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venerdì 16 maggio 2008

Sci(bzaar)net

Il 17 maggio dalle 9.30 alle 1700, presso la Scuola politecnica di design, a Milano, ci sarà lo Sci(bzaar)net, incontro per riflettere sulle sfide che internet lancia alla divulgazione scientifica.

Peccato che non potrò esserci, mi sarebbe piaciuto.

Ma se siete a Milano e avete voglia, fateci un salto.

Aspetto i vostri commenti.

mercoledì 17 ottobre 2007

Anche in Inghilterra non c’è un solo pubblico

Gli inglesi sono antiscientifici?

È la domanda attorno alla quale, il 16 ottobre, ha lavorato l’ESRC (Economic and Social Research Council) nella cornice di una conferenza del programma “Scienza e società”. Il programma, nell’arco di sei anni e attraverso 45 progetti di ricerca, ha indagato molti aspetti della relazione tra scienza e società, nel senso più profondo.


Il professor Steve Rayner, che ha diretto il programma, ha dichiarato che “non è immediato concludere che il pubblico inglese sia antiscientifico. Il programma ha trovato scarsa evidenza di una cultura antiscientifica: ad esempio, come ovunque in Europa, il pubblico inglese è pronto a far sue le nuove tecnologie. Altro discorso invece è quello legato alla necessaria cautela e alla cultura del rischio, anche verso le questioni scientifiche, che deve essere comunicata al pubblico”.


Gli fa eco, Nick Pidgeon della Cardiff University e partecipante al programma: “Per assicurarci che ci sia una maggiore comprensione pubblica della scienza, specialmente nelle questioni controverse, dobbiamo prima acquisire maggior consapevolezza di come il pubblico si pone rispetto a questi temi. Una comunicazione unidirezionale sulle grandi questioni tra scienza e società (da mucca pazza agli ogm, dai cambiamenti climatici al nucleare, dalle nanotecnologie alle ricerche sugli embrioni) non funzione e deve essere sostituita da un approccio più integrato e inclusivo”.


Posso anche condividere le conclusioni ma ci sono due ipotesi iniziali implicite che mi lasciano qualche dubbio.


Non è così efficace – dal punto di vista della comprensione dei fenomeni sociali e in particolare della relazione tra scienza e (il resto della) società – ragionare nei termini del pubblico, al singolare. Ogni questione, ogni tema caldo, seleziona una varietà di pubblici che si relazionano con quella questione, con quel tema, in un modo peculiare e determinato dagli interessi di cui sono portatori. Cercare di capire le cose nei termini di un pubblico onnicomprensivo, è una semplificazione troppo grossolana e che rischia di portare a fraintendimenti notevoli.


Infine, l’obiettivo di avere una “maggiore comprensione pubblica della scienza”, per quanto apparentemente alto e nobile, è un obiettivo fittizio. La questione non sta nei termini della comprensione – che non può essere raggiunta se non in una forma molto approssimata e semplificata. Ma piuttosto in quelli della formazione di un consenso consapevole che si fonda su una certa prassi diffusa dell’uso del pensiero razionale. Elemento questo che viene molto prima del pensiero scientifico ma che è applicabile a contesti meno limitati e che permette di avvicinarsi anche a questioni controverse. E non solo in campo scientifico.


Perché alla fine, quello che serve è far crescere la consapevolezza e la partecipazione sulle questioni che interrogano scienza e (il resto della) società.


sabato 13 ottobre 2007

Tra wikipedia e Beppe Grillo

Andrew Keen è uno degli osservatori perplessi di internet e del web 2.0. La rivoluzione dell’interattività e dei contenuti prodotti dagli utenti produrranno, secondo Keen, “meno cultura, informazioni meno affidabili e alla fine caotiche”. Con queste tesi ha contribuito a vivacizzare, lo scorso settembre, la conferenza che l’Università di York ha organizzato suo web 2.0.

Wikipedia, i blog, Facebook, MySpace e YouTube, de.li.ci.ous sono strumenti per democratizzare la conoscenza, o almeno lo scambio d’informazioni, oppure contribuiscono a togliere ogni autorevolezza e affidabilità alle stesse. È una questione che investe alcune idee fondamentali: dalla privacy all’affidabilità, dall’identità alla democrazia.

