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sabato 8 marzo 2008

Per le donne e per autopromozione

Gapp è un progetto europeo che ha l’obiettivo di integrare un processo di ricerca sociale con lo sviluppo di nuove pratiche partecipative per incentivare l’avviamento alle carriere scientifiche i giovani e in particolare le ragazze. Punto di partenza è la comprensione degli atteggiamenti degli adolescenti di 15 e 16 anni verso la scienza, la tecnologia e le figure dello scienziato e del tecnologo.

Per questo, in ciascuno dei sei paesi europei partecipanti, è stato sviluppato un disegno di ricerca qualitativa articolato in otto focus group con studenti, insegnanti e genitori e dieci interviste in profondità a scienziati,amministratori e professionisti nel campo della scienza e della tecnologia.
Fra i primi risultati, emerge una sostanziale uguaglianza fra maschi e femmine nelle capacità di fare carriera o di diventare buoni ricercatori. Si conferma la propensione dei ragazzi verso le scienze dure e l’informatica e delle ragazze verso le scienze della vita.

In prospettiva storica, nell’ambito scientifico è molto calato il livello di pregiudizio anche solo rispetto a qualche decennio fa. Emerge invece la consapevolezza delle difficoltà che permangono nella società e che producono un serio svantaggio delle donne rispetto agli uomini: la carriera scientifica o tecnologica, almeno ai livelli più alti, implica una dedizione che ostacola la vita famigliare. Soltanto cambiamenti strutturali possono portare a un maggiore equilibrio, con interessanti differenze anche fra i paesi europei coinvolti nella ricerca.

Ps: come si evince facilmente sono autore dei rapporti del progetto che possono essere scaricati qui - di quelli italiani si trova anche la versione italiana.

venerdì 23 novembre 2007

L’economia della conoscenza

Più sappiamo meglio viviamo. Potrebbe essere uno slogan della “società della conoscenza”.

In realtà l’obiettivo è non soltanto produrre nuove conoscenze ma piuttosto rielaborare quelle consolidate per rispondere a vecchi e nuovi bisogni.

Insomma la società della conoscenza si fonda sull’economia della conoscenza: dall’innovazione tecnologica alle risorse umane; dalla qualità della vita alle grandi questioni della giustizia planetaria.

E quando si parla di economia (e di conoscenza), in Italia si pensa alla Lombardia e a Milano.

Infatti a Milano, nella nuova sede dell’Area della Ricerca del CNR in via Bassini 15, si terrà lunedì 26 novembre 2007 la giornata di studio sulla “Società/economia della conoscenza”. Interverranno ministri, esperti e imprenditori.

C’è da sperare che si faccia qualche passo avanti sulla strada della ricerca sostenuta anche dai privati. Perché il nostro paese difficilmente sarà competitivo in un’economia della conoscenza se la ricerca continuerà ad essere (quasi) esclusivamente pubblica.

venerdì 20 luglio 2007

Scienziati erranti tra la Sardegna e il mondo

È molto glocal l’operazione di Mameli e Scanu. Partono dalla Sardegna, scrivono del mondo, ma guardano all’Italia. Ci sono queste tre dimensioni geografiche in “Scienziati di ventura – Storie di cervelli erranti tra la Sardegna e il mondo” (Cuec 2007).

Il libro va oltre la “solita” fuga dei cervelli. I cervelli all’estero ci possono andare per tre motivi: perché fuggono, perché vengono espulsi, perché lo scelgono. Sono tre casi ben diversi.

I cervelli in fuga giustappunto fuggono. Trovano qui condizioni ostili, o almeno inadatte, ne soffrono e quindi devono andare altrove.

I cervelli espulsi, loro non se ne andrebbero, ma il sistema non li vuole: perché non c’è spazio, non ci sono risorse. Ma anche perché non si sono attaccati al carro giusto.

I cervelli per scelta sono un caso ideale. Probabilmente tutti i cervelli dovrebbero poter scegliere di “errare tra l’Italia e il mondo”. Ma chi lo fa, quando vuole tornare, scopre di essere diventato un cervello espulso. Già, perché stare all’estero vuol dire perdere il contatto con ogni carro italiano e quindi, in particolare, con quello giusto.

