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sabato 9 febbraio 2008

Ebrei, professori e Israele

Son tempi cupi di cambiamento e di reazione. Quindi tornano i fantasmi, com'è naturale che sia. Ed ecco la black list di 162 professori ebrei che fanno lobby a favore dei sionisti.
Reazioni? La comunità ebraica e la procura.
Non mi sembra sufficiente: una lista del genere non è questione di codice penale (ovviamente se ci sono aspetti penali, che tutte le procure del caso intervengano: ovviamente!) ma di convivenza civile. Non è neanche questione di ebrei con annessi meccanismi della memoria e incubi dell'olocausto. Si tratta semplicemente del fatto che le black list - di ebrei, omosessuali, negri, comunisti, fascisti, mussulmani, zingari, rumeni, nudisti o quant'altro - non si fanno. È contro l'idea stessa di mettere al bando una parte della società che serve una nostra reazione. E che sia una reazione di tutti, non solo di chi deve far rispettare la legge, o di chi ha provato sulla propria pelle le persecuzioni.
A me dispiace che nell'affaticata e sonnacchiosa università italiana non ci sia stato un affannarsi di professori e intellettuali a chiedere di essere segnati nella lista; o a esprimere altra concreta solidarietà a chi nella lista ci è stato messo a forza.
A scanso di equivoci, chiedo di essere inserito anch'io nella lista - perché tutti i democratici dovrebbero sentire l'esigenza di stare assieme a quei 162.

S'ode a destra uno squillo di tromba, a sinistra risponde uno squillo.

E così, manzonianamente, a Torino Rifondazione Comunista (con il dissenso di Fausto Bertinotti, va detto) lancia un boicottaggio del salone del libro perché Israele è quest'anno il paese ospite. A fianco dei boicottanti sta anche il professor Gianni Vattimo.
Con un eufemismo, non ho simpatie per la politica estera (leggasi questione palestinese. Leggasi in sostanza: massacro di civili e bambini) dei governi dello Stato d'Israele. Ma:
  1. dissento dall'identificare un paese con il suo governo ovvero col suo leader: l'America non è Bush, la Russia non è Putin e l'Italia, quando le capita, non è Berlusconi
  2. in una situazione di conflitto - quale è quella tra Israele e Palestina - dialogare con le parti è necessario e opportuno. L'alternativa è la distruzione
  3. la cultura è un antidoto alla guerra. Parlare, dialogare e confrontarsi con chi fa libri in Israele è un sostegno concreto ed è prendere parte contro la guerra
Quindi quest'anno sarò felice, più del solito, di essere al Salone del libro che avrà come paese ospite Israele.

domenica 6 gennaio 2008

Viaggio nella complessità

È prima di tutto un viaggio, come dice il titolo, ma è un viaggio nel tempo. Si parte con Dante e col “mezzo del cammin di nostra vita”, si toccano Borges, Calvino e la sapienza cinese.

De Toni e Comello vedono la complessità (che non è complicatezza) come una sfida intellettuale che interroga l’uomo da secoli. È la sfida di comprendere le cose nel loro complesso, di avere uno sguardo sintetico che coglie la globalità.

Dicevamo di Dante. Il Sommo ha messo al centro della sua Comedia la vita ed è proprio l’essere nel mezzo della vita che gli fa sperimentare e capire ciò che sperimenta e capisce. Allo stesso modo gli autori pongono l’accento sugli aspetti vitali degli organismi in contrapposizione al’analisi del funzionamento dei meccanismi: questi sì complicati.

Si impara molto dal Viaggio nella complessità (Marsilio 2007). Ed è un apprendimento per l’appunto complesso: il libro stesso pur nella sua mole ridotta è una metafora della complessità. Si cogli solo nella sua interezza e sembra che sia più auto-organizzato che organizzato dagli autori.

Vantaggi: è di piacevole lettura; in 100 pagine si coglie quello che c’è da cogliere con mirabile sintesi e senza lesinare citazioni e riferimenti “alti”; rimangono nella mente immagini e schemi efficaci tanto quanto le parole scritto (sono di Alberto Pratelli).

14 euro non sono pochi, ma sono certamente ben spesi.

lunedì 24 settembre 2007

Si guarderà la vigna a cominciare dalle radici

È morto sabato 22 settembre a Lione Renzo Tomatis. Oncologo, prima di tutto. Aveva guidato sempre a Lione l'Agenzia internazionale per le ricerche sul cancro per oltre dieci anni e poi era stato direttore scientifico dell'ospedale infantile di Trieste Burlo Garofolo.

Sono stato molto contento quando nel maggio 2006, ha aderito con cortesia e semplicità all'invito di scrivere un racconto "attorno alla scienza". E si è prestato alle riflessioni, agli scambi di mail, alle discussioni in corso d'opera che con Stefano Sandrelli e Robert Ghattas gli abbiamo "imposto". Tanto più ricco di anni, esperienze, libri di noi tre messi assieme, ha accettato di buon grado di contribuire assieme agli altri, senza protagonismi.