In questi anni, il web è cresciuto per mano dei tecnologi e degli scienziati duri, prevalentemente. E forse ora è il momento che la discussione si sposti sul piano delle scienze sociali. La creatività di massa – concetto fissato in un libro di Charles Leadbeater, altro partecipante al dibattito – è un fenomeno nuovo che entra in collisione – positiva o conflittuale questo lo si vedrà – con la cultura come siamo abituati a conoscerla.

Le persone non vogliono soltanto merci e servizi, ma opportunità e strumenti per prendere parte in prima persona al gioco, per essere protagoniste del dibattito, indipendentemente dall’oggetto sul quale il dibattito verte.

Insomma, sembra che la discussione sia capire quanto i cittadini di una moderna democrazia – moderna anche perché il web 2.0 ha un ruolo – siano dei sempliciotti che si bevono acriticamente masse d’informazioni. O piuttosto sviluppino un sempre più affinato senso critico proprio per la partecipazione in prima persona alla costruzione delle informazioni e del loro senso.

In questo dibattito, Wikifoundation pensa se “chiudere” in qualche modo l’afflusso dei contributi liberi per rispondere alla domanda di maggior affidabilità. Ma sempre in questo clima, Beppe Grillo fa un cortocircuito che parte dalle sale dei teatri, va in rete e torna nelle piazze. La prima sembra voler rassicurare i sempliciotti, il secondo punta su un senso critico meglio affinato.

Staremo a vedere.

lunedì 8 ottobre 2007

Rane che saltano, pesci in padella… e altri menu

Una bella giornata, prima di tutto. E poi formativa: di quelle che fanno fare un passo in avanti.
Giovedì 4 ottobre, oltre duecento tra insegnanti, osservatori e animatori di Scienza under 18, hanno lavorato intorno all'idea di laboratorio per tutta la giornata, senza interruzioni e senza cali di tensione e interesse. Al Museo di Storia Naturale, a Milano.
L'obiettivo? cercare risposte a:
Che relazione c’è tra laboratorio scientifico e laboratorio didattico?
L’esperimento è alla base della prassi scientifica: che ruolo ha nella comunicazione della scienza e nell’educazione scientifica?
I limiti che il contesto didattico inevitabilmente pone ne cambiano sostanzialmente il ruolo?
La sua funzione è dimostrativa o costruttiva?
La formula è stata originale e fresca come spesso succede con Scienza under 18. La mattina tutti divisi in laboratori (11) a mettere le mani in pasta e le teste in gioco. Due laboratori a testa per ciascuno degli 11 gruppi d'insegnanti. Con tanto di conduttori, facilitatori ed esperti che osservavano.
Ogni gruppo ha prodotto alcune domande alle quali nel pomeriggio hanno risposto gli esperti: Aldo Borsese, Donata Fabbri, Laura Formenti, Enrica Giordano, Franco Giudice, Paolo Guidoni, Telmo Pievani.
I punti di vista del chimico, dello psicologo, del fisico, dello storico e del filosofo si sono confrontati con le esperienze e le idee degli insegnanti. In una dinamica di ricerca-azione che caratterizza il lavoro e la riflessione di Scienza under 18.
Insomma un bel compleanno per il primi 10 anni di quest'esperienza lombarda che dovrebbe proprio trovare al più presto emuli in altre regione. In tutte le altre regioni.

lunedì 18 giugno 2007

Tutti al mare!

Osservare per capire. Osservare per spiegare. Osservare per insegnare. Studenti e insegnanti sempre più spesso affiancano i ricercatori per provare sulla propria pelle l’esperienza della scoperta.

Tutto è più coinvolgente e piacevole se la location è unica e a contatto con la natura. Come è capitato a sei insegnanti inglesi, spagnoli e portoghesi che sono saliti sul vascello James Cook, per otto settimane di navigazione a studiare gli ecosistemi di alcune zone d’Atlantico lungo le coste europee. Ovviamente affiancando i ricercatori e producendo assieme a loro un diario online a disposizione degli studenti di tutto il mondo.

Il Centro oceanografico di Southampton che ha voluto il progetto Classroom@Sea punta a portare la scienza dalla nave alla classe, e sfrutta il web per farlo con le classi di tutto il mondo. E gli insegnanti sono essenziali per condividere le loro capacità di presentare la scienza al pubblico dei più giovani. Perché la condivisione sia più genuina, gli insegnanti stessi hanno preso parte agli esperimenti, fatto domande, scritto i testi delle attività quotidiane.