Attenzione! Il libro è tutt’altro che una dissertazione sui ricercatori, un saggio sociologico, una riflessione sul sistema. È molto di più: è la collezione di storie di persone che hanno saputo o dovuto trovare una strada in centri di ricerca, università e imprese all'estero. Contiene lacrime, sudore e sangue; passioni, successi e frustrazioni; Sardegna, mondo e Italia. Per l’appunto.

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Come si usa, il libro, fisso nella staticità cartacea, ha un suo fratello dinamico: il blog.

martedì 1 maggio 2007

Proposta: il 29 febbraio giorno dei precari

Oggi è il giorno dei lavoratori, perché il lavoro è un fondamento della nostra società. L’alternativa è la legge del più forte, non un granché come alternativa. Il lavoro dovrebbe premiare chi c’è, chi fa, chi sa. Non sempre è così, spesso il più forte continua a prendersi il meglio.

Così forse dovremmo dedicare un altro giorno ai precari: per analogia, il giorno più precario dell’anno è il 29 febbraio. L’esistenza stessa dei precari ha due facce. Una è quella del più debole che soccombe al più forte. Ed è una faccia particolarmente truce, che oggi prende sempre più spesso le fattezze dell’anziano che ruba le opportunità al giovane – e non parlo di noi quarantenni, ma di chi è giovane davvero e che di opportunità ne vedrà ben poche. Ma è anche la faccia di chi deve accettare un lavoro senza nessuna sicurezza – da quella che causa la morte o garantisce la vita, a quelle meno importanti ma niente affatto trascurabili: niente mobbing, niente licenziamenti arbitrari ecc. ecc. Tutto fa pensare che avremo una società sempre più divisa tra garantiti e non garantiti. I primi hanno diritti, gli altri no. I primi sono stabili, gli altri precari.

Il mondo della scienza da parte sua è pieno di figure precarie, dentro e fuori la ricerca: ricercatori, tecnici, bibliotecari, redattori, animatori museali, praticanti giornalisti, collaboratori radiotelevisivi. E via enumerando. Più la ricerca si apre alla società, più il numero dei garantiti si restringe, i posti rimangono vacanti, i progetti vengono portati avanti da esterni, magari pieni di titoli e di qualità, ma sprovvisti di ogni stabilità e prospettiva futura.

Il rischio è che la linfa, l’energia vitale, l’entusiasmo siano relegate dalla comunità scientifica a una posizione neanche di secondo piano ma proprio subordinata, tollerata. E di conseguenza, l’entusiasmo, l’energia e la linfa verranno a mancare. Non è un problema di destini individuali, è un problema di comunità che vuole crescere o che preferisce invecchiare. E comunque, anche sul piano dei destini individuali: perché dovrebbero essere i venti-trentenni a pagare il costo di un mondo del lavoro che non sa stare in piedi, che non sa valorizzare le proprie qualità e penalizzare chi spreca risorse? Perché devono assistere in silenzio all’invecchiamento di strutture essenziali per lo sviluppo del Paese (quali la ricerca e l’alta formazione) solo perché in Italia tutti prima o poi devono diventare professori ordinari, incuranti del fatto che l’università e la ricerca non si fanno con i soli ordinari?

Per la cronaca l’altra faccia del precariato, quella pulita, ha il sorriso di chi sceglie di essere flessibile per cambiare, mettersi in gioco, rischiare per crescere, perché spesso in Italia le protezioni sono anche limitazioni. Ma è una faccia che rischia di essere, nel migliore dei casi, specchietto per le allodole. Nel peggiore una fregatura. E in ogni caso funziona per pochissimi individui che possono affrontare il lavoro dall’alto di una posizione personale solida – per qualità individuali, patrimonio famigliare, rete sociale di sostegno ecc. ecc. –, insomma, tutt’altro che la regola. Ed è difficile immaginare che il numero di quanti scelgono la precarietà per mettersi in gioco non continui a essere residuale (ma forse questi, chiamiamoli liberi professionisti e non precari, dal momento che anche i nomi hanno il loro peso). Il fenomeno di massa è l’altro ed è un fenomeno che ruba il futuro a generazioni di giovani; che garantisce posizioni a chi giovane non è ma non vuole farsi da parte per occupare un ruolo più defilato nella società.

sabato 21 aprile 2007

Cc = chi comanda

Sono i gesti più piccoli quelli che comunicano davvero. Soprattutto se sono semplici e se li ripetiamo mille volte al giorno. Naturalmente, questo è tanto più vero quando si tratta di dinamiche lavorative.

