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sabato 8 marzo 2008

Per le donne e per autopromozione

Gapp è un progetto europeo che ha l’obiettivo di integrare un processo di ricerca sociale con lo sviluppo di nuove pratiche partecipative per incentivare l’avviamento alle carriere scientifiche i giovani e in particolare le ragazze. Punto di partenza è la comprensione degli atteggiamenti degli adolescenti di 15 e 16 anni verso la scienza, la tecnologia e le figure dello scienziato e del tecnologo.

Per questo, in ciascuno dei sei paesi europei partecipanti, è stato sviluppato un disegno di ricerca qualitativa articolato in otto focus group con studenti, insegnanti e genitori e dieci interviste in profondità a scienziati,amministratori e professionisti nel campo della scienza e della tecnologia.
Fra i primi risultati, emerge una sostanziale uguaglianza fra maschi e femmine nelle capacità di fare carriera o di diventare buoni ricercatori. Si conferma la propensione dei ragazzi verso le scienze dure e l’informatica e delle ragazze verso le scienze della vita.

In prospettiva storica, nell’ambito scientifico è molto calato il livello di pregiudizio anche solo rispetto a qualche decennio fa. Emerge invece la consapevolezza delle difficoltà che permangono nella società e che producono un serio svantaggio delle donne rispetto agli uomini: la carriera scientifica o tecnologica, almeno ai livelli più alti, implica una dedizione che ostacola la vita famigliare. Soltanto cambiamenti strutturali possono portare a un maggiore equilibrio, con interessanti differenze anche fra i paesi europei coinvolti nella ricerca.

Ps: come si evince facilmente sono autore dei rapporti del progetto che possono essere scaricati qui - di quelli italiani si trova anche la versione italiana.

venerdì 9 novembre 2007

Un'ERA d'interesse globale

La Commissione Europea insiste sulla strada dell’ European Research Area (ERA). L’obiettivo è di arrivare a un unico mercato europeo degli scienziati nel quale gli scambi professionali siano veloce e poco problematici: abbattimento delle frontiere burocratiche.

Su questa via, la Fondazione Europea delle Scienze ha messo in calendario una conferenza per i politici, i ricercatori, i manager della scienza – tanto pubblici quanto privati – allo scopo di farli interagire e confrontare i rispettivi punti di vista sull’idea stessa dell’ERA e sulle aspettative che gli operatori hanno a proposito delle ricadute sulla scienza europea.

Il commissario Potocnik ha richiesto che ci siano commenti e raccomandazioni su ERA e la Fondazione ha recentemente fatto avere il suo punto di vista. Da questo documento è nato il progetto della conferenza (“Is ERA a first step to GLOREA (Global Research Area)?”) che si terrà a Strasburgo i prossimi 28 e 29 novembre. Nello spirito della domanda, interverranno esperti dall’America e dall’Asia, perché ERA sta effettivamente diventando un soggetto politico-scientifico d’interesse globale.

Dal punto di vista della comunicazione e delle dinamiche interne alle comunità scientifiche, sarà interessante la discussione sulla peer review e la conseguente riflessione sugli strumenti di valutazione in un futuro sempre più globalizzato.

Così come è già di per sè interessante che la peer review venga inquadrata in un ragionamento sulla dimensione internazionale della politica scientifica.

C'è da sperare che ci s'incammini su una strada diversa da quella dell'impact factor e che la comunità scientifica europea inizi a riflettere sulla necessità di costruire parametri di valutazione chiari, coerenti e soprattutto pubblici.

mercoledì 9 maggio 2007

L’Università del 2010

Gli inglesi si sa hanno uno spirito nazionale ben più sviluppato di noi italiani. Forse anche per questo si avvicinano alle cose europee con cautela e difendendo strenuamente i loro simboli e le loro istituzioni. Ci sono situazioni in cui non sbagliano.

Nel 1999 a Bologna è stato lanciato il cosiddetto Processo di Bologna che deve culminare nel 2010 con l’armonizzazione di tutti i corsi di laurea in Europa. Ci sarà chi vedrà valorizzato il proprio e chi lo vedrà declassato. Gli inglesi hanno timori e pianificano contromosse.

Temono che i corsi quadriennali siano visti come corsi di serie B e quindi perdano valore come tappa della formazione di studenti che vogliono diventare ricercatori e scienziati. Così l’Institue of Physics prende le distanze dalla raccomandazioni elaborate dal ministero londinese e invoca un ruolo di leadership per la comunità scientifica che deve esprimersi sull’alta formazione.

