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domenica 8 giugno 2008

Donne e scienza: uno studio

Le donne continuano a essere molto limitate, diciamolo: discriminate, nella ricerca europea.

Con i Gender Action Plans (GAPs), un gruppo di ricerca finanziato dalla Commissione europea ha redatto un report sui problemi delle scienziate a partecipare pienamente alla ricerca accademica.

Simona Palermo, Elisabetta Giuffra, Valeria Arzenton e Maximiano Bucchi hanno scritto un questionario che tocca tanto gli aspetti personali che quelli professionali della vita dei ricercatori e l’hanno sottoposto a 143 scienziati (53,1% dei quali uomini).

Emerge che le ricercatrici sono preoccupate dal fatto che le posizioni preminenti nelle professioni scientifiche sono in mano agli uomini: 83 uomini su cento hanno una posizione stabile, a fronte di sole 56 donne su cento.

Simona Palermo sottolinea come “i risultati confermano che le donne partecipano pienamente alla ricerca nei primi passi della carriera scientifica, per poi abbassare le ambizioni e le aspettative professionali una volta che hanno dei figli”. E di questo sono consapevoli tanto i ricercatori (60%) quanto le ricercatrici (70%): combinare ricerca e maternità è la difficoltà.

Poi c’è la questione del potere: la ricerca è governata dagli uomini, potrebbe essere il titolo. Molte donne sono relegate in posizioni subordinate (75%) cosa che capita a molti meno uomini (33%). E così si diffonde la convinzione – soprattutto tra le ricercatrici – che le donne hanno meno possibilità di raggiungere posizioni di guida e gestione della ricerca, perché hanno una natura meno competitiva e soffrono di più a combattere per la carriera, dote che viene considerata tipicamente maschile.

Insomma, il problema – secondo questo studio – ha una dimensione orizzontale e una verticale. Da un lato, la maternità blocca la carriera in sé (e questo è più evidente in alcuni settori di ricerca nei quali le donne scarseggiano maggiormente), dall’altro la competitività limita fortemente un equo accesso al potere. Un risultato non dissimile dalla dimensione sociale che abbiamo studiato e presentato qui.

Letture consigliate: “Gender and Science”, Correspondence, EMBO reports 9, 6, 494–495, 2008. “Mujer y ciencia. La situación de las mujeres investigadoras en el sistema español de ciencia y tecnología”, FECYT, 2007.

sabato 8 marzo 2008

Per le donne e per autopromozione

Gapp è un progetto europeo che ha l’obiettivo di integrare un processo di ricerca sociale con lo sviluppo di nuove pratiche partecipative per incentivare l’avviamento alle carriere scientifiche i giovani e in particolare le ragazze. Punto di partenza è la comprensione degli atteggiamenti degli adolescenti di 15 e 16 anni verso la scienza, la tecnologia e le figure dello scienziato e del tecnologo.

Per questo, in ciascuno dei sei paesi europei partecipanti, è stato sviluppato un disegno di ricerca qualitativa articolato in otto focus group con studenti, insegnanti e genitori e dieci interviste in profondità a scienziati,amministratori e professionisti nel campo della scienza e della tecnologia.
Fra i primi risultati, emerge una sostanziale uguaglianza fra maschi e femmine nelle capacità di fare carriera o di diventare buoni ricercatori. Si conferma la propensione dei ragazzi verso le scienze dure e l’informatica e delle ragazze verso le scienze della vita.

In prospettiva storica, nell’ambito scientifico è molto calato il livello di pregiudizio anche solo rispetto a qualche decennio fa. Emerge invece la consapevolezza delle difficoltà che permangono nella società e che producono un serio svantaggio delle donne rispetto agli uomini: la carriera scientifica o tecnologica, almeno ai livelli più alti, implica una dedizione che ostacola la vita famigliare. Soltanto cambiamenti strutturali possono portare a un maggiore equilibrio, con interessanti differenze anche fra i paesi europei coinvolti nella ricerca.