Qualcosa di simile è capitato col Quarto viaggio studio in Sudafrica per osservare il comportamento del grande squalo bianco in libertà. Le attività di osservazione sono state realizzate con l’equipe di Michael Rutzen responsabile dello Shark Diving Unlimited, da un gruppo di componenti dell’Associazione “Posidonia” e dall’Associazione Naturalisti della Calabria con il coordinamento scientifico dell’Acquario della Laguna di Orbetello. Insomma, l’osservazione naturalistica si è intrecciata anche in questo caso con l’attività di ricerca a livello internazionale. Là si trattava di insegnanti, qua di appassionati naturalisti. E, per la presenza di due appassionati svizzeri, il viaggio è stato seguito con interviste in diretta anche dal programma “Camaleonte” della Radio Svizzera Italiana e dal sito www.oltrepensiero.com con una finestra giornaliera che è stata attivata seguendo giorno per giorno con reportage, foto e video le attività del gruppo.

Analogamente, il web è diventato un prolungamento anche dell’avventura di Mini Darwin, viaggio alle Galapagos, sulle orme di Darwin, nel quale bambini e comunicatori scientifici hanno affiancato i ricercatori.

Sembra che l’esperienza in presa diretta sul campo, o meglio: sulle onde, e la facilità d’aggiornamento del web 2.0 permettano di vivere in prima persona esperienze scientifiche, che poi diventano strumenti didattici o divulgativi per “tutte le classi del mondo”.

Ai prossimi viaggi.

sabato 2 giugno 2007

Chi decide per la medicina?

Negli Stati Uniti, come da noi del resto, le questioni legate alla salute sono sempre più sotto gli occhi dell’opinion pubblica, e questo dovrebbe far concludere che i medici di base si sentano sempre più coinvolti nel partecipare alla vita politica.

Invece uno studio presentato alla conferenza annuale della Society for Academic Emergency Medicine (SAEM) Annual Meeting, mostra come la loro partecipazione ai processi politici sia calata nel corso degli anni.

Jennifer Lee e Melissa McCarthy della Johns Hopkins Medical School hanno analizzato l’affluenza alle urne e quindi la partecipazione al voto basandosi sui dati degli exit-poll del Census Bureau degli Stati Uniti. Ebbene, in confronto ad altre categorie professionali i medici di base votano molto meno (uno su quattro non lo fa). Sono nettamente inferiori a avvocati, insegnanti e agricoltori e leggermente inferiori a segretarie, autisti, operai, ingegneri, infermiere. Eppure le questioni legate proprio alla loro professione sono spesso centrali nelle campagne elettorali.

La scarsa partecipazione la voto priva gli Stati Uniti di un’importante partecipazione alle decisioni politiche in materia di salute. È notevole che proprio gli “esperti” facciano un passo indietro nella partecipazione politica. Di conseguenza, cresce il peso dei non esperti su decisioni che riguardano tutti ma che richiedono una certa dose di consapevolezza.

Da un lato è significativo che proprio chi è più professionalmente coinvolto non esprima molta fiducia negli strumenti politici. Dall’altro che la società – con tutta la sua varietà di attori, gruppi e figure professionali – ponga al centro dell’agenda politica temi sui quali gli addetti ai lavori fanno un passo indietro. Serve pertanto che i cittadini si dotino degli strumenti per dialogare tra loro e con gli esperti su questioni articolate e delicate.

giovedì 31 maggio 2007

Mettere tutti nelle condizioni di fare domande

C’è questa ricerca di cui ho letto e che mi ha fatto un po’ pensare. L’Economic and Social Research Council ha finanziato uno studio che cerca di capire i modi in cui le persone si sforzano di evitare gli scontri negli scambi di battute più normali e quotidiani.

Scattano meccanismi di solidarietà sociale che permettono di rendere più tranquille le interazioni. E tutto questo a livello linguistico. Le frasi vengono costruite in modo diverso a seconda del contesto, adattando le forme di cortesia, il livello lessicale, la famigliarità o la formalità delle parole che usano.

Questo può essere ovvio. Quante volte ci capita di sapere quale formula usare senza neanche pensarci? “Andiamo?”, “Andiamo!”, “Vuoi che andiamo”, “Io penso che potremmo andare”, “Forse vuoi che andiamo”, “E’ proprio ora che andiamo”.