Il direttore del settore “education and science”, Peter Main,afferma: “Puntiamo le nostre speranze sulla possibilità che la comunità scientifica spinga il governo all’azione. Il rapporto per ora è manchevole e ignora il problema principale: la riorganizzazione della struttura dei corsi di laurea che in Europa ha avuto quasi ovunque luogo mentre in Inghilterra è in ritardo. È un pericolo e alcuni corsi possono venir considerati di serie B dal resto dell’Europa”. Dall’Inghilterra, il conseguimento dello standard 3+2+3 sembra un passaggio obbligato per offrire un percorso di alta formazione ai futuri ricercatori e scienziati.

A me tutto questo sembra anni luce dalle preoccupazioni di chi vive e governa l’Università in Italia. È vero che da noi il 3+2+3 c’è, ma non sarebbe il caso che anche da noi iniziasse una discussione su come difendere sostanzialmente ciò che va difeso? Ovviamente la condizione è riconoscere che non tutti i corsi meritano la promozione e che alcuni devono stare in serie B o meglio essere chiusi. Offrire alta formazione ai giovani non vuol dire aprire università a “un’ora di macchina” dalla casa di ciascuno. E neppure sbizzarrirsi in corsi di laurea che, lo sappiamo tutti già a priori, non produrranno mai dei lavoratori seri e preparati.

L’Europa, ma prima ancora i suoi giovani, ha bisogno che l’alta formazione sia veramente tale, senza trucchi né offerte compiacenti.

martedì 10 aprile 2007

Venghino signori, venghino!

Di ESOF2008, abbiamo già parlato a margine della notizia che Torino sarà la sede di ESOF2010.

Adesso è arrivato il momento di fare proposte. Il Comitato di programma per Barcellona, 18-22 luglio 2008, invita a presentare iniziative che si rivolgano all’immaginazione dei cittadini con spettacoli, mostre, presentazioni che portino la scienza a incontrare la cultura, lo sport, il divertimento. Iniziative che impattino fortemente sull’immaginario e che mettano assieme, se possibile, diversi paesi d’Europa: perché la scienza è uno dei reagenti positivi della nuova cittadinanza europea. È uno degli ingredienti del sogno europeo.
Ovviamente, queste proposte s’inseriranno in un programma che prevedrà dibattiti sul ruolo della scienza e sull’impatto che assieme alla tecnologia ha sull’economia. Manifestazioni sulla ricerca europea nel mondo. Momenti di confronto sulle cellule staminali e sui cambiamenti climatici. Tutte cose che il Comitato organizzerà.
Ma il suo presidente, Sir Colin Berry vuole che arrivino anche proposte “dal basso”. Perché solo così possono emergere idee nuove che attraversano le discipline, format innovativi che coinvolgono i cittadini e nuovi stili di comunicazione che facilitano la partecipazione e il confronto.
Ce n’è bisogno. Non rimane che da cogliere la sfida.
La deadline è il 30 giugno 2007.

martedì 27 marzo 2007

Due afgani per un italiano

È l’algebra della guerra. Contro la quale cinquant’anni fa è nata l’Europa, dove pochi anni prima un tedesco valeva dieci italiani. Quest’algebra non ci piace più. Non dovrebbe piacerci più.

E invece stiamo poco più che zitti davanti agli strascichi della liberazione di Mastrogiacomo. Anzi. Tra le righe leggo persino qualche segno di disturbo, di fastidio. In fondo questo Rahmatullah è un “addetto alla sicurezza”, figura sospetta. Che poi nella vita di tutti i giorni non usi il fucile ma il telefono è un altro paio di maniche. E che lo usi per dire quali sono le vie sicure e non per far detonare una bomba non è un dettaglio. Ma si chiama Rahmatullah ed è afgano, come quell’altro Nashkbandi, l’interprete.

A me piacerebbe che dopo cinquant’anni d’Europa l’algebra di guerra per cui due afgani valgono un italiano cadesse in disuso. E così ho firmato l’appello di Emergency.