Ps: come si evince facilmente sono autore dei rapporti del progetto che possono essere scaricati qui - di quelli italiani si trova anche la versione italiana.

martedì 19 giugno 2007

Le mamme filippine e il latte farmaceutico

Continua a colpi di creatività la lotta delle mamme filippine per l’allattamento materno e a sostegno delle norme che prevedono l’indicazione chiara che il latte farmaceutico è diverso da quello materno. Diverso nel senso di meno sano.
Questa volta non allattano in strada, ma manifestano a seno scoperto e dipinto, davanti alla Corte suprema a Manila.
Usano il corpo perché la maternità e l’allattamento sono fatti corporali, fisici, naturali, prima di tutto.
Ma lo usano perché il corpo è efficacissimo sui mezzi di comunicazione di massa.
Mi colpisce la fisicità come strumento a sostegno di una scelta scientificamente motivata, contro i soli(ti) interessi del profitto.
Vediamo come andrà a finire. Intanto le mamme filippine un risultato l’hanno già ottenuto: dal basso si sta muovendo una campagna di sensibilizzazione che sicuramente coinvolgerà le prossime neomamme, indipendentemente dalle scelte economiche – lanciare o meno una campagna pubblicitaria – o da quelle politiche – regolare o meno con una norma i comportamenti dei produttori.
Alla prossima manifestazione.

venerdì 4 maggio 2007

Fate come le mamme filippine!

Mi sono imbattuto nelle foto di una singolare manifestazione nelle Filippine: quasi quattro mila neomamme che tutte assieme allattano i loro bambini. Era già successo l'anno scorso, ed è stato record. Quest'anno non erano di più ma comunque quattro mila sono un bel numero di mamme.
L'allattamento collettivo vuole sensibilizzare sull'importanza vitale del latte materno. Vuole far crescere la consapevolezza che l'allattamento al seno è un investimento sulla salute e una barriera contro le malattie e la mortalità infantile.
La manifestazione vale più di mille parole, più di cento campagne di pubblicità progresso. Ha la forza delle immagini vive e della testimonianza attiva. Le donne filippine che allattano tutte assieme hanno lo sguardo di chi sa di essere in prima linea, trasudano orgoglio e decisione. Sono più militanti per una giusta causa che tenere mammine.
Sono protagoniste al centro di uno dei conflitti tra scienza ed economia, o detto più schiettamente tra scienza e ricerca del profitto. E con la propria scelta individuale ("io allatto"), si mettono al fianco dei veri portatori d'interesse di questa vicenda: i neonati.
Al di là del ruolo dei quaranta ospedali promotori, la manifestazione e le foto mostrano la spinta dal basso per conquistare e diffondere la consapevolezza in una scelta fondata e provata. C'è partecipazione e voglia di esserci. C'è la presa di posizione su una questione che la scienza ha elaborato e che deve essere calata nel vivo della carne della società. C'è lo scontro con chi nasconde le ragioni du tutti dietro il proprio profitto.
C'è la società che va incontro alla scienza e la fa sua. Col corpo oltre che con la mente.

martedì 30 gennaio 2007

Meno donne, meno Europa

Il Direttorato generale per la ricerca della Comunità europea ha rilasciato il rapporto 2006 “Donne e scienza”.

Certo, c’è qualche miglioramento rispetto alla precedente edizione (2003), ma la presenza femminile nelle professioni scientifiche è ancora troppo scarsa, e continua a esserci una disparità crescente man mano che le carriere avanzano.

Uno degli elementi di preoccupazione è che settori strategici nella cosiddetta Ricerca&Sviluppo – statistica, ingegneria e tecnologie informatiche – mostrano situazioni ancora più negative dell’andamento generale. Con danni che proiettano ombre scure sugli anni a venire: nel futuro prossimo, strategie, politiche e orientamenti saranno ancora poco paritarie, privando di fatto l’Europa di un’ampia fetta di risorse e di intelligenze.