Ma perché tutto questo è interessante? Perché dipende dal contesto e ci sono contesti nei quali affrontiamo, o meglio siamo costretti ad affrontare, questioni complesse, delle quali non controlliamo tutti gli aspetti e di conseguenza siamo più impacciati nel trovare la formula giusta. O almeno dobbiamo fermarci un attimo a pensarci su. Capita a tutti.

Capita anche che ci siano situazioni nelle quali molti, se non tutti, gli attori coinvolti non riescano a trovare le parole e quindi si esprimano male anche nel fare le domande. E possono essere domande importanti.

Pensiamo ai casi di comunicazione medico paziente nel quale il contesto è fortemente asimmetrico e lo sono gli interessi in campo: c’è uno sguardo professionale, per quanto umano e coinvolto, e uno sguardo toccato nel vivo dalla malattia. Ma ci sono anche situazioni meno drammatiche e cariche di pathos come quelle degli scontri ambientali – dal nucleare all’alta velocità alle discariche. E qui le parti in causa possono essere anche molto a disagio nel contesto in cui sono e quindi possono essere portate a fare grossi sforzi per evitare gli scontri. E possono non riuscirci.

Quello che succede nella dinamica a due (“Andiamo?”, “Andiamo!”, “Vuoi che andiamo”…), succede a maggior ragione su situazioni tra gruppi di cittadini, scienziati e non, intorno a questioni che richiedono di decidere in condizioni d’ignoranza, facendosi carico di rischi ed eventuali pericoli.

Ecco allora che è importante che gli attori – soprattutto gli attori esperti – sviluppino atteggiamenti per abbassare la soglia di sforzo di tutte le parti in causa. Per far sì che le domande vengano poste nel modo più sereno e adatto possibile ed evitare che già sul piano linguistico si aprano dei conflitti.

lunedì 28 maggio 2007

Notte bianca a Berlino

Il 9 giugno i laboratori e i centri di ricerca di Berlino e dintorni apriranno le porte per tutta la notte al pubblico. È la settima edizione della Notte scientifica, un’iniziativa che offre oltre 1.500 eventi per grandi e piccoli. Dalle conferenze agli spettacoli, dalle mostre al teatro, tutto è fatto e pensato per mettere la scienza in piazza, per dialogare e per far partecipare.

Giusto un’idea della partecipazione: lo scorso anno sono stati contati 137.000 visitatori. Ed è la città, non i soli ricercatori, a mobilitarsi attorno alla Notte, con i trasporti pubblici scontati e molte società e compagnie private che sponsorizzano e partecipano a vario titolo.

La notte è un momento eccezionale, che stimola la nostra capacità di cogliere fascino e che ci permette di entusiasmarci e di sentirci coinvolti. Una notte scientifica ha tutti i numeri per avvicinare persone alla ricerca scientifica e per far capire loro quanto è importante prendere parte alle decisioni che la toccano.

In Italia, abbiamo sparuti esempi notturni: “Una notte al museo” si tiene ad esempio al Museo di storia naturale di Firenze o al Museo Leonardo a Milano. E anche la fondazione per le biotecnologie a Torino organizza in orario quasi notturno “È di scena il delitto”. Insomma, anche da noi sembra che si comincia a parlare di scienza.

Che sia una via da esplorare ce lo dice anche il film con Ben Stiller ambientato appunto di notte e proprio in un museo.

sabato 26 maggio 2007

Come si comunica la scienza?

Diciamolo: il rimescolamento tra l’una e l’altra ha raggiunto uno dei suoi punti massimi nella storia dell’uomo. L’una è la scienza con le sue ricerche sempre più avanzate, i laboratori che richiedono risorse in gran quantità, il numero di ricercatori che non è mai stato così alto, i risultati nei campi più disparati e le applicazioni altrettanto diffuse. L’altra è la società che usa la tecnologia – nei paesi ricchi forse possiamo dire che si fonda sulla tecnologia -, vuole che la vita quotidiana migliori indefinitamente e in molte direzioni diverse, si aspetta che la medicina sconfigga tutti i mali, al limite la morte, eccetera eccetera.

La Torre d’avorio è preistoria, buona tutt’al più per l’immaginario, un mito che non descrive la realtà di oggi. Gli scienziati, i ricercatori, volenti o nolenti, sono in comunicazione continua con il mondo che li circonda. Si scambiano risorse e denaro: “io voglio i finanziamenti”, “e tu dammi gli strumenti per guadagnare di più e meglio”. Idee e concetti: la scienza da tutto il Novecento è la principale fonte di nuove conoscenze per l’uomo, ma viceversa la ricerca scientifica trae elementi e suggerimenti dal mondo esterno ai laboratori, dalle collettività che la circondano. Problemi e convinzioni: dalla ridefinizione dell’ingiustizia alla redistribuzione di ricchezza e violenza.