“Siamo angosciati per la sorte di Rahmatullah Hanefi. Il responsabile afgano dell'ospedale di Emergency a Lashkargah è stato prelevato all'alba di martedì 20 dai servizi di sicurezza afgani.
Da allora nessuno ha potuto vederlo o parlargli, nemmeno i suoi famigliari. Non è stata formulata nessuna accusa, non esiste alcun documento che comprovi la sua detenzione. Alcuni afgani, che lavorano nel posto in cui Rahmatullah Hanefi è rinchiuso, ci hanno detto però che lo stanno interrogando e torturando "con i cavi elettrici".
Rahmatullah Hanefi è stato determinante nella liberazione di Daniele Mastrogiacomo, semplicemente facendo tutto e solo ciò che il governo italiano, attraverso Emergency, gli chiedeva di fare. Il suo aiuto potrebbe essere determinante anche per la sorte di Adjmal Nashkbandi, l'interprete di Mastrogiacomo, che non è ancora tornato dalla sua famiglia.
Domenica 25, il Ministro della sanità afgano ci ha informato che in un "alto meeting sulla sicurezza nazionale" presieduto da Hamid Karzai, è stato deciso di non rilasciare Rahmatullah Hanefi. Ci hanno fatto capire che non ci sono accuse contro di lui, ma che sono pronti a fabbricare false prove.Non è accettabile che il prezzo della liberazione del cittadino italiano Daniele Mastrogiacomo venga pagato da un coraggioso cittadino afgano e da Emergency. Abbiamo ripetutamente chiesto al Governo italiano, negli ultimi giorni, di impegnarsi per l’immediato rilascio di Rahmatullah Hanefi e il governo ci ha assicurato che l’avrebbe fatto. Chiediamo con forza al Governo italiano di rispettare le parola data”.

Vedete un po’ voi che fare.

martedì 20 marzo 2007

Torino Città europea della scienza, nel 2010

Euroscience è l’organismo di Strasburgo che lavora per una società europea forte e aperta a scienza e tecnologia. È un’associazione indipendente che mette assieme scienziati e istituzioni interessate alla conoscenza scientifica di oltre quaranta paesi: il dialogo, il confronto e la cooperazione sono gli strumenti per rafforzare la società europea. L’uso responsabile della scienza da parte dei ricercatori è il primo passo da compiere.

Il principale momento di dialogo, confronto e cooperazione che Euroscience mette in campo è l’Euroscience Open Forum.

La prossima edizione, quella del 18-22 luglio 2008, si terrà a Barcellona, le prime due sono state a Stoccolma e a Monaco di Baviera. E qualche settimana fa Euroscience ha ufficializzato la sede per il forum del 2010 che sarà Torino.

Il capoluogo piemontese ha avuto la meglio su Copenhagen, Parigi e Wroclaw. E così dal 2 al 7 luglio 2010, la scienza europea si darà appuntamento in Piemonte. Convegni, mostre, spettacoli, seminari, workshop faranno dialogare i ricercatori tra loro ma soprattutto con i cittadini d’Europa.

Una delle carte vincenti della candidatura torinese è stato il progetto di un’edizione che esca dalla città e preveda iniziative e attività in giro per l’Europa, offrendo così un’opportunità ancora più ampia di dialogo tra cittadini europei e comunità scientifica.

L’altra è la scommessa di investire in scienza e tecnologia per rilanciare la regione ma, idealmente, anche l’Italia e l’Europa stessa. L’obiettivo è dare concretezza all’idea di un’economia basata sulla conoscenza che, nello specifico, serva a trasformare Torino da città dell’industria automobilistica a città della conoscenza e della scienza.

Insomma, ESOF2010 vuole essere un’occasione ulteriore per Torino ma vuole anche acquisire una valenza simbolica per tutta l’Europa, che potrà avere un ruolo di leader mondiale solo puntando sulla conoscenza e sulla capacità d’innovare.

L’auspicio è tutto nello slogan della candidatura che recita “passion for science”. Senza scienza non c’è innovazione e senza passione non c’è scienza.

venerdì 2 marzo 2007

Ricerca e politica

Devono parlarsi, non ci sono alternative.

Scienza e politica sembrano due mondi lontani: da una parte i risultati provati, verificati, falsificati, dall’altra la costruzione del consenso, la partecipazione, le convinzioni personali e collettive. La distanza sembra incolmabile.

Però…

Però i risultati della ricerca potrebbero offrire una base migliore alla politica e i suoi obiettivi potrebbero essere discussi con la politica, che comunque li influenza attraverso finanziamenti dati o negati.

E inoltre sarebbe bene aprire un dialogo più ampio, che investa la cultura collettiva. Una visione scientifica delle cose può definire meglio l’orizzonte nel quale la politica si muove, comunque autonoma, spostandone la linea un po’ più in là dei soli interessi nazionali. Non è questo uno degli obiettivi dell’Unione Europea? Una delle ragioni della sua esistenza?