E ha scritto un racconto La grande tela, ambientato nella "mia" Torino e doppiamente autobiografico. C'è l'inizio della sua carriera di giovane medico, e c'è il commiato nella figura di Mino che prima di morire trasforma la delusione in amicizia, in creatività.

E come il suo Mino, anche Renzo Tomatis si guarda ormai la vigna a cominciare dalle radici.

Ps: in punta di piedi, senza volerne approfittare (davvero!), vi dico che qui potete leggere La grande tela.

martedì 18 settembre 2007

Pagine di cielo

Si inaugura giovedì 20 settembre alle ore 18 presso Palazzo di Brera, dove ha sede l’omonimo Osservatorio Astronomico, la mostra Pagine di cielo. Il restauro dell’Atlante Celeste di Johannes Hevelius e la Biblioteca dell’Osservatorio astronomico di Brera, organizzata dall’Istituto Nazionale di Astrofisica-Osservatorio Astronomico di Brera e dalla Biblioteca Nazionale Braidense, con il patrocinio del Comune di Milano.

“Questa mostra è un’occasione unica per ammirare una copia integra dell’Atlante di Hevelius”, precisa Agnese Mandrino, curatrice della mostra insieme ad Anna Lombardi. “Restaurando il volume, l’Osservatorio di Brera ha voluto sottolineare l’importanza che riconosce al proprio patrimonio storico.”

Per l’occasione sarà presentato al pubblico, per la prima volta dopo il recente restauro, l’Atlante celeste di Johannes Hevelius. Pubblicato a Danzica nel 1690, l’Atlante è uno dei più spettacolari libri mai pubblicati, un’opera di rara bellezza in cui si fondono arte, mito e scienza in una visione unitaria della cultura.

Formato da 56 tavole a doppia pagina raffiguranti le costellazioni secondo la mitologia classica, dal punto di vista scientifico l’opera è un superbo condensato delle conoscenze astronomiche alle soglie del Secolo dei Lumi, mentre dal punto di vista figurativo l’Atlante è un vero e proprio capolavoro dell’arte incisoria.

Storia, arte e osservazione del cielo s’incontrano. Immagini scientifiche e immaginario cortocircuitano. E la scienza appare, in questa mostra e prima ancora nell’Atlante, come parte della cultura.

sabato 1 settembre 2007

Il trionfo dei numeri

La storia dei numeri è una bella fetta della storia dell’uomo. Ormai è abbastanza noto il fatto che popoli antichi avevano sistemi di numerazione propri, originali, articolati e versatili. Così come si sa che la diffusione universale del nostro sistema numerico è stata un processo intellettuale e sociale.

Oggi poi siamo abituati alla presenza dei numeri nella vita politica ed economica (sondaggio dixit!). Ma… ma in ogni caso tendiamo a fidarci dell’aneddoto, dell’episodio, del singolo fatto che finiscono per influenzare le nostre opinioni e i nostri atteggiamenti assai di più dei numeri che descrivono le nostre collettività. Un caso di cronaca nera offusca le statistiche dell’andamento della criminalità. Costruiamo la nostra idea di sicurezza più sul primo che sulle seconde. È così.

Un contro esempio virtuoso ci viene da Benjamin Franklin. Nel 1736, suo figlio, ragazzo, muore di vaiolo. Si dà il caso che in quegli anni la lotta al vaiolo si combattesse con l’inoculazione, l’esposizione a materiale virale estratto dalle lesioni di un paziente affetto da vaiolo. Naturalmente, il metodo spaventava e aveva i suoi detrattori. Così alla morte del ragazzo, circola la voce che aveva contratto la malattia tramite l’inoculazione. Per Franklin è un dramma nel dramma: veder utilizzare una tragedia che l’aveva colpito personalmente per contrastare una pratica che, secondo le sue opinioni, salvava migliaia di vite umani.

Ma Franklin sapeva che le opinioni non sono sufficienti ad argomentare e così raccolse e analizzò dati – quelli che oggi chiameremmo dati epidemiologici – e scrisse un articolo dal titolo “Sulla morte di mio figlio” nel quale mostra, numeri alla mano, che il rischio di morire per inoculazione era di 3:800, mentre quello di morire di vaiolo contratto naturalmente era di 1:4. Franklin fa un uso corretto e rigoroso dei numeri per confrontare i due rischi, ma ciò che è più significativo, è che si fa forte dei numeri per spazzare via dal campo della discussione politica la reazione emotiva alla morte di suo figlio. Una bella lezione.

E soprattutto, la vicenda di Franklin, del figlio e del vaiolo è una bella pagina di “Il trionfo dei numeri” scritto da Bernard Cohen e pubblicato dalle edizioni Dedalo.

martedì 28 agosto 2007

Tinsuac: l'eco di un calendario

Non è uno dei soliti post, questo. Piuttosto è l'eco di un calendario di un libro, degli eventi che gli stanno attorno. Il libro è Tutti i numeri sono uguali a cinque: Tinsuac per gli amici. L'abbiamo curato assieme a Stefano Sandrelli e Robert Ghattas.