Ma siamo andati anche oltre. La Torre non c’è più, scienza e società sono in comunicazione e oggi ci troviamo in una situazione in cui un certo livello di consapevolezza scientifica è necessario per essere cittadini di uno stato democratico moderno. La democrazia compiuta, nel Ventunesimo secolo, mette al centro la conoscenza. Sempre più leggi riguardano temi che coinvolgono la scienza o la tecno-scienza; sempre più movimenti e campagne politiche – in particolare dal basso – ruotano attorno a conflitti nei quali la scienza è ora buona ora cattiva; sempre più frequentemente le opinioni pubbliche sono investite da questioni che hanno la scienza al centro. Essere cittadini vuol dire anche saper prendere decisioni o partecipare questioni che con la scienza hanno a che fare. La consapevolezza scientifica diventa allora uno degli strumenti di base della democrazia. Esserne sprovvisti vuol dire godere di diritti in misura limitata.

In una parola: la scienza e la società comunicano, hanno scambi osmotici, si scontrano e si fondono, dialogano e si rafforzano. Di questo incontro, fertile ma allo stesso tempo doloroso, ci parlano Yurij Castelfranchi e Nico Pitrelli in “Come si comunica la scienza?”, Laterza 2007.

È una riflessione per tutti, un manualetto di educazione civica per il cittadino della società della conoscenza. Agile e piacevole, va comprato e letto, regalato e fato leggere.

lunedì 21 maggio 2007

Un manifesto anfibio fra scienziati e cittadini

Domenica 20 maggio a Fest abbiamo presentato il manifesto per un’alleanza fra scienziati e cittadini. Lo firmiamo in tanti - qui sotto ci sono le firme raccolte fino a mercoledì 16 – giovani e anfibi. Anfibi vuol dire che come individui e come firmatari tutti assieme stiamo dentro e fuori la ricerca, ci muoviamo sulle interfacce della relazione tra scienza e società, della scienza nella società.

Il testo del manifesto è questo:

“Siamo un gruppo di ricercatori e comunicatori della scienza che unisce alla pratica quotidiana del proprio lavoro un’attenta riflessione teorica sulle implicazioni economiche e culturali e sulle politiche di gestione dello sviluppo scientifico e tecnologico, nella convinzione che i rapporti tra scienza e società siano oggi un elemento cruciale per interpretare il mondo in cui viviamo.

Invochiamo il pieno riconoscimento delle esperienze e delle competenze maturate sul campo nell’ambito della comunicazione della scienza e degli studi sui rapporti fra scienza e società, che riteniamo essere parte integrante e necessaria per la formazione professionale dei comunicatori e dei ricercatori.

Sosteniamo il valore sociale, etico e politico delle pratiche partecipative ai processi decisionali che indirizzano lo sviluppo della scienza e della tecnologia. Siamo convinti che il rapporto tra scienza e società sia fertile solo con l’inclusione di tutti i saperi, siano essi esperti o profani. Per questo riteniamo necessaria la libera circolazione delle conoscenze e la loro riappropriazione da parte di ogni possibile fruitore.

Intendiamo favorire la creazione di un’alleanza, basata sul reciproco riconoscimento, fra scienziati e cittadini, per impedire che le scelte rilevanti sullo sviluppo della scienza e della tecnologia siano lasciate alla sola ragione economica o all’autoreferenzialità della classe politica e accademica. Perché ciò sia possibile, riteniamo necessaria la creazione di iniziative e luoghi dedicati a facilitare il dialogo tra scienziati e cittadini, sostenuti da investimenti pubblici: non si può affidare al solo privato un ruolo fondamentale di garanzia democratica.

Osteggiamo il ricorso sistematico a forme decisionali elitarie o monolitiche che soffocano la partecipazione dei cittadini; la privatizzazione del sapere, che ostacola la produzione di nuove conoscenze e il loro libero accesso; ogni forma di precarietà, che mortifica le professionalità e limita il confronto fra le diverse anime della società che producono, finanziano e comunicano la ricerca scientifica.