Si tratta di un fatto molto grave nella prospettiva di chi vuole creare l’economia basata sulla conoscenza più dinamica al mondo.

Nelle professioni scientifiche le donne sono solo il 29% e il loro tasso di crescita continua a essere minore di quello maschile: la conseguenza inevitabile è che la forbice si apre ancora e che il divario aumenterà.

Ma il vero ventre molle dell’Europa è il settore privato che sulla carta dovrebbe, da qui al 2010, contribuire finanziariamente ai due terzi della ricerca europea. E che vede tra le sue file un misero 18% di ricercatrici.

Le carriere accademiche continuano a dirci di un’università che dovrebbe puntare all’innovazione e invece sceglie la conservazione. E che ovunque vede un predominio delle studentesse sugli studenti e un’inversione inesorabile che diventa sempre più marcata con il procedere delle carriere: lo stesso problema della ricerca è quindi presente anche nell’alta formazione.

Se è vero, ed è vero, che c’è un piccolo miglioramento dal rapporto 2003 e che il “soffitto di cristallo” si è leggermente alzato, non si può certamente valutare quest’innalzamento con soddisfazione. Non è quasi neanche un segnale positivo. Al massimo è l’inevitabile conseguenza di una sempre maggiore pressione che questa situazione assurda esercita sul sistema.

Credo e temo che non vedremo una reale inversione di questa tendenza, che vorrebbe dire, per anni, far accedere a tutte le carriere scientifiche più donne che uomini.

E questo, oltre a rendere l’Europa più ingiusta, la renderà anche meno competitiva, innovativa e culturalmente dinamica.

mercoledì 24 gennaio 2007

Quanti immigrati nascono a Capodanno

Vorrei rilanciare questo bell esempio di disease mongering. Il disease è la gravidanza, il contesto è la comunicazione medico paziente (con un interessante cortocircuito dovuto alle pazienti immigrate), la location è la notte di Capodanno negli ospedali italiani, ma probabilmente non solo nei nostri.

Una lettrice dell’Espresso scrive a Stefania Rossini:

“Cara Rossini, per giorni mi sono sorbita le notizie sui primi nati dell'anno, tutti figli di immigrati, e i commenti sugli italiani che fanno sempre meno figli. Sarà anche così, ma improvvisamente un'altra verità si è accesa nella mia mente come una lampadina di Archimede. La strana predisposizione dei bambini stranieri a vedere la luce nella notte di San Silvestro è solo un effetto collaterale della solita, cara "malasanità". Il cuore del problema non è nel numero degli immigrati, è nel momento della nascita: la notte di Capodanno. Un momento che nessun medico vorrebbe farsi rovinare da una partoriente, a meno che non gli tocchi il turno di guardia in ospedale. I bambini italiani "doc" non nascono con l'anno nuovo perché vengono seguiti da "medici di fiducia" che ripagano la fiducia delle gestanti facendo in modo che la nascita cada in un momento poco fastidioso: diciamo dal lunedì al venerdì, tra le nove e le cinque del pomeriggio. Ogni mamma italiana, me compresa, conosce frasi come: «C'è il rischio di sofferenza fetale, con un po' di ossitocina acceleriamo le cose», oppure «La testa non esce, facciamo un taglietto» (25 punti nella zona più sensibile del corpo!) fino al fatidico: «Si è bloccato tutto, passiamo in sala operatoria». Le donne straniere, invece, affrontano la gravidanza come facevano le nostre mamme. Dal medico ci si va solo se qualcosa va stono, e quando iniziano le doglie ci si presenta in ospedale. Anche se è la notte di San Silvestro”.