I racconti sono di: Marco Abate, Angelo Adamo, Piero Bianucci, Luciano Celi, Giangiacomo Gandolfi, Robert Ghattas, Daniele Gouthier, Elena Ioli, Giuseppe O. Longo, Paolo Magionami, Francesca E. Magni, Vittorio Marchis, Jennifer Palumbo, Guido Pegna, Tullio Regge, Giovanni Sabato, Stefano Sandrelli, Francesco Maria Scarpa, Luca Sciortino, Andrea Sgarro, Renzo Tomatis.

Se vi collegate qui, potete vedere aggiornato (si spera!) il calendario di Tinsuac-il libro.

sabato 28 luglio 2007

Son tornate le insalate

Non capita spesso che un libro si trasformi in format e prescinda dal proprio autore. Ma di questo si tratta nel caso di Robert Ghattas che si sente giustamente “fiero che il suo Insalate di Matematica (Sironi 2004) vende bene negli autogrill”.

Infatti, Sironi ha dato alla stampe un Insalate2 di matematica che ha un altro autore, Paolo Gangemi, ma la stessa struttura. Insomma, hanno preso il format e l’hanno replicato. Ma quello che è veramente piacevole e interessante, è che Gangemi è riuscito a re-immergere i lettori delle Insalate nello stesso clima e nello stile delle prime. Ovviamente con una cifra personale come ogni buon chef deve avere: nel suo caso è una spolverata di letteratura, corretta da qualche pizzico di narrativa.

È un mix di leggerezza e curiosità, serietà e demenzialità, rigore e poesia, matematica e meta-matematica, che tiene avvinto il lettore. E il bello è che lo tiene avvinto a della matematica vera.

Le Insalate si leggono saltando di qua in là, ad apertura di libro, stupendosi e lasciandosi coinvolgere dalla più piccola delle osservazioni, dalla coincidenza più imprevista, dall’implicazione meno evidente ma non per questo meno significativa.

Con questi libri la matematica non è per pochi. Basta aver voglia di iniziare a spiluzzicare qualche foglia d’insalata.

venerdì 20 luglio 2007

Scienziati erranti tra la Sardegna e il mondo

È molto glocal l’operazione di Mameli e Scanu. Partono dalla Sardegna, scrivono del mondo, ma guardano all’Italia. Ci sono queste tre dimensioni geografiche in “Scienziati di ventura – Storie di cervelli erranti tra la Sardegna e il mondo” (Cuec 2007).

Il libro va oltre la “solita” fuga dei cervelli. I cervelli all’estero ci possono andare per tre motivi: perché fuggono, perché vengono espulsi, perché lo scelgono. Sono tre casi ben diversi.

I cervelli in fuga giustappunto fuggono. Trovano qui condizioni ostili, o almeno inadatte, ne soffrono e quindi devono andare altrove.

I cervelli espulsi, loro non se ne andrebbero, ma il sistema non li vuole: perché non c’è spazio, non ci sono risorse. Ma anche perché non si sono attaccati al carro giusto.

I cervelli per scelta sono un caso ideale. Probabilmente tutti i cervelli dovrebbero poter scegliere di “errare tra l’Italia e il mondo”. Ma chi lo fa, quando vuole tornare, scopre di essere diventato un cervello espulso. Già, perché stare all’estero vuol dire perdere il contatto con ogni carro italiano e quindi, in particolare, con quello giusto.

Attenzione! Il libro è tutt’altro che una dissertazione sui ricercatori, un saggio sociologico, una riflessione sul sistema. È molto di più: è la collezione di storie di persone che hanno saputo o dovuto trovare una strada in centri di ricerca, università e imprese all'estero. Contiene lacrime, sudore e sangue; passioni, successi e frustrazioni; Sardegna, mondo e Italia. Per l’appunto.

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Come si usa, il libro, fisso nella staticità cartacea, ha un suo fratello dinamico: il blog.

mercoledì 27 giugno 2007

Un test con la scienza

Andrea Frova con la scienza ci sa fare. Sorvoliamo sul fatto che è ordinario di fisica. Rimane comunque che scrive per Newton e Sapere e che negli ultimi venticinque anni ha all’attivo i suoi bravi testi divulgativi. Ne cito due a gusto personale: Parola di Galileo (BUR, 1998) e La fisica sotto il naso (BUR, 2001).

A marzo è uscito “Il test di coscienza e altri racconti quasi catastrofici”, la sua seconda opera letteraria, questa volta per i tipi de Il Filo.