Karianne Skovholt, per il suo PhD alla BI Norvegian School of Management, studia come utilizziamo la posta elettronica: “ciascuno di noi sfrutta la funzione Cc per collocarsi nell’organizzazione gerarchica del nostro posto di lavoro”. Ovviamente, lo facciamo sotto copertura: l’azione esplicita è quella di scambiare informazioni con altri, spesso di offrirne.

Non sono molti anni che l’email fa parte della nostra vita lavorativa, ma oggi per molti è uno dei più importanti strumenti di comunicazione. In tanti, siamo addirittura dipendenti dall’email e la inbox piena è un richiamo irresistibile.

Karianne Skovholt ha osservato che uno degli aspetti più sorprendenti della posta elettronica è la pratica diffusa di mettere persone “in copia”.

È una pratica che usiamo per definire il rango delle persone, per rimarcare il nostro (e magari per cercare di accrescerlo un po’), per mettere in luce il fatto che siamo parte di una gerarchia e che siamo proprio a quel ben determinato livello.

È un po’ come quando si conversa in presenza di terzi. Quelli che partecipano direttamente al dialogo hanno una rilevanza superiore a quelli che semplicemente vi assistono. Così succede per le persone che mettiamo in To e per quelle che mettiamo in Cc.

Così, quando mandiamo un messaggio, in realtà stiamo: informando e documentando; invitando a partecipare e cercando il supporto (nei conflitti); ma soprattutto mettendo in luce le diverse posizioni all’interno del gruppo dei destinatari.

Insomma, un semplice gesto diventa uno strumento di pressione e di ricerca del consenso. E il nuovo mezzo, la posta elettronica, permette di veicolare molti altri messaggi oltre al messaggio che stiamo esplicitamente mandando.

giovedì 29 marzo 2007

La pubblica amministrazione comprerà verde

L’Enea è il partner italiano del portale per gli "Acquisti Verdi" in Europa.
Sembra incredibile ma gli acquisti della pubblica amministrazione in Italia rappresentano il 17% del Pil. Così, un orientamento a favore dei prodotti che possono ridurre i consumi di energia e salvaguardare l'ambiente costituisce un forte impulso per il mercato e un esempio virtuoso per i consumatori. E può diventare un volano anche per i privati.
Così l’Enea, assieme ad altre dieci realtà europee, si fa promotrice di un portale che offra beni e servizi secondo standard di qualità, di prezzo ma anche di rispetto ambientale.
Il dialogo sul rispetto dell’ambiente, l’educazione del cittadino, la diffusione di comportamenti sostenibili si fondano non solo sull’esempio ma su reali e concrete buone pratiche. E la concretezza del 17% del Pil può farsi sentire e mettere sul piatto della bilancia tutto il suo peso.
Il portale è anche un luogo di scambio di suggerimenti e di diffusione di esempi perché per smuovere la pubblica amministrazione, non solo in Italia!, bisogna mostrare che altri hanno fatto la stessa scelta, con successo. Altrimenti l’inerzia è troppa.
L’idea è che, una volta messa in moto la pubblica amministrazione, nuovi mercati si apriranno e nuovi costumi negli acquisti saranno possibili.
Può essere un caso concreto di incontro tra la scienza e la società sul terreno caldissimo dei consumi, dell’inquinamento e della sostenibilità delle nostre scelte.

venerdì 16 marzo 2007

Il 24 marzo è lo ShutDownDay: non leggete questo blog

Forse si tratta di risparmio, forse di una disperata ribellione, probabilmente è un sano esperimento di igiene per la mente, e per il corpo.

Oggi pensiamo che le persone senza computer possano trovare la vita particolarmente complicata, se non addirittura impossibile. Siamo abituati ad averli dappertutto. Sul posto di lavoro, a casa, per prelevare i soldi, per entrare e uscire dall’autostrada, per prenotare esami medici, spettacoli, viaggi.