E la risposta di Stefania Rossini, fa eco alle preoccupazioni della lettrice: “La gravidanza come malattia, il corpo della donna come contenitore asettico di un prodotto-vita. È successo anche questo negli ultimi decenni. La sua intuizione su come vanno le cose la notte di Capodanno è verosimile. La donna occidentale affronta ormai la nascita di un figlio servita da un apparato medico e tecnologico che neutralizza non solo il dolore fisico, ma anche la fiducia nel proprio corpo e l'abbandono alle emozioni. La gravidanza è socialmente vista come una malattia da risolvere con tutti i mezzi tecnici a disposizione, compresi anestesie e tagli cesarei non indispensabili. E infatti il ministro Turco auspica, ritenendolo un grande salto di civiltà, l'incremento dei parti senza dolore negli ospedali. Altri paesi hanno invece fatto la scelta di incentivare i parti naturali rivalorizzando la figura dell'ostetrica, sia pure ospedaliera. Chissà che l'arrivo in massa di giovani donne immigrate, che da molto meno tempo di noi non partoriscono accovacciate, non contribuisca a farci trovare un giusto mezzo tra la tutela della salute e la pienezza della vita?”.

Considerazioni a margine:

1. Stiamo accettando tutti, donne e uomini, madri e padri, pazienti e medici, che la gravidanza diventi una nuova malattia, se ne creano tante, anche questa può stare nel numero. Nessuna obiezione a che gravidanza e parto siano controllati medicalmente, ma da qui a dire che sono patologici secondo me ce ne passa.

2. In questo quadro, s’inseriscono necessità e pressioni che non hanno nulla a che fare con quelle della nascita e neppure con quelle della medicina: ad esempio, garantire un parto in un momento poco fastidioso che, naturalmente, non è quello migliore per il bambino e per la madre.

3. Donne di altre culture che vengono a vivere da noi e con noi riescono a resistere meglio alle pressioni del sistema ospedaliero e continuano a fare quello che si sentono: questa è l’intuizione sull’anomalia di inizio anno che la lettrice dell’Espresso ci propone e che credo andrebbe un po’ indagata.

Sulla creazione di nuove malattie, consiglio di leggere ad esempio “Vendesi malattie” di Massimo Ferrario, su Jekyll, mentre sulla comunicazione tra medico italiano e paziente migrante è molto interessante lo studio di Pellegrino e Zilocchi, nel volume “La stella nova” (a cura di Pitrelli e Sturloni), pubblicato da Polimetrica nel 2005.

domenica 7 gennaio 2007

Il premio Ramanujan a una donna indiana


Ho più di una ragione per rilanciare questa notizia: parla di matematica, viene dall’Ictp che tra le altre cose è la sede del COSTIS e l’istituto di Paolo Budinich (sui quali ho scritto nel post precedente), è un segnale di attenzione per il lavoro delle ricercatrici e delle scienziate, risuona con una mia personale vicinanza all’India.

L’Ictp tra le altre cose assegna un certo numero di premi. Uno è intitolato al leggendario matematico indiano Ramanujan (che ha numero di Erdős 3, giusto per aggiungere un’altra mia ragione d’interesse) e va a giovani matematici di paesi in via di sviluppo. Insomma, è esattamente nello spirito dell’Ictp e di conseguenza cerca di sostenere la ricerca come efficace strumento di sviluppo.

La vincitrice, Ramdorai Sujatha, è al Tata Institute of Fundamental Research a Mumbat, India, dal 1985 e oggi è professore associato alla Scuola di Matematica di quell’istituto.
Ramdorai Sujatha lavora sulla teoria non-commutativa di Iwasawa, e in particolare ha collaborato con matematici quali Coates, Fukaya, Kato e Venjakob. Il premio riconosce il merito della sua riformulazione della principale congettura di questa teoria. Riformulazione che guida il grosso degli sforzi e dei tentativi in questo campo.


Di passaggio, Ramdorai Sujatha ha numero di Erdos uguale a 3, poiché ha scritto un articolo con John Coates che ne ha scritto un altro con Gorge Szekeres che ha numero di Erdos 1. Insomma, eguaglia Ramanujan al quale è intitolato il premio che lei ha vinto quest'anno.