C’è molta scienza nelle sue pagine, molta modernità – il rapporto uomo macchina ad esempio, sin da quella piccola macula sulla retina che apre il primo degli otto racconti. Ma efficacissima è la resa della difficoltà della ricerca in Italia oggi: gli interessi economici, la burocrazia, una società, la nostra, che sembra non saper più cosa farsene della scienza e delle innovazioni che ne derivano.

Consiglierei all’autore di mandare copia del libro a un po’ di parlamentari, ministri e sottosegretari. Forse può arrivare là dove non riescono molti rapporti e inchieste sullo stato della ricerca in Italia. Ed è sicuramente di gran lunga più godibile alla lettura.

Sono esperimenti questi che ci piace seguire e che intrecciano letteratura e scienza.

Intanto, consiglio di leggerlo, “Il test di coscienza”.

sabato 9 giugno 2007

Il sapere scientifico della scuola

Scienza e comunicazione sono un binomio inscindibile. Per alcuni è un’ipotesi di ricerca, lo scenario nel quale devono essere collocate le relazioni tra la scienza e tutta la società, i rapporti tra cittadini, scienziati e non. Per gli insegnanti e i collaboratori di Scienza Under 18, invece, è stata una riflessione – perché non di sola intuizione si tratta – felice, approfondita e soprattutto fertile. Dal rapporto inscindibile tra scienza e comunicazione, dieci anni fa, è partita la scommessa che anche la scienza elaborata a scuola può essere comunicata pubblicamente e questo comunicarla può diventare prassi didattica a ogni livello di scuola. E pensare che questa consapevolezza non l’hanno ancora raggiunta tutti i professori, i ricercatori, gli scienziati, in Italia!

Da quella riflessione, che ha portato alla nascita di Scienza Under 18 e a dieci anni di manifestazioni in tutta la Lombardia, e non solo, sono nate esperienze, ricerche e altre riflessioni.

Oggi, tutto questo patrimonio, tutto questo sapere, è raccontato nel volume “Il sapere scientifico della scuola” (FrancoAngeli, 2007), a cura di Scienza Under 18. Un libro che fa dell’esperienza e della ricerca un altro binomio inscindibile.

C’è molta scuola al suo interno. Una scuola reale, viva ma anche una scuola del futuro, per il futuro. Una scuola che rischia e che investe nella ricerca, nella crescita, nell’autoformazione tanto degli insegnanti quanto degli studenti. Una scuola che sa attrarre a sé realtà ed esperti i più diversi. Dai musei al giornalismo, dai ricercatori al teatro. Alle famiglie.

Il libro fa riflettere su quello che si può fare, e che alcuni fanno, ma dà molti spunti di didattica attiva e partecipata che possono essere usati, pensati, esportati, riadattati.

Sono certo che “Il sapere scientifico della scuola” sarà un punto di svolta, di ulteriore crescita, per Scienza Under 18, dieci anni dopo. C’è da sperare che sia un’altra piccola spinta perché altre regioni d’Italia e d’Europa facciano propria quest’esperienza.

PS: l’anima di Scienza Under 18 è tutta nelle quindici pagine di foto realizzate dagli allievi di Alessandra Attianese che fanno da intermezzo tra la prima parte dedicata all’esperienza e la seconda dedicata alla ricerca.

lunedì 4 giugno 2007

Tigri e teoremi

Da Popper a Brecht, dal teatro visto con occhio scientifico alla scienza reinterpretata con le categorie del teatro, Maria Rosa Menzio con "Tigri e teoremi" (Springer, 2007) cammina in bilico tra scrivere e osservare, tra sperimentare e raccontare, tra teatro e scienza, per l’appunto.

L’autrice è una matematica che si è data al teatro. Oggi è il suo lavoro e qualcosa di più: è il suo modo di guardare la scienza e attraverso questa il mondo.

SFERICO: Il mondo fa parte di una sfera, bello mio.

PIANO: Ma non è vero, è un piano. E ficcatelo bene in testa: i corpo, movendosi, si accorciano e si allungano.

SFERICO: Guarda quest’oggetto: l’ho battezzato A. Si sposta per terra e va alla posizione B. Lo vedi? Non è cambiato, è sempre lungo uguale.

PIANO: Storie! Guarda invece il mio, di oggetto, che va dalla posizione C alla posizione D e ovviamente, se si sposta si allunga. Tutto quello che si muove cambia dimensione! Muoversi vuol dire cambiare!

Da “Tigri e teoremi” si possono apprezzare le emozioni della scienza ma soprattutto si può cercare di imparare a scriverne. Menzio ci dice quello che non si deve fare e ci mostra quello che si riesce a fare. Mostra come una vicenda scientifica possa essere teatralizzata, scritta con rigore dopo essersi documentati e aver analizzato e confrontato le fonti. Il segreto sta in due direttive che funzionano bene sia nella Scienza sia nel Teatro: perfezione e semplicità. In una parola: metodo.