Ma se ne facessimo a meno per un solo giorno, potremmo comunque farcela?

La proposta è di tenerli tutti spenti sabato 24 marzo.

Spegni il tuo computer durante questo giorno.

Puoi sopravvivere per 24 ore senza un computer?

E sabato 24 non leggere questo blog!

In tanti aderiscono e il sito dell’iniziativa vanta ormai versioni in 13 lingue. Il paradosso è proprio questo: per fare dello ShutDownDay un’iniziativa condivisa, usiamo la rete. Ma tant’è, in questi tempi un po’ paradossali e molto digitali.

Nella versione italiana del sito, il forum è ricco di buone intenzione. Eccovi qualche assaggio:

“Vado in montagna a farmi un giro”.

“Quel giorno lavoro...la sera sarà dura non schiacciare il bottoncino di accensione del PC, ma resisterò e andrò a fare una passeggiata, oppure guarderò un film in compagnia in tv, oppure andrò al cinema, di alternative ce ne sono molte!”

“Vado a farmi una bella arrampicata”.

“Non so cosa farò, ma devo farcela”.

“Dormo fino a ore 12, vogo un'ora su C2, doccia, 2 toasts, alle 15 vado da mio padre con decoder a vedere la Juve... accidenti gioca domenica 25 col Napoli... accendo l'imac... no! esco a fare shopping con mia moglie. Rientro ore 19:30. Cena. Ma domani...”

“Se puode far, è sabato...”

“Come tutti i fine settimana farò a meno del pc e mi dedicherò ad attività all'aria aperta (molto meglio!!!)”

“Sarò a sciare....yuppiiii!!!!”

“Yesss ma se poi ci si trova meglio senza?!?!?”

“Mi piacerebbe fare shutdown di tutti i server che amministro, ma poi ci vorrebbero 2000 anni di lavoro forzato per rifondere quanto avrei fatto perdere ... solo il portatile allora, e darò il 100% a mia moglie e alla mia bimba”.

“Bè semplice, quello che ho sempre fatto fino all'avvento di Commodore64 e Spectrum... andare in giro in bici, qualche passeggiata, bricolage.... vado avanti?! ;)”

“Penso mi dedicherò agli amici, magic: the gathering e lettura... ma non so ancora”.

“Io col computer praticamente ci convivo. Quel giorno? sarò di giorno in giro per appuntamenti da clienti (senza computer) di sera mi leggerò un bel libro...”

Insomma, ci sarà un sacco di gente che starà all’aria aperta e si dedicherà a qualcosa di più movimentato e meno sedentario.

Io ci provo. E voi?

sabato 3 marzo 2007

Il valore economico di una laurea

Laurearsi conviene. Non parliamo di cultura, di formazione, di qualità della vita ma solo di soldi, di euro o meglio di sterline.

L’organismo inglese Universities UK ha redatto un rapporto che mostra il puro valore economico di una laurea.

Stipendi superiori del 20-25%.

Maggiori opportunità di guadagno purtroppo premiano i maschi – e meno le femmine. Ma per fortuna quelli che vengono da gruppi socio-economici deboli o da famiglie che hanno basse entrate.

La collettività investe per produrre un laureato. Ebbene questo è un buon investimento, stimato in un 12-13%.

E ancora: i benefici economici dei laureati aumentano man mano che questi avanzano in età e carriera. La forbice nei confronti dei non laureati si apre sempre di più.

I laureati trovano lavoro più facilmente e quando licenziati lo ri-trovano meglio di chi è licenziato senza laurea.

E tutto questo succede pur in presenza di un innalzamento generale dei livelli di formazione e di un aumento del numero di laureati.

Come dire che nonostante una maggior concorrenza, laurearsi è sempre un buon investimento individuale.

Tra parentesi: il rapporto presenta anche altri benefici non economici, sulla salute, la riduzione del crimine, la coesione sociale e così via.

Insomma, nella società della conoscenza, la laurea conviene. Almeno nel Regno Unito.

Sarebbe interessante capire che beneficio c’è in Italia…