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sabato 9 febbraio 2008

Ebrei, professori e Israele

Son tempi cupi di cambiamento e di reazione. Quindi tornano i fantasmi, com'è naturale che sia. Ed ecco la black list di 162 professori ebrei che fanno lobby a favore dei sionisti.
Reazioni? La comunità ebraica e la procura.
Non mi sembra sufficiente: una lista del genere non è questione di codice penale (ovviamente se ci sono aspetti penali, che tutte le procure del caso intervengano: ovviamente!) ma di convivenza civile. Non è neanche questione di ebrei con annessi meccanismi della memoria e incubi dell'olocausto. Si tratta semplicemente del fatto che le black list - di ebrei, omosessuali, negri, comunisti, fascisti, mussulmani, zingari, rumeni, nudisti o quant'altro - non si fanno. È contro l'idea stessa di mettere al bando una parte della società che serve una nostra reazione. E che sia una reazione di tutti, non solo di chi deve far rispettare la legge, o di chi ha provato sulla propria pelle le persecuzioni.
A me dispiace che nell'affaticata e sonnacchiosa università italiana non ci sia stato un affannarsi di professori e intellettuali a chiedere di essere segnati nella lista; o a esprimere altra concreta solidarietà a chi nella lista ci è stato messo a forza.
A scanso di equivoci, chiedo di essere inserito anch'io nella lista - perché tutti i democratici dovrebbero sentire l'esigenza di stare assieme a quei 162.

S'ode a destra uno squillo di tromba, a sinistra risponde uno squillo.

E così, manzonianamente, a Torino Rifondazione Comunista (con il dissenso di Fausto Bertinotti, va detto) lancia un boicottaggio del salone del libro perché Israele è quest'anno il paese ospite. A fianco dei boicottanti sta anche il professor Gianni Vattimo.
Con un eufemismo, non ho simpatie per la politica estera (leggasi questione palestinese. Leggasi in sostanza: massacro di civili e bambini) dei governi dello Stato d'Israele. Ma:
  1. dissento dall'identificare un paese con il suo governo ovvero col suo leader: l'America non è Bush, la Russia non è Putin e l'Italia, quando le capita, non è Berlusconi
  2. in una situazione di conflitto - quale è quella tra Israele e Palestina - dialogare con le parti è necessario e opportuno. L'alternativa è la distruzione
  3. la cultura è un antidoto alla guerra. Parlare, dialogare e confrontarsi con chi fa libri in Israele è un sostegno concreto ed è prendere parte contro la guerra
Quindi quest'anno sarò felice, più del solito, di essere al Salone del libro che avrà come paese ospite Israele.

venerdì 13 luglio 2007

Giornalismo numerico

Internazionale è una delle mie letture fisse da 13 anni. Da quando è nato. Giovanni De Mauro, il suo direttore, riesce quasi sempre a essere illuminante con le sue 1.000 battute settimanali.

Il suo editoriale del 5 luglio s’intitola “Numeri” e recita:

Soldati americani in Iraq oggi: 156.000. Soldati americani in Iraq quando il presidente Bush disse che la missione era compiuta (maggio 2003): 130.000. Soldati americani morti tra febbraio e giugno 2007: 481. Nello stesso periodo dell'anno scorso: 292. Area di Baghdad non controllata dagli americani: 60 per cento. Soldi investiti dalla Cia nei nuovi servizi segreti iracheni: 3 miliardi di dollari. Iracheni che sono scappati dal paese tra il 2003 e oggi: 2,2 milioni. Rifugiati iracheni accolti negli Stati Uniti: 500. Rifugiati iracheni che hanno meno di 12 anni: 55 per cento. Professori universitari uccisi dal 2003: circa 200. Medici iracheni che hanno lasciato il paese: 12.000, sui 34.000 iscritti all'albo. Iracheni che vivono con meno di un dollaro al giorno: 54 per cento, secondo le Nazioni Unite. Iracheni che non hanno accesso all'acqua potabile: 70 per cento. Americani che approvano le scelte di Bush in Iraq: 23 per cento.

Non servono commenti. Solo i fatti raccontano. E in questo caso meno ancora dei fatti: il loro numero. Non sappiamo nulla dei 200 (circa) professori universitari uccisi né dei 12.000 medici espatriati (35%). Ma ci basta per tratteggiare il disegno di una società che espelle le sue risorse migliori.