L’agenda della politica e quella della ricerca devono essere indipendenti. Ma indipendenti non vuol dire sorde o peggio autistiche. L’indipendenza non nega il dialogo che oggi è carente assai.

In Finlandia il progetto SASSPO è un esempio di nuova governance che coinvolge attori pubblici e della società civile, la ricerca e il mercato. Il tema è l’agricoltura per lo sviluppo sostenibile e quindi è abbastanza facile immaginare il passo verso il confronto. Però l’aspetto interessante è che i finlandesi puntano a far dialogare la politica con i ricercatori, piuttosto che con i portatori d’interessi, i cosiddetti stakeholder (in questo caso: agricoltori, ambientalisti ecc.) come succede classicamente. L’obiettivo è trovare modalità che mettano in luce un sostegno scientifico alle politiche e alle scelte europee.

Tutti assieme politici, stakeholder e ricercatori possono arrivare a un approccio integrato e sostenibile per l’agricoltura e per lo sviluppo delle campagne in Europa.

domenica 18 febbraio 2007

A scuola in Portogallo

Come ho scritto la settimana scorsa, sono stato a Lagos in Portogallo per il progetto Sedec. Abbiamo lavorato nei locali di una scuola superiore e ne abbiamo frequentata una seconda per due serate di seminario. Non si può certo dire che io abbia un campione significativo, ma qualche elemento di confronto con gli edifici scolastici che conosco in Italia a me è saltato agli occhi.

I ragazzi alle superiori vanno a scuola cinque giorni la settimana mattina e pomeriggio e hanno ore buche durante il giorno. Hanno cioè un orario flessibile basato su attività piuttosto che sull’appartenenza a una classe – e forse non è una novità in altri paesi del mondo, ma in Italia siamo a un altro modello.

Nelle scuole ci sono laboratori di fisica, chimica e biologia, costruiti, realizzati e mantenuti grazie alla partecipazione delle scuole a progetti europei.

Sono stato in un auditorium che raccoglieva comodamente seduti cento cinquanta insegnanti e che era dotato di una cabina e delle cuffie per la traduzione simultanea.

Le sale professori sono organizzate con tavoli e salottini che permettono a gruppetti di stare assieme in un ambiente davvero confortevole e rilassante. In una delle due che ho visto c’era anche un bancone bar.

Ci sono aule ricreative con divani, ping-pong, biliardi e altri giochi per l’intrattenimento, nelle quali quasi a ogni ora ho visto studenti rilassarsi.

Negli intervalli ho sentito musica risuonare per i corridoi. Risultato: ragazzi tranquilli e schiamazzi al minimo.

Non ho visto bidelli ma in entrambi i casi solo un custode in una guardiola all’ingresso.

Mi hanno detto che nelle scuole (superiori!) è vietato che circolino soldi. Gli studenti hanno una carta di credito, caricata dai genitori, con la quale comprano merende, bevande e fanno fotocopie.

In corridoio, di fianco a un armadio a vetri che mette in bella evidenza gli oggetti smarriti, c’è uno sportello elettronico al quale farsi copia di tutti i propri certificati, se ho capito bene anche non scolastici.

Nel giardino non c’erano immondizie, nei bagni niente scritte sui muri e in un locale aperto agli insegnanti quindici computer connessi a internet erano a disposizione.

Poche di queste cose richiedono soldi o riforme scolastiche. Ma basta voler creare un ambiente confortevole e famigliare che gli studenti possano sentire come loro.

Secondo me sarebbe un buon punto di partenza, autonomia o non autonomia.

lunedì 12 febbraio 2007

Scienza e cittadinanza europea

Parte dalla scuola ma guarda all’Europa tutta il progetto triennale Sedec (Science Education for the Development of European Citizenship) che è appena entrato nella seconda metà delle sue attività con un seminario di lavoro e dissemination a Lagos in Portogallo.

Ci siamo trovati lì, convergendo da Polonia e Repubblica Ceca, Italia e Francia, Romania e Olanda, oltre che, beninteso, Portogallo. Veniamo da istituti di formazione e di ricerca didattica, da osservatori astronomici e da dipartimenti universitari, da musei e da compagnie che fanno della comunicazione della scienza un loro obiettivo.