Chiediamo dunque che sia riconosciuto e valorizzato il ruolo di quelle nuove figure professionali “anfibie”, provenienti dal mondo della comunicazione e della ricerca, che attraverso il loro operato quotidiano, favorendo l’apertura di nuovi canali di dialogo fra scienza e società, sono chiamate a porre le basi di una cittadinanza scientifica su cui possa sorgere una società della conoscenza che noi vogliamo equa, aperta e democratica”.

Post post: dopo aver pubblicato questo post, ho ricevuto notizia di una presentazione molto più attraente e coinvolgente del manifesto. La trovate sul sito di Radiofest.

Firmatari fino a mercoledì 16 maggio: Angelo Adamo, Luigi Amodio, Alice Andreoli, Marta Annunziata, Luca Tancredi Barone, Andrea Bernagozzi, Claudia Bianchi, Giulia Bianconi, Denis Bilotta, Nunzia Bonifati, Luca Borsato, Vojko Bratina, Mauro Capocci, Luca Caridà, Laura Casiraghi, Yurij Castelfranchi, Paola Catapano, Chiara Ceci, Luciano Celi, Danilo Cinti, Chiara Cipollina, Daniela Cipolloni, Stefania Coluccia, Tullia Costa, Adalberto Costessi, Sabrina Dardano, Cristina D’Addato, Marika De Acetis, Francesco Paolo de Ceglia, Giulia de Martini, Valeria delle Cave, Riccarda d’Onofrio, Alessandro Delfanti, Flora Di Martino, Martha Fabbri, Michele Fabbri, Enrica Favaro, Emiliano Feresin, Elisa Frisaldi, Maria Teresa Gallo, Licia Gambarelli, Daniele Gouthier, Francesca Iannelli, Leonardo Lauciello, Lisa Lazzarato, Francesco Lescai, Davide Ludovisi, Simone Maccaferri, Francesca Magni, Andrea Mameli, Manuela Mantelli, Roberto Manzocco, Federica Manzoli, Valeria Mapelli, Raffaella Marconi, Angelo Mastroianni, Beatrice Mautino, Valentina Murelli, Vincenzo Napolano, Nicola Nosengo, Demis Paolucci, Maurizio Pellegrino, Ilenia Picardi, Nico Pitrelli, Matteo Pompili, Gianluca Presta, Donato Ramani, Simona Regina, Francesca Riccioni, Walter Riva, Doriana Rodino, Francesca Rosati, Andrea Salemme, Stefano Sandrelli, Mauro Scanu, Tommaso Scarpa, Luca Sciortino, Luca Simeone, Angela Simone, Marina Semiglia, Davide Staffetta, Giancarlo Sturloni, Elisabetta Tola, Andrea Vico, Sabina Viezzoli, Erica Villa, Laura Viviani, Silvano Zipoli Caiani

giovedì 26 aprile 2007

A tre settimane da FEST

Ci siamo quasi. Tre settimane e Trieste sarà per quattro giorni – dal 17 al 20 maggio – la capitale dell’editoria scientifica. È la prima edizione di FEST, la fiera internazionale sul tema.

Trieste è già città internazionale e soprattutto città di scienza. Questa infatti da qualche decennio ha prestigiose sedi in città: dal Centro internazionale di fisica teorica, al Laboratorio si biologia marina, dalla Sissa all’Area di ricerca, dall’Osservatorio astronomico a Brain e via enumerando. Così è facile immaginare le Rive e l’atmosfera unica di Piazza Unità popolate da scienziati, comunicatori, editori e scrittori provenienti da tutto il mondo.

In fondo, a Trieste anche nella vita di tutti i giorni le lingue parlate sono decine e le religioni diverse presenti sono più che a Roma. Con tutte le sue spigolosità, Trieste è città d’incontro e quindi di cultura e quindi di scienza.

A FEST, cinema, teatri, musei, librerie e caffè storici ospiteranno la manifestazione in cui intrattenimento e approfondimento scientifico si mescoleranno nelle forme più varie. Perché bisogna lavorare tutti assieme per un nuovo modo di comunicare la scienza attraverso la lettura, l’ascolto, la narrazione, l’incontro e il dialogo.

E dato che si tratta di scienza, l’editoria si declina attraverso i diversi mezzi: dai libri agli audiobook, dai periodici cartacei ai magazine digitali, dalla televisione alla rete. Non mancheranno incontri, conferenze, performance che permetteranno al pubblico di scoprire e approfondire i più diversi aspetti del mondo scientifico.