Come in matematica, anche nel teatro, l’insegnamento diventa efficace quando si arricchisce di esempi, esempi e ancora esempi. Ci sono quelli scientifici che non ti aspetteresti di leggere in chiave teatrale e quelli teatrali che possono essere decomposti con rigore e sistematicità, scoprendo che li stesso rigore e la stessa sistematicità ci sono stati messi dentro da chi li ha scritti.

È un corso per case study, ma prima di tutto è una lettura avvincente, coinvolgente e un bel po’ sorprendente.

Chiuso il libro viene voglia di dire: adesso ci provo anch’io. Non male come risultato, per un libro.

sabato 26 maggio 2007

Come si comunica la scienza?

Diciamolo: il rimescolamento tra l’una e l’altra ha raggiunto uno dei suoi punti massimi nella storia dell’uomo. L’una è la scienza con le sue ricerche sempre più avanzate, i laboratori che richiedono risorse in gran quantità, il numero di ricercatori che non è mai stato così alto, i risultati nei campi più disparati e le applicazioni altrettanto diffuse. L’altra è la società che usa la tecnologia – nei paesi ricchi forse possiamo dire che si fonda sulla tecnologia -, vuole che la vita quotidiana migliori indefinitamente e in molte direzioni diverse, si aspetta che la medicina sconfigga tutti i mali, al limite la morte, eccetera eccetera.

La Torre d’avorio è preistoria, buona tutt’al più per l’immaginario, un mito che non descrive la realtà di oggi. Gli scienziati, i ricercatori, volenti o nolenti, sono in comunicazione continua con il mondo che li circonda. Si scambiano risorse e denaro: “io voglio i finanziamenti”, “e tu dammi gli strumenti per guadagnare di più e meglio”. Idee e concetti: la scienza da tutto il Novecento è la principale fonte di nuove conoscenze per l’uomo, ma viceversa la ricerca scientifica trae elementi e suggerimenti dal mondo esterno ai laboratori, dalle collettività che la circondano. Problemi e convinzioni: dalla ridefinizione dell’ingiustizia alla redistribuzione di ricchezza e violenza.

Ma siamo andati anche oltre. La Torre non c’è più, scienza e società sono in comunicazione e oggi ci troviamo in una situazione in cui un certo livello di consapevolezza scientifica è necessario per essere cittadini di uno stato democratico moderno. La democrazia compiuta, nel Ventunesimo secolo, mette al centro la conoscenza. Sempre più leggi riguardano temi che coinvolgono la scienza o la tecno-scienza; sempre più movimenti e campagne politiche – in particolare dal basso – ruotano attorno a conflitti nei quali la scienza è ora buona ora cattiva; sempre più frequentemente le opinioni pubbliche sono investite da questioni che hanno la scienza al centro. Essere cittadini vuol dire anche saper prendere decisioni o partecipare questioni che con la scienza hanno a che fare. La consapevolezza scientifica diventa allora uno degli strumenti di base della democrazia. Esserne sprovvisti vuol dire godere di diritti in misura limitata.

In una parola: la scienza e la società comunicano, hanno scambi osmotici, si scontrano e si fondono, dialogano e si rafforzano. Di questo incontro, fertile ma allo stesso tempo doloroso, ci parlano Yurij Castelfranchi e Nico Pitrelli in “Come si comunica la scienza?”, Laterza 2007.

È una riflessione per tutti, un manualetto di educazione civica per il cittadino della società della conoscenza. Agile e piacevole, va comprato e letto, regalato e fato leggere.

sabato 28 aprile 2007

Piacevoli armonie

Non è un libro da leggere, quello di Michele Emmer. È un libro da rileggere, studiare, consultare, se si hanno intenzioni serie. Ma ancor di più è un libro da gustare, centellinare, assaporare, se si hanno intenzioni alte.

Intanto è un bell’oggetto, formato gradevole, ottima carta, buon profumo, illustrazioni e cura di alto livello. Bollati Boringhieri non lo regala, ma è vero che sugli scaffali delle librerie si trovano tanti libri a 60 euro che valgono molto ma molto meno.

In ogni caso, è un ottimo strumento. Un thesaurus di immagini matematiche sparse per le arti: pittura, scultura, architettura, cinema, chi più ne ha più ne metta.

Il fine è alto: mostrare, non argomentare!, che la matematica è nella cultura, è della cultura; che non le sta a fianco, e ovviamente non le sta un passo indietro.

La malinconia dei sei matematici di Paladino – misteriosi, sognanti, assenti, assorti – apre il libro, sin dalla copertina. E della Melancolia I di Dürer si parla nel dialogo che apre Bianca di Nanni Moretti.

Insomma a seguire Emmer la matematica ha a che fare con i sentimenti, con gli uomini, con la vita. E per questo, va vista, guardata, gustata. Non c’è freddezza nelle sue Visibili armonie (Bollati Boringhieri, 2006) , ma piuttosto la passione che le arti richiamano a noi tutti. E questo senza sacrificare il rigore che deve avere ogni opera che parla di matematica.