“Numeri” mi colpisce perché è un bell’esempio di applicazione del rigore e del metodo alla realtà. È uno sguardo scientifico su una tragedia del mondo. In fondo questo è l’altro obiettivo della scienza: insegnare a chi scienziato non è a pensare scientificamente, ragionare con rigore, usare metodo. Il primo obiettivo essendo la ricerca scientifica in sé.

Di quest’informazione – con la scienza di fianco – c’è bisogno per prendere decisioni come cittadini e come politici. Nello specifico sembra che 77 americani su 100 la loro decisione l’abbiano presa (e quanti sono gli italiani?). Ora serve un po’ di decisione, razionale e fondata sul metodo, anche dei politici.

mercoledì 23 maggio 2007

23 maggio 1992

Ero stato in dipartimento tutto il giorno. Dovevo consegnare la tesi di laurea su “Invarianti integrali e misura” che avrei poi discusso l’8 luglio. Internet a quei tempi non era ancora così diffusa (ovviamente!) e le notizie viaggiavano ancora lente. Salivo dalla stazione dei treni verso casa, quando da una finestra aperta l’edizione speciale di un giornale radio annunciò la strage di Capaci.

Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro, Vito Schifani erano stati fatti saltare in aria con un bel tratto d’autostrada poco fuori Palermo, a Capaci per l’appunto.

In quegli anni, gli italiani, o almeno una bella fetta di italiani, sognavano una nuova stagione di giustizia: meno mafia, meno corruzione e meno tangenti. Non si voleva altro. Sappiamo tutti come è andata a finire. La primavera di Palermo e tangentopoli sono un ricordo se non addirittura un pezzo di storia. E la corruzione in questi quindici anni è diventata sempre più parte del sistema e della nostra vita. Sono peggiorati i costumi di tutti, in una certa misura anche degli onesti.

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Un ricordo della strage di Capaci su questo blog non è solo un dovuto omaggio a cinque persone che hanno dato la vita per tante cose che dovrebbero essere scontate e che non lo sono. È anche l’occasione per citare chi nei tribunali e nella giustizia fa uno sforzo di modernità e cerca di introdurre nuove visioni e nuovi strumenti in decisioni e sentenze che chiamano sempre più in causa la scienza e le sue interpretazioni.

Sugli esperti e sui periti, ha lavorato Licia Gambarelli che li ha intervistati e ascoltati, chiedendosi chi parla di scienza nei procedimenti giudiziari? A chi si rivolge? Quale informazione viene proposta e come viene comunicata alla corte e al pubblico? Tutti abbiamo in mente casi tragici come quello di Cogne, ma l’opinione pubblica non è sempre cosciente delle implicazioni tecnico-scientifiche che stanno dietro a una decisione o a una non-decisione.

Chi invece è ben cosciente di molte implicazioni è, ad esempio, Carlo Bui, Direttore dell'Unità per l'Analisi del Crimine Violento della Polizia Scientifica che ne ha parlato a “Matematica e cultura” nel marzo scorso. L’indagine scientifica è stata informata per troppo tempo dalla psicologia che è diventata una chiave di lettura privilegiata del criminale e delle sue azioni. Ora è necessario dare un ruolo anche ad altri strumenti scientifici, ad esempio arrivando a interpretazioni e letture statistiche di serie di crimini.

Insomma, la riflessione e l’innovazione anche dei metodi sono ben presenti nelle indagini e nelle sentenze. Ora serve che anche la società italiana torni a essere convinta che la giustizia è una priorità, che bisogna investirci risorse sufficienti, e soprattutto che bisogna lavorare sul piano dei costumi di noi tutti.

mercoledì 11 aprile 2007

Vent'anni Levi


Oggi sono vent'anni senza Primo Levi, ma preferisco comunque pensarli come vent'anni con Primo Levi: letto e riletto, stimolante e divertente, umano e scientifico, due culture in un uomo solo. Per me è una delle figure più vive che ci siano. Nonostante il salto. Anche per il salto. Forse proprio per il salto.
Questa mattina ho ricevuto un bel mail dal mio amico Luciano Celi. Credo sia un modo vivissimo per festeggiare questi vent'anni. Eccovelo:

D'accordo: La strada di Levi è un film di Davide Ferrario. La mia di ieri dovrebbe titolarsi La strada "per" Levi. Scappo apposta da Massa, il giorno in cui ricorre il 62esimo anniversario della sua liberazione, perché mi piacerebbe assistere alle letture che Moni Ovadia farà gratuitamente al Cinema Massimo, sotto la Mole, alle 21 (allego la locandina). Cerco di essere lì il prima possibile, ma via Montebello è già divisa in due da una fiumana di gente che, paziente, attende. Mollo la moto, mentre rifletto sul fatto che è da domenica che in pratica faccio code: per andare a Massa, il giorno di Pasqua. Per tornare su a Torino oggi e ora qui. Arrivo che aprono le porte del cinema e la fila, che ancora continua a comporsi rapida e regolare dietro di me, segue l'andamento temporale della carica del condensatore: all'inizio sembrano poter entrare tutti e tutti ci avviamo con un passo svelto, poi il passo rallenta sempre più, come il condensatore che satura e via via la curva diventa asintotica, fino all'arresto.
Nel frattempo arriva accompagnato su un'auto se non blu, almeno scura e d'ordinanza, il sindaco di Torino che, noncurante della fila, si avvia spedito verso la porta, mentre qualcuno dietro di me lo apostrofa tra il serio e il faceto, con un "Signor sindaco, la fila è da questa parte!". Ovviamente Chiamparino non presta attenzione e prosegue per la sua strada. Decisamente meno tortuosa e affollata della nostra.
Arrivato a una ventina di persone dalle porte, il serpentone si blocca definitivamente, il condensatore-sala cinematografica è saturo, ma rimaniamo composti in fila perché il personale del cinema ci dà ancora qualche speranza, mentre l'attore viene fuori e scambia affabile qualche battuta, sotto i flash di qualche fotografo e una telecamera Rai.
Poi nell'ultimo quarto d'ora ha inizio l'odioso italico modo di fare, dove qualcuna dello staff, riconoscendo qua e là, tra gli anonimi volti della folla, qualche amico-parente-cugino-amante o checcacchio ne so io, lo pinza e gli dice "scusa, ma non avevi la prenotazione?" e senza attendere una risposta imbarazzata e a rischio linciaggio "dai, su, vieni...".
Una, due, tre volte. Poi qualcuno si spazientisce e comincia a brontolare: si sa qualche atomo, dopo un tempo t, continua comunque a migrare. Meno male che le letture sono da I sommersi e i salvati! Ci sentiamo - e sono in buona compagnia - presi un po' per il culo. Così qualcuno fa compostamente le sue rimostranze, per scoprire che non esiste nessuna "lista di prenotazione", essendo lo spettacolo gratuito e ad esaurimento posti.
Moni Oviadia, che già aveva subodorato un po' di malcontento, torna fuori poco prima dell'inizio, con il testo di Levi in mano. Lo circondiamo affettuosamente: ci sorride e ci bendispone, spiegandoci che per il cinema è un problema di sicurezza. Qualcuna delle signore in coda, che ha accusato particolarmente la soperchieria, gli spiega il fatto delle prenotazioni. Qualcun altro propone di fare lo spettacolo proprio lì fuori. Io, che mi trovo lì davanti, aggiungo, a presa in giro, che potremmo far istallare al volo un maxischermo dentro, mentre lui sta fuori con noi. Sorride, rimane un po' interdetto pensando a una soluzione ragionevole e ci dice che davvero se siamo d'accordo possiamo ripetere la lettura lì fuori, visto che il cinema, con tutta probabilità, non darà la sala per il bis. Applaudiamo e lui torna dentro, non prima di aver chiesto che ore sono (le 21,05) e rinnovarci l'appuntamento a fra un'ora, aggiungendo che la sua "non è una promessa, ma un debito". Siamo contenti. Ne è valsa la pena. L'oretta passa veloce: faccio un'altra coda - questa breve - per un gelato di Fiorio, in via Po, che costituisce la mia cena. Torino resta Torino e dopo una cert'ora nisba, a meno di non entrare in un ristorante.
Alla fine, d'accordo con lo staff del cinema, si decide per fare il bis dentro. E' una versione ridotta, ma non meno bella e toccante. Non solo le parole di Levi, letto da Moni Oviadia sono belle, ma anche quelle di Walter Barberis, a commento. Parole e commenti che ci commuovono, nel ricordo di quella "angoscia del testimone" che divorò Primo Levi oggi, 11 aprile 1987, a Torino.
Usciamo insieme a lui, che vediamo contento della nostra presenza. Semplicemente, passandogli accanto prima di uscire, gli stringo la mano e dico, guardandolo negli occhi, "grazie". Lui mi rimanda il grazie e più stentoreo lo dice ancora a chi si trattiene, ringraziandoci per la pazienza e per l'attesa.
Esco definitivamente pensando a Primo Levi, a quanto ancora poco so di lui, della sua scrittura. A quanto sia necessario rileggere ancora le cose già lette e leggere ciò che non ho letto. Penso alla sua assenza, a cosa avrebbe potuto ancora dire, scrivere, testimoniare. Metto in moto e una strana calma mi assale. Torno a casa con il gas al minimo e la moto che borbotta imballata, godendomi il primo tepore di questa primavera metropolitana, contento di essere dove lui fu.