Sedec spera di rispondere ad alcune domande: quale rapporto c’è tra scienza e cittadinanza? Cos’hanno in comune? Come l’educazione scientifica può sostenere l’educazione alla cittadinanza? Ed è possibile il viceversa?

Partiamo da una ricerca su come i bambini e gli adolescenti vedono la scienza e l’Europa, lo scienziato e il suo lavoro, la ricerca e il suo contributo all’Unione europea del futuro. Poi costruiremo un database di materiali per l’insegnamento, e attorno all’insegnamento, delle scienze soprattutto per le scuole elementari e medie. Infine ci sarà un corso europeo per insegnanti.

Speriamo di produrre uno spettro di proposte per i musei, le scuole ma anche per le istituzioni scientifiche e le compagnie private, che contribuiscano alla crescita di un maggior interesse dei giovani per la scienza e per le carriere scientifiche, come momento di integrazione, sviluppo e cittadinanza in Europa.

L’obiettivo profondo è fare un passo nella cultura del dialogo che è tanto importante per lo sviluppo della scienza quanto per quello delle decisioni democratiche.

martedì 30 gennaio 2007

Meno donne, meno Europa

Il Direttorato generale per la ricerca della Comunità europea ha rilasciato il rapporto 2006 “Donne e scienza”.

Certo, c’è qualche miglioramento rispetto alla precedente edizione (2003), ma la presenza femminile nelle professioni scientifiche è ancora troppo scarsa, e continua a esserci una disparità crescente man mano che le carriere avanzano.

Uno degli elementi di preoccupazione è che settori strategici nella cosiddetta Ricerca&Sviluppo – statistica, ingegneria e tecnologie informatiche – mostrano situazioni ancora più negative dell’andamento generale. Con danni che proiettano ombre scure sugli anni a venire: nel futuro prossimo, strategie, politiche e orientamenti saranno ancora poco paritarie, privando di fatto l’Europa di un’ampia fetta di risorse e di intelligenze.

Si tratta di un fatto molto grave nella prospettiva di chi vuole creare l’economia basata sulla conoscenza più dinamica al mondo.

Nelle professioni scientifiche le donne sono solo il 29% e il loro tasso di crescita continua a essere minore di quello maschile: la conseguenza inevitabile è che la forbice si apre ancora e che il divario aumenterà.

Ma il vero ventre molle dell’Europa è il settore privato che sulla carta dovrebbe, da qui al 2010, contribuire finanziariamente ai due terzi della ricerca europea. E che vede tra le sue file un misero 18% di ricercatrici.

Le carriere accademiche continuano a dirci di un’università che dovrebbe puntare all’innovazione e invece sceglie la conservazione. E che ovunque vede un predominio delle studentesse sugli studenti e un’inversione inesorabile che diventa sempre più marcata con il procedere delle carriere: lo stesso problema della ricerca è quindi presente anche nell’alta formazione.

Se è vero, ed è vero, che c’è un piccolo miglioramento dal rapporto 2003 e che il “soffitto di cristallo” si è leggermente alzato, non si può certamente valutare quest’innalzamento con soddisfazione. Non è quasi neanche un segnale positivo. Al massimo è l’inevitabile conseguenza di una sempre maggiore pressione che questa situazione assurda esercita sul sistema.

Credo e temo che non vedremo una reale inversione di questa tendenza, che vorrebbe dire, per anni, far accedere a tutte le carriere scientifiche più donne che uomini.

E questo, oltre a rendere l’Europa più ingiusta, la renderà anche meno competitiva, innovativa e culturalmente dinamica.

lunedì 29 gennaio 2007

Anno europeo per le pari opportunità (2)

A Berlino, il 30 e 31 gennaio 2007, c’è il vertice sulle pari opportunità per tutti. È il vero inizio dell’Anno europeo su questo tema caldo.
Vladimír Špidla, commissario europeo responsabile dell'Occupazione, degli affari sociali e delle pari opportunità ha dichiarato: “I risultati dell'indagine di oggi indicano chiaramente che il livello della discriminazione rimane alto per gli europei, che sono favorevoli all'adozione di misure più severe per combattere i pregiudizi, l'intolleranza e le diseguaglianze. Confido che il l'Anno europeo del 2007 sulle pari opportunità per tutti animerà un dibattito vivace sulla diversità, dando nuovo slancio e maggiore efficacia alla lotta contro la discriminazione."
In preparazione a quest’anno, l’Unione europea ha fatto un’indagine sulle discriminazioni in Europa.
I cittadini europei ignorano l’esistenza di norme antidiscriminazione. Però in quasi tutti i paesi dell’Unione, la maggioranza pensa che le persone di culture e provenienze etniche diverse arricchiscono la cultura nazionale.
Però, età, handicap e genere sono le maggiori cause di discriminazione quando si cerca un lavoro.
E le donne sono ancora troppo poche nelle posizioni di rilievo in politica e in genere nei ruoli decisionali nella società europea: lo pensa il 77% del campione.
Sarà interessante vedere, su questo specifico aspetto, quali iniziative e dibattiti ci saranno sulle donne nella scienza e sul solidissimo “soffitto di cristallo”.
Cercheremo di seguirle.