Emmer sa essere solido e fantasioso, rigoroso e poetico e ci mostra come la matematica è stata ed è parte di quel dialogo immenso che chiamiamo cultura.

Tengo la mia copia del libro sulla scrivania. Ogni tanto la apro a caso, ne leggo un paragrafo e più spesso ancora mi fermo a guardare una figura, la foto di un palazzo, l’inquadratura di un film, un quadro, la scena di un teatro.

E mi piace vederci un bel po’ di matematica.

giovedì 26 aprile 2007

A tre settimane da FEST

Ci siamo quasi. Tre settimane e Trieste sarà per quattro giorni – dal 17 al 20 maggio – la capitale dell’editoria scientifica. È la prima edizione di FEST, la fiera internazionale sul tema.

Trieste è già città internazionale e soprattutto città di scienza. Questa infatti da qualche decennio ha prestigiose sedi in città: dal Centro internazionale di fisica teorica, al Laboratorio si biologia marina, dalla Sissa all’Area di ricerca, dall’Osservatorio astronomico a Brain e via enumerando. Così è facile immaginare le Rive e l’atmosfera unica di Piazza Unità popolate da scienziati, comunicatori, editori e scrittori provenienti da tutto il mondo.

In fondo, a Trieste anche nella vita di tutti i giorni le lingue parlate sono decine e le religioni diverse presenti sono più che a Roma. Con tutte le sue spigolosità, Trieste è città d’incontro e quindi di cultura e quindi di scienza.

A FEST, cinema, teatri, musei, librerie e caffè storici ospiteranno la manifestazione in cui intrattenimento e approfondimento scientifico si mescoleranno nelle forme più varie. Perché bisogna lavorare tutti assieme per un nuovo modo di comunicare la scienza attraverso la lettura, l’ascolto, la narrazione, l’incontro e il dialogo.

E dato che si tratta di scienza, l’editoria si declina attraverso i diversi mezzi: dai libri agli audiobook, dai periodici cartacei ai magazine digitali, dalla televisione alla rete. Non mancheranno incontri, conferenze, performance che permetteranno al pubblico di scoprire e approfondire i più diversi aspetti del mondo scientifico.

Speriamo che sia una fiera come quelle di un tempo, dove la gente va e si diverte, s’incontra e trova gli stimoli più diversi, le attrazioni più mirabolanti.

E speriamo soprattutto che sia la prima di una serie lunga e coinvolgente.

Venite a FEST: a maggio Trieste è bellissima.

lunedì 23 aprile 2007

Un fumetto abbagliante

Niels Bohr doveva essere un bel tipo. Rigoroso e puntuale tanto nei pensieri quanto nelle convinzioni. Ebbe idee rivoluzionarie tanto in fisica quanto nelle relazioni internazionali. Sognava un completo scambio dei segreti scientifici per non cadere in conflitti economici e in guerre nei quali, ahilui, l’umanità sarebbe effettivamente caduta.

Un pensiero abbagliante è la storia di Bohr, dei suoi tempi, delle persone che ha conosciuto e con le quali ha lavorato: si va da Heisenberg a Rutherford, da Teller a Einstein. Ma ci sono anche Churchill e Roosevelt. C’è la storia dell’Europa squassata da due guerre. E soprattutto, in Un pensiero abbagliante c’è fisica, fisica e ancora fisica.

Si tratta di una graphic novel, ovverosia di una lunga storia a fumetti. E Jim Ottaviani e Leland Purvis sono riusciti a farci vedere molta fisica, senza paura di far parlare davvero di atomi ed elettroni i loro personaggi. Ottaviani non ha nessun intento didascalico, soltanto la voglia di raccontare quello che a Bohr e compagni passava per la testa. Con tutte le difficoltà del caso.

Io non conosco granché la fisica e sono un lettore distratto di fumetti. Però leggendo Un pensiero abbagliante mi è venuto più volte da pensare che il tratto di Purvis rende in qualche modo una certa indeterminatezza che c’è nell’aria di questa vicenda. Si vedono le idee che si formano. Ci fa vivere le vertigini di un’idea nuova che oltretutto è vertiginosa di suo, la meccanica quantistica.

Non conoscevo neppure il Bohr antinazista che dà rifugio a molti intellettuali esuli nel suo istituto o quello pacifista che si confronta con i grandi della Terra per evitare una guerra che sarà drammatica.

Ottima la traduzione di Martha Fabbri, e non era facile, credo.

Un pensiero abbagliante è edito da Sironi. Andate, compratelo, leggetelo e regalatelo agli amici.

domenica 1 aprile 2007

Libri per una cultura scientifica

Comprare un libro non è la stessa cosa che leggerlo. Bum.

Sembra banale ma è una verità che non va dimenticata, soprattutto quando si parla di libri attorno alla scienza. Siano di divulgazione o piuttosto saggi di approfondimento, di storia o piuttosto romanzi. Ce n’è per tutti.