Luciano - Torino, 11 aprile 2007

martedì 27 marzo 2007

Due afgani per un italiano

È l’algebra della guerra. Contro la quale cinquant’anni fa è nata l’Europa, dove pochi anni prima un tedesco valeva dieci italiani. Quest’algebra non ci piace più. Non dovrebbe piacerci più.

E invece stiamo poco più che zitti davanti agli strascichi della liberazione di Mastrogiacomo. Anzi. Tra le righe leggo persino qualche segno di disturbo, di fastidio. In fondo questo Rahmatullah è un “addetto alla sicurezza”, figura sospetta. Che poi nella vita di tutti i giorni non usi il fucile ma il telefono è un altro paio di maniche. E che lo usi per dire quali sono le vie sicure e non per far detonare una bomba non è un dettaglio. Ma si chiama Rahmatullah ed è afgano, come quell’altro Nashkbandi, l’interprete.

A me piacerebbe che dopo cinquant’anni d’Europa l’algebra di guerra per cui due afgani valgono un italiano cadesse in disuso. E così ho firmato l’appello di Emergency.

“Siamo angosciati per la sorte di Rahmatullah Hanefi. Il responsabile afgano dell'ospedale di Emergency a Lashkargah è stato prelevato all'alba di martedì 20 dai servizi di sicurezza afgani.
Da allora nessuno ha potuto vederlo o parlargli, nemmeno i suoi famigliari. Non è stata formulata nessuna accusa, non esiste alcun documento che comprovi la sua detenzione. Alcuni afgani, che lavorano nel posto in cui Rahmatullah Hanefi è rinchiuso, ci hanno detto però che lo stanno interrogando e torturando "con i cavi elettrici".
Rahmatullah Hanefi è stato determinante nella liberazione di Daniele Mastrogiacomo, semplicemente facendo tutto e solo ciò che il governo italiano, attraverso Emergency, gli chiedeva di fare. Il suo aiuto potrebbe essere determinante anche per la sorte di Adjmal Nashkbandi, l'interprete di Mastrogiacomo, che non è ancora tornato dalla sua famiglia.
Domenica 25, il Ministro della sanità afgano ci ha informato che in un "alto meeting sulla sicurezza nazionale" presieduto da Hamid Karzai, è stato deciso di non rilasciare Rahmatullah Hanefi. Ci hanno fatto capire che non ci sono accuse contro di lui, ma che sono pronti a fabbricare false prove.Non è accettabile che il prezzo della liberazione del cittadino italiano Daniele Mastrogiacomo venga pagato da un coraggioso cittadino afgano e da Emergency. Abbiamo ripetutamente chiesto al Governo italiano, negli ultimi giorni, di impegnarsi per l’immediato rilascio di Rahmatullah Hanefi e il governo ci ha assicurato che l’avrebbe fatto. Chiediamo con forza al Governo italiano di rispettare le parola data”.

Vedete un po’ voi che fare.

giovedì 1 marzo 2007

Il linguaggio bellicoso della scienza

Quasi quasi non ci facciamo neanche caso, ma le metafore belliche abbondano nella scienza. Siamo circondati da: guerra contro il cancro, conquista dello spazio, cellule killer, biosicurezza, obiettivi che devono essere colpiti, malattie da sconfiggere e difese da sviluppare. Per non parlare di Archimede e Carnot, e ne cito solo due, che nei secoli passati avevano un coinvolgimento bellico in prima persona. E che dire del Ventesimo secolo? Dal progetto Manhattan in poi c’è solo l’imbarazzo della scelta.

