scadente? Io riscalerei un po’ in basso…

Un dato che sembra interessante, anche se andrebbe anch’esso un po’ riscalato, è quello che ci dice che tra i prodotti presentati da più enti gli eccellenti sono il 52% e i buoni il 39%. Come dire che collaborando la ricerca migliora. È un po’ la scoperta dell’acqua calda, ma forse bisognerebbe spingere la ricerca italiana in questa direzione, smorzando un po’ degli anacronistici localismi che ci portiamo dietro.

Ma veniamo alla divisione dell’Italia in nord, centro e sud e alle ovvie dolenti note. Al nord ogni ricercatore ha bisogno di 0,85 amministrativi; al centro di 1 e al sud di 1,25. A e sembrano sempre troppi ma quelli meridionali sono una vera e propria esagerazione. Infatti: a cosa dovrebbero servire gli amministrativi? Tra le altre cose ad attrarre altre risorse, altre rispetto a quelle che lo stato comunque dà. E qui vediamo che le cose non vanno affatto bene. Al nord per attrarre 1 euro le strutture devono averne 0,9 dallo stato. Al centro ne servono 1,32 e al sud 1,21. Come dire che essere di più non significa lavorare meglio – almeno per gli amministrativi della ricerca italiana.

E non va meglio se guardiamo i dati assoluti. I finanziamenti per progetti di ricerca per ricercatore passano dai 17.000 euro al nord ai 16.000 al centro ai 13.00 al sud.

Allora: va bene predicare il mitico 3% del PIL per la ricerca e denunciare che l’Italia è sempre lontana. Però bisognerebbe cominciare anche a pensare come snellire le macchine amministrative, gli apparati burocratici, le segreterie varie che mettono piombo nelle ali della ricerca.

Tra l’altro, dalla relazione sembra che meno sono gli amministrativi più è facile attrarre risorse non statali la cui scarsità è proprio uno dei talloni d’Achille del nostro Paese.

martedì 6 febbraio 2007

Nanodialogo

Lo sappiamo: introdurre nuove tecnologie nella società vuol dire prima di tutto dialogare con la società. In alternativa, i rischi sono le paure e le speranze immotivate, che prima o poi sfociano in controversie. Ma c’è di più: nuove tecnologie vuol dire nuove decisioni e quindi nuovi cittadini. Pertanto gli scienziati, i ricercatori, gli esperti hanno il ruolo, e il dovere, di dialogare con i cittadini per far crescere la consapevolezza reciproca.

Su questo hanno collaborato, nel progetto NanoDialogue, musei (Città della Scienza, Deutsches Museum, Univeseum AB, Ahhaa Science Centre) e università (Westminster) , associazioni (MQC2) e parchi scientifici (Barcelona), network (ECSITE) e fondazioni (Flanders Technology Internationa Foundation, Ciencia Viva, Centre de Culture Scientifique, Technique et Industrielle di Grenoble).

L’obiettivo del progetto è ragionare attorno a una domanda: a che punto siamo con le nanotecnologie? In che direzione stiamo andando?

Non si tratta tanto di far capire, anche se spesso c’è bisogno di far capire.

E neppure di convincere, perché le convinzioni sovradimensionate possono essere un boomerang.

Si tratta invece di far emergere quelli che saranno gli stakeholder del futuro e di riconoscere loro un ruolo mettendoli in relazione con i ricercatori e con tutti gli attori che si muovono intorno a questa nuova tecnologia e a tutto ciò che è nano-. Bisogna, insomma, costruire una rete, link per link.

E si tratta anche di studiare le forme di comunicazione che comunque ci sono e nelle quali gli esperti e i ricercatori non hanno un ruolo. La fiction scientifica spesso dà una visione drammatica delle nanotecnologie: nanocreature distruggono tutto quello che trovano sul loro cammino e si rivoltano contro i loro stessi creatori. Per quanto tutto ciò sia molto lontano dalla realtà anche solo dei laboratori di ricerca.

L’incontro tra vita e tecnologia può essere fertile di nuove opportunità o tremendo di nuove paure. Come prima cosa, comunque, va capito.

Lunedì 5 febbraio a Bruxelles, presso il Parlamento, una conferenza ha chiuso il progetto NanoDialogue che si è proposto di far partecipare, tutti assieme, scienziati, decisori e stakeholder in modo da costruire, tutti assieme, una strategia comunicativa che tenesse conto di tutti i punti di vista e che non fosse l’arma in mano di una parte ma piuttosto un’opportunità per tutti. Partecipanti: dall’Italia alla Svezia, dall’Estonia alla Francia alla Spagna, al Belgio, al Regno Unito alla Germania, al Portogallo.

In questo come in altri casi, il rapido sviluppo di nuove tecnologie genera controversie e prima ancora paure.

E allora la comprensione del nano-immaginario può aiutare a dialogare con la società e il dialogo può permettere di distinguere la fantasia dai fatti.

lunedì 29 gennaio 2007

Anno europeo per le pari opportunità (2)

A Berlino, il 30 e 31 gennaio 2007, c’è il vertice sulle pari opportunità per tutti. È il vero inizio dell’Anno europeo su questo tema caldo.
Vladimír Špidla, commissario europeo responsabile dell'Occupazione, degli affari sociali e delle pari opportunità ha dichiarato: “I risultati dell'indagine di oggi indicano chiaramente che il livello della discriminazione rimane alto per gli europei, che sono favorevoli all'adozione di misure più severe per combattere i pregiudizi, l'intolleranza e le diseguaglianze. Confido che il l'Anno europeo del 2007 sulle pari opportunità per tutti animerà un dibattito vivace sulla diversità, dando nuovo slancio e maggiore efficacia alla lotta contro la discriminazione."
In preparazione a quest’anno, l’Unione europea ha fatto un’indagine sulle discriminazioni in Europa.
I cittadini europei ignorano l’esistenza di norme antidiscriminazione. Però in quasi tutti i paesi dell’Unione, la maggioranza pensa che le persone di culture e provenienze etniche diverse arricchiscono la cultura nazionale.
Però, età, handicap e genere sono le maggiori cause di discriminazione quando si cerca un lavoro.
E le donne sono ancora troppo poche nelle posizioni di rilievo in politica e in genere nei ruoli decisionali nella società europea: lo pensa il 77% del campione.
Sarà interessante vedere, su questo specifico aspetto, quali iniziative e dibattiti ci saranno sulle donne nella scienza e sul solidissimo “soffitto di cristallo”.
Cercheremo di seguirle.