Jcom è una rivista che trovo interessante, se non altro perché sono uno dei suoi redattori. Ma da un punto di vista leggermente più generale la trovo interessante perché è uno dei pochi luoghi periodici e duraturi nei quali si riflette sulla comunicazione della scienza. E il bello è che Jcom spazia dai musei alla storia, dalla linguistica alla televisione e così via. Ma torniamo al punto.

In questo numero, l’attenzione è centrata sul libro scientifico. Ne parlano in tre, uno scrittore di scienza inglese, Jon Turney, uno studioso americano, Bruce Lewenstein, un editore italiano, Vittorio Bo.

I libri di scienza sono sempre meno per specialisti – questi trovano nel web gli strumenti e i luoghi più adatti alla ricerca: agili, dinamici, veloci e oramai con gli stessi livelli di garanzia e di rigore degli equivalenti su carta.

Ogni tanto, capita che un libro di scienza “buchi il video” o meglio scali le classifiche. Nei decenni scorsi è capitato a “Dal Big Bang ai buchi neri” (Hawking) e a “Le menzogne di Ulisse” (Odifreddi), per citarne solo due. Ebbene in questi casi, i libri vengono per lo più comprati: si è infatti creata un’imprevedibile amalgama d’eventi che fa di quel libro un caso e comprarlo un must.

Ma poi, oggi, ci sono tutti gli altri libri che parlano di scienza e che, come sappiamo, non sono pochi. Questi vivono una vita più normale, lontano dalle vette e dall’oblio e, ci dicono i tre esperti, diventano uno strumento di approfondimento soprattutto per altri scienziati. C’è infatti un pubblico sempre più ampio di persone di scienza che vogliono leggere risultati, pensieri, vicende di altri settori scientifici (un fisico interessato alla biologia, per esempio) e che non possono rivolgersi alla letteratura specialistica, ai testi rigorosi e quindi leggono libri di divulgazione. Ecco allora che questi diventano letture che accomunano persone di formazioni culturali e settori scientifici contigui ma diversi e quindi finiscono per contribuire a una cultura scientifica che lentamente si diffonde.

PS a scanso d’equivoci e per chi è interessato: Jcom è una rivista totalmente open e gratuita.

lunedì 26 marzo 2007

Passato e futuro della fisica

“Ho sempre nutrito un profondo interesse per la storia della scienza. La trovo affascinante e divertente. E mi sembra che, in qualunque racconto scientifico, l’aspetto storico dovrebbe sempre costituire una parte importante”.

Sottoscrivo senza esitazione le parole di Tom Siegfried che aprono “L’universo strano” (Dedalo 2007). La storia della scienza è una delle chiavi per dare profondità a ogni racconto di scienza, per muovere dai soli risultati alla prospettiva del loro sviluppo, della loro evoluzione. Per non parlare poi delle vicende degli uomini di scienza, delle loro passioni, successi, errori, dubbi.

“Non conosco un modo migliore di insegnare la scienza agli studenti di quello che ne sfrutta la storia. In fin dei conti, la scienza fa parte della storia dell’umanità”, ha anche detto il premio Nobel Steve Weinberg.

Tutto questo è presente ne “L’universo strano”: ci sono le vicende della scienza e gli squarci che queste aprono verso il futuro. C’è la dialettica passato-futuro e ci sono le concezioni e le idee di un tempo che ci colpiscono con la loro straordinaria modernità. Ma ci sono soprattutto gli uomini e le donne che fanno e hanno fatto la scienza.

Tom Siegrefried si colloca in un punto a metà strada tra testimonianza e giornalismo, tra storia e divulgazione e ci racconta la bella storia della fisica del Ventesimo secolo.

Da leggere.

Trovo notevole che l’autore sia stato premiato nel 1993 per la divulgazione della chimica e nel 1997 per quella della psichiatria. E nel 2002 ha scritto questo coinvolgente libro sulla fisica.

Ottimo e versatile.

venerdì 23 febbraio 2007

Perché ci piace la musica

“Perché ci piace la musica “ è il titolo di un libro appena uscito.

Autrice: Silvia Bencivelli.

Editore: Sironi, in quel bel contenitore che è la collana Galapagos, meta e origine di alcuni bei viaggi scientifici.

Scritto bene, con garbo e ironia tutta pisana, “Perché ci piace la musica” è dichiaratamente un libro sulla scienza che ruota intorno alla musica molto più che sulla musica stessa. Ci sono gli animali e il loro comportamento. Gli archeologi e le loro scoperte, a partire dal flauto di Geissenklösterle che apre il libro.

Ma c’è anche tanto cervello, tanto comportamento umano, una manciata di linguaggi vari e variegati.

C’è soprattutto la storia di una ricerca che vive <>, per dirla con l’autrice.

Il libro poi è pieno di bambini: sani e malati, normali e geniali, musicisti e oggetto di test scientifici. Lo sapevate che i bambini ascoltano con più attenzione il canto della mamma che le sue parole?