lunedì 8 gennaio 2007

Anno europeo per le pari opportunità

L’Unione europea dedica il 2007 alle pari opportunità, che vuol dire meno discriminazioni per tutti e consapevolezza di avere diritto a un ugual trattamento, sempre.

Ovviamente la parità riguarda l’origine etnica, il colore della pelle, la religione, il genere, l’orientamento sessuale, la disabilità, le convinzioni politiche e non.

Altrettanto ovviamente la parità deve esserci in tutti i campi della vita sociale: dall’istruzione alla sanità, dalla sicurezza all’ambiente in cui viviamo, dalla partecipazione politica alle opportunità professionali, e così via.

La ricerca scientifica, l’accesso alla ricerca scientifica e più in generale alla conoscenza, sta all’intersezione di molti campi nei quali la parità è una questione sensibile. Ma se l’Europa vuole, come vuole, diventare la più dinamica economia basata sulla conoscenza, ecco che la questione delle pari opportunità nella ricerca è particolarmente delicata e va perseguita.

L’Europa mette quattro “r” al centro di quest’anno: rights, representetion, recognition, respect. Diritti uguali per tutti. Uguale rappresentanza nella politica e nella società (non solo in Italia ci sono poche donne in parlamento e in mille altre sedi decisionali). Apprezzamento positivo delle diversità. Rispetto, collante della convivenza civile.

La comunità scientifica e il mondo della ricerca possono avere, durante quest’anno, un ruolo attivo e positivo.

martedì 2 gennaio 2007

Gli studenti e la scienza

Migliorare l’insegnamento delle scienze e la capacità di interessare un pubblico più ampio, a questo mira Eurydice, una delle attività del progetto Socrates. Le tappe sono le solite:
  1. dare a ciascuno un bagaglio scientifico sufficiente per vivere e decidere in una società tecnologicamente avanzata,
  2. attirare i giovani verso gli studi scientifici.

Per prima cosa, serve conoscere la situazione in Europa e così il database Eurybase raccoglie dati sulla scuola di trenta paesi, aderenti e non all’Unione europea; ma anche pubblicazioni, documenti e rapporti sullo stato dell’insegnamento, sull’istituzione scuola e sulle politiche educative.

L’ultimo di questi rapporti è “Science teaching in schools in Europe. Policies and research” che indaga l’insegnamento delle scienze nelle scuole elementari e medie, o meglio nei loro equivalenti paese per paese. Ovviamente, analizza la capacità del docente di realizzare esperimenti complessi e la necessità di partire dai concetti e dai ragionamenti spontanei degli studenti.

Ciò che invece colpisce per novità è come vengono studiate le differenze tra ragazze e ragazzi. Per farlo, il rapporto pone al centro dell'analisi l'atteggiamento e l'interesse che hanno per la scienza. E questo non è uno dei punti di vista usuali, ma piuttosto è mutuato dagli studi sull’immagine della scienza e su come questa viene percepita.

La cultura e il contesto locale influenzano in modo rilevante la percezione di bambini e ragazzi sulla scienza. Molte delle loro idee e convinzioni derivano dal contesto culturale nel quale stanno crescendo e che loro evidentemente rispecchiano. Pregiudizi, sentimenti, ideali e valori possono prevalere su fattori meramente cognitivi e solo studiando direttamente gli atteggiamenti e gli interessi (in una maniera alternativa a quella “sottrattiva”, che misura invece quanto i ragazzi sanno o non sanno di scienza) è possibile capire queste influenze.

Ed è tanto più vero quando vogliamo capire cosa porta ragazze e ragazziad avere atteggiamenti che nel tempo divergono.

L’Anisn offre una sintesi in italiano del rapporto, oltre ad altri utili documenti in merito.