George Lakoff, linguista cognitivo di Berkeley, dice che “non è solo questioni di linguaggio, è proprio un modo di pensare”. E Brigitte Nerlich, professoressa di Scienze, linguaggio e società all’Università di Nottingham porta il ragionamento un passo più in là: “nella microbiologia gli scienziati costruiscono un frame di riferimento nel quale virus e batteri sono il nemico e l’obiettivo è distruggerli”. Negandosi automaticamente ogni alternativa di ricerca.

Parole di guerra portano pensieri distruttivi e questi indirizzano in una sola direzione la ricerca, facendole perdere la flessibilità di un cammino che ammetta la serendipità come modalità di guardare alle cose. Certamente si perde qualcosa.

E poi c’è un problema d’immagine e forse non di sola immagine. L’epidemiologo Erik von Elm, dell’Università di Berna, completa il discorso: “una delle caratteristiche della scienza dovrebbe essere l’obiettività, ma le metafore belliche sono tutto il contrario. Hanno tutta l’intenzione di creare un clima di propaganda”. E qui si perde qualcos’altro. Molto altro.

Il rapporto tra scienza e linguaggio è critico: informa il pensiero scientifico e le relazioni tra la scienza e il resto della società. Due dimensioni determinanti per una buona vitalità di entrambe, e forse per l’esistenza stessa della scienza.

È poi è paradossale che la natura fortemente cooperativa, internazionale, pacifista e laica della scienza sia offuscata da un linguaggio distruttivo, competitivo e propagandistico.

Per saperne di più, leggete “The war against war metaphors”, recentemente apparso su The Scientist.

venerdì 5 gennaio 2007

Meno eserciti = più salute, istruzione e ricerca

Umberto Veronesi, oncologo, ex-ministro e pensatore attento ai temi della salute ma anche della ricerca, stupisce, sulle pagine de L’espresso dedicato alle sfide del 2007, con un argomento che sa di no global ma che è semplicemente razionale.

Quanta buona ricerca potremmo fare con i soldi degli aerei, dei missili e delle armi nucleari? I governi spendono drammaticamente di più per le spese militari che per la ricerca, o per la salute.

La proposta è semplice, riconvertire tutti i soldi spesi per il bilancio militare in salute e istruzione, che in definitiva vuol dire ricerca. Non un euro di meno.

L’obiettivo non può che essere quello radicale. Tanto più che gli eserciti sono ormai inutili, perché i conflitti in atto richiedono altre soluzioni e soprattutto perché gli eserciti armati della bomba atomica hanno un ruolo deterrente che potrebbe benissimo essere delegato a piccole forze multinazionali rinunciando ai costosissimi eserciti nazionali.

Veronesi poi fa un esempio concreto e reale: il Costarica nel 1949 ha abolito costituzionalmente l’esercito. Le risorse risparmiate sono servite per combattere l’analfabetismo, che oggi è solo al 4%, mentre in Sud America ci sono realtà come Guatemala e Honduras dove tocca il 30% e altre come il Nicaragua dove svetta fino al 35%.

E, forse ce lo dimentichiamo, ma maggior istruzione vuol dire maggior aspettativa di vita (in Costarica è la più alta di tutta l’America Latina con 12 anni su tutti gli altri), più attenzione alla salute, all’ambiente, alla ricerca scientifica. E soprattutto ai diritti umani.

Vale a dire che meno spese militari permettono più istruzione e di conseguenza una vita vissuta meglio e con maggior dignità. Davvero una bella sfida, che il mondo della ricerca dovrebbe sostenere attivamente.

Un segnale internazionale è la nascita del “Consorzio su scienza, tecnologie e innovazione per il Sud del mondo” (COSTIS), un nuovo organismo del G77 che avrà sede a Trieste. “Il Consorzio potrebbe diventare qualcosa di veramente importante, ha grandi possibilità. L’obiettivo ufficiale è quello di fare in modo che aiuti questi paesi nello sviluppo della ricerca scientifica, attraverso l’interazione con i paesi più ricchi, la ricerca di fondi, e incoraggiando la cooperazione tra istituti e università”, spiega il fisico Paolo Budinich in una bella intervista.

Servono segnali anche a livello nazionale ed europeo.