La musica s’intreccia con le emozioni e con le differenze di genere. Con la psicologia e con le seduzioni del commercio: un’enoteca nella quale Mozart fa da sottofondo vende vini più cari di una in cui non c’è. Con la televisione, con la radio e con il cinema: dal pianoforte del cinema muto alle colonne sonore che tanto informano ogni film

Il libro si legge di getto e i capitoli scandiscono un ritmo che ci trasporta dalla musica alla scienza che le gira attorno.

C’è veramente tanta scienza, soprattutto di quella del Ventesimo secolo.

E quasi non ci accorgiamo di una certa ambiguità tra scienza e musica.

Al di là del titolo, chi è la protagonista?

venerdì 19 gennaio 2007

Acquarelli dai ghiacci

Giù in Antartide c’è una base, si chiama Concordia. E, come dice il nome, è un esempio unico di cooperazione scientifica internazionale. Nell’altopiano glaciale collaborano gli italiani del PNRA (Programma Nazionale di Ricerche in Antartide) e i francesi dell'IPEV (Institut Polaire Paul-Emile Victor).

Per l’Anno Polare Internazionale 2007-2008, sì quest’anno è anche questo!, Concordia sarà il cuore di una campagna di ricerca coordinata su scala internazionale che vuole definire il miglior quadro possibile delle regioni polari. Obiettivo: consentirne un'osservazione e una comprensione più dettagliate, attirando l'attenzione del mondo intero sulla loro importanza.

E hanno cominciato con intelligenza, invitando alla base l’acquarellista francese Christophe Verdier che si è unito alla spedizione scientifica per tutta l’estate scorsa, visitando anche la stazione di Dumont d’Urville.

Gli acquarelli parlano di ghiacci, sole, mare, ma anche di container, navi, mezzi cingolati. Ed è un alternarsi di arancio e rosso, giallo e ocra, azzurro e bianco, bianco, bianco, bianco…

Ma quello che è più interessante è l’incontro tra arte e scienza, al fine di far dialogare quest’ultima con la società e di accendere l’attenzione del mondo su un progetto scientifico. Della scienza, infatti, non contano solo i risultati ma anche come si colloca nei confronti delle nostre aspettative, dei nostri sogni, del nostro immaginario.

Dei ricercatori che stanno assieme a contatto con la natura in condizioni così differenti da quelle di un laboratorio o di uno studio universitario, non possono non toccare l’attenzione e l’interesse di molti.

La scelta intelligente di mischiare la scienza con l’arte e di impastare l’arte di scienza ha l’ambizione di parlare anche a tutte quelle persone che dalla scienza si tengono lontani. E può riuscirci proprio perché arte e scienza, nella base Concordia, si mettono l’una a fianco dell’altra, senza che la prima sia al servizio della seconda, e costruiscono assieme un pezzetto della nostra cultura.

E per di più lo fanno con la leggerezza dell’acquarello. Da vedere.

È uscito ovviamente un libro, anche in italiano: Christophe Verdier, Antartide. Un'estate al Polo Sud, Edt.

martedì 16 gennaio 2007

Gli studenti premiano i libri di divulgazione

Padova è una delle città di Galileo Galilei, e allo scienziato dedica a partire dal 2007 il “premio letterario Galileo per la divulgazione scientifica”. L’iniziativa si colloca in una cornice di eventi sotto l’etichetta di “Padova, capitale internazionale della scienza”.

Dal 2005, il Comune, l’Università e l’Osservatorio astronomico promuovono il premio internazionale “Padova città delle Stelle”. Nel 2006, la città ha conferito, in occasione di una lectio magistralis, la cittadinanza onoraria a Stephen Hawking. Per il 2009, Padova sarà uno dei tre poli, assieme a Firenze e a Pisa, delle celebrazioni galileiane per il quarto centenario dell’invenzione del cannocchiale.

E adesso c’è il premio dedicato ai libri. Il vincitore sarà scelto da una giuria scientifica tra la cinquina selezionata dalla giuria popolare formata da studenti delle scuole superiori di tutta Italia.

Galileo Galilei seppe, col Sidereus Nuncius, capire l’importanza del libro stampato come strumento di diffusione della scienza. Ne produsse a proprie spese la prima edizione che distribuì tra gli studiosi dell’epoca, dando impulso fattivo alle proprie idee.

Oggi il libro ha funzioni diverse da quelle innovative che gli riconosceva Galileo, ma proprio per questo è altrettanto importante che un premio “Galileo” riconosca ai giovani il ruolo di giudici in una competizione che si colloca tra letteratura e divulgazione.

Il modo di riflettere e di ragionare che i giovani apprezzano deve essere capito, valorizzato e premiato. Perché è dalle convinzioni, dalle idee, dagli atteggiamenti dei giovani che ha origine l’immagine che avremo domani della scienza.