Speriamo che sia una fiera come quelle di un tempo, dove la gente va e si diverte, s’incontra e trova gli stimoli più diversi, le attrazioni più mirabolanti.

E speriamo soprattutto che sia la prima di una serie lunga e coinvolgente.

Venite a FEST: a maggio Trieste è bellissima.

giovedì 19 aprile 2007

La qualità dell’open

La questione è annosa: qual è l’equilibrio tra buono e gratis? Quanto siamo disposti a rinunciare per non pagare? Le idee che circolano liberamente sono buone? Quanto? Come facciamo a saperlo?

La filosofia open parte esattamente dal punto di vista opposto. Un prodotto aperto viene realizzato da un singolo, o da un gruppo, ma poi viene sviluppato, testato, migliorato, arricchito, stressato in tutti i modi possibili da una comunità. È questo lavoro collettivo, possibile solo per l’apertura del progetto, a garantire una bontà migliore e soprattutto sempre crescente.

Nel mezzo ci siamo noi che usiamo i software e che ci barcameniamo tra offerte a pagamento e altre gratuite, tra software proprietari e altri open. Chi usa OpenOffice, giusto per fare l’esempio più noto, sa di avere per le mani il gemello aperto del prodotto di Microsoft. Quasi tutto funziona bene ma ci sono alcune disfunzioni, un po’ di documentazione manca, qualche applicazione è leggermente diversa da quelle che conosciamo abitualmente. Ad onor del vero, non è mica che con Microsoft Office sia tutto rose e fiori, ma questo è un altro discorso.

Fatto sta che il problema della qualità del software open source comincia a diventare una questione importante – e lo sarà tanto di più quanto questo sarà diffuso e utilizzato. O viceversa se la comunità di utenti sarà grande, i test saranno più numerosi e quindi i miglioramenti più veloci?

Per cercare di definire un sistema di valutazione dei software open, l’Europa ha messo in campo il progetto QualOSS – Quality of Open Source Software – che conterà su 3 milioni di euro nei prossimi due anni. Capofila è il Fraunhofer Institute for Experimental Software Engineering di Kaiserslautern.

QualOSS vuole arrivare a offrire a noi utenti di sistemi informatici la possibilità di determinare a quale livello una certa soluzione open corrisponde a criteri prefissati. Bisogna tenere in conto la robustezza, l’affidabilità del prodotto; ma anche l’attività e la reattività della comunità di sviluppatori.

L’obiettivo più profondo è far cresce la consapevolezza nelle aziende in modo che il mondo produttivo europeo scelga e usi le tecnologie open abbandonando quelle proprietarie.

La speranza è così che i produttori europei si affidino a strumenti che, essendo aperti, possono essere modificati e adattati alle esigenze dell’utente finale, rispondendo così a richieste che cambiano frequentemente nel tempo.

Insomma, una sorta di paracadute per ridurre il rischio degli investimenti tecnologici e per rendere più dinamica la capacità d’innovare.

martedì 10 aprile 2007

Venghino signori, venghino!

Di ESOF2008, abbiamo già parlato a margine della notizia che Torino sarà la sede di ESOF2010.

Adesso è arrivato il momento di fare proposte. Il Comitato di programma per Barcellona, 18-22 luglio 2008, invita a presentare iniziative che si rivolgano all’immaginazione dei cittadini con spettacoli, mostre, presentazioni che portino la scienza a incontrare la cultura, lo sport, il divertimento. Iniziative che impattino fortemente sull’immaginario e che mettano assieme, se possibile, diversi paesi d’Europa: perché la scienza è uno dei reagenti positivi della nuova cittadinanza europea. È uno degli ingredienti del sogno europeo.
Ovviamente, queste proposte s’inseriranno in un programma che prevedrà dibattiti sul ruolo della scienza e sull’impatto che assieme alla tecnologia ha sull’economia. Manifestazioni sulla ricerca europea nel mondo. Momenti di confronto sulle cellule staminali e sui cambiamenti climatici. Tutte cose che il Comitato organizzerà.
Ma il suo presidente, Sir Colin Berry vuole che arrivino anche proposte “dal basso”. Perché solo così possono emergere idee nuove che attraversano le discipline, format innovativi che coinvolgono i cittadini e nuovi stili di comunicazione che facilitano la partecipazione e il confronto.
Ce n’è bisogno. Non rimane che da cogliere la sfida.
La deadline è il 30 giugno 2007.