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sabato 2 febbraio 2008

Anfibi.org: scienza, società e comunicazione

Anfibi si nasce e di questi tempi si diventa.

Anfibi.org è lo spazio – nato ieri – per parlare di scienza, società e comunicazione.

Viene dopo un manifesto di cui abbiamo detto qui.

Vuole essere la voce dello stagno, cioè dell’insieme di tutte quelle nuove figure professionali “anfibie”, provenienti dal mondo della comunicazione e della ricerca, che attraverso il loro operato quotidiano, favorendo l’apertura di nuovi canali di dialogo fra scienza e società, sono chiamate a porre le basi di una cittadinanza scientifica su cui possa sorgere una società della conoscenza che noi vogliamo equa, aperta e democratica.

Buona lettura.

mercoledì 9 gennaio 2008

Oltre l'impact factor

Il sostanziale monopolio dell’Isi Thomson sulla misurazione delle pubblicazioni scientifiche è uno di quegli assiomi paradossali che non si sa perché ma rimangono quasi sempre indiscussi. Rarissimi sono i tentativi di proporre alternative all’impact factor volte a misurare la qualità di una rivista; oppure, attraverso le pubblicazioni, quelle di un ricercatore, di un’istituzione, di un paese.

All’Università di Granada, Félix de Moya Anegón coordina il SCImago Group che assieme ad Elsevier ha sviluppato un SCImago Journal & Country Rank (SJR). È un tentativo di proporre prodotti alternativi a quelli della Thomson che siano open access.

Il ranking di SCImago permette di descrivere la situazione dei paesi e delle riviste e può essere filtrato limitandolo a aree scientifiche, categorie tematiche, anni e così via. E tiene conto di molti indicatori - SJR, le citazioni, l’h-indice – con un algoritmo alla “page rank” che considera il peso delle citazioni sulla base del peso della pubblicazione che le cita.

Insomma, un’offerta più ricca e articolata che non schiaccia la misura di una rivista su un unico parametro e che soprattutto è totalmente trasparente nell’uso degli algoritmi e dei metodi di calcolo.

Speriamo che la comunità scientifica se ne accorga.

venerdì 9 novembre 2007

Un'ERA d'interesse globale

La Commissione Europea insiste sulla strada dell’ European Research Area (ERA). L’obiettivo è di arrivare a un unico mercato europeo degli scienziati nel quale gli scambi professionali siano veloce e poco problematici: abbattimento delle frontiere burocratiche.

Su questa via, la Fondazione Europea delle Scienze ha messo in calendario una conferenza per i politici, i ricercatori, i manager della scienza – tanto pubblici quanto privati – allo scopo di farli interagire e confrontare i rispettivi punti di vista sull’idea stessa dell’ERA e sulle aspettative che gli operatori hanno a proposito delle ricadute sulla scienza europea.

Il commissario Potocnik ha richiesto che ci siano commenti e raccomandazioni su ERA e la Fondazione ha recentemente fatto avere il suo punto di vista. Da questo documento è nato il progetto della conferenza (“Is ERA a first step to GLOREA (Global Research Area)?”) che si terrà a Strasburgo i prossimi 28 e 29 novembre. Nello spirito della domanda, interverranno esperti dall’America e dall’Asia, perché ERA sta effettivamente diventando un soggetto politico-scientifico d’interesse globale.

Dal punto di vista della comunicazione e delle dinamiche interne alle comunità scientifiche, sarà interessante la discussione sulla peer review e la conseguente riflessione sugli strumenti di valutazione in un futuro sempre più globalizzato.

Così come è già di per sè interessante che la peer review venga inquadrata in un ragionamento sulla dimensione internazionale della politica scientifica.

C'è da sperare che ci s'incammini su una strada diversa da quella dell'impact factor e che la comunità scientifica europea inizi a riflettere sulla necessità di costruire parametri di valutazione chiari, coerenti e soprattutto pubblici.

mercoledì 24 ottobre 2007

Verso un’era dell’open access in Europa

Il 18 ottobre a Liegi è stata messa la prima pietra di un movimento europeo per l’Open Access: l’EurOpenScholar.

Il perché è presto detto: dal 1993 l’indice globale dei prezzi è cresciuto del 30%. Quello delle riviste scientifiche di oltre il 275%. E presto sarà impossibile per un’istituzione finanziata normalmente, accedere alla letteratura necessaria a una buona ricerca.

Nonostante la Dichiarazione di Berlino del 2003, poche università europee perseguono realmente una politica dell’open access. Urge un’accelerazione.

EurOpenScholar informerà le università europee sulle potenzialità dell’open per la ricerca; e cercherà di costruire dei repository istituzionali dove condividere e rendere accessibili le pubblicazioni.

L’obiettivo finale è di convincere I ricercatori, le università e le istituzioni a fare scelte coerenti con l’adozione di una politica open.

I fondatori sono : le università di Liegi, Trieste, Roma2 e Roma 3, Vicenza, Porto, Salford, Lancaster, Rotterdam (Erasmus), Torino, Antwerp, Ghent e Southampton; il politecnico della Catalogna a Barcellona; il Paul Ehrlich Institute; l’Instituto Superiore di Sanita; il consorzio Caspur, i Rutherford Appleton Laboratory; e un rappresentante della Commissione Europea.

mercoledì 17 ottobre 2007

La Lega Nord è contro il cervello della Montalcini

Leggo su Repubblica.it della proposta lanciata in conferenza stampa dal senatore Roberto Castelli.
"Eliminare gli stanziamenti ad hoc per la fondazione Ebri (European brain research institute) della senatrice a vita Rita Levi Montalcini": la proposta, messa nero su bianco con un emendamento al decreto legge che accompagna la manovra, è della Lega. Lo ha annunciato il capogruppo del Carroccio al Senato Roberto Castelli, nel corso di una conferenza stampa per presentare le modifiche alla Finanziaria. "E' un grande spreco - ha spiegato Castelli - ed un immorale mercimonio".
Non entro nel merito dello scontro politico Levi Montalcini-Storace-Napolitano-(Mastella), che ora si impreziosisce della partecipazione di Castelli e del gruppo della Lega Nord.
Mi viene da notare però che per polemiche, credo legittime, in seno alla politica, ora ci si spinge anche a dare patenti di serietà scientifica in Senato.
Mi chiedo cosa succederebbe se un qualche corso in Scienze politiche di una qualche autorevole università valutasse la democraticità dell'azione dei partiti. Già immagino gli allarmi per un "golpe degli intellettuali" o almeno dei professori.
Fatto sta che il gruppo della Lega Nord dichiara che "l'istituto San Raffaele di Milano è all'avanguardia nel campo della biotecnologia". Mentre mette in dubbio l'eccellenza dell'Istituto del quale la Levi Montalcini è presidente (credo) onorario.
Non mi sembra una procedura scientificamente fondata. E voglio sperare che si sollevi qualche voce dal San Raffaele per dire che l'eccellenza scientifica non si determina sulla base di scontri politici. E che il San Raffaele in questi scontri non ci vuole entrare. Neanche per ricevere i finanziamenti che la Lega Nord vuole dirottare da Ebri.

ps: da nordico e quindi osservatore interessato al fenomeno Lega, mi viene da notare che Ebri sta a Roma e San Raffaele a Milano. Ma sono sicuramente maligno.

mercoledì 10 ottobre 2007

Liberiamo la ricerca italiana

Mario Capecchi ha vinto il premio Nobel per la medicina. Ed è una buona notizia. Il bello è che da quel momento sono state scoperte due cose: che esiste e che è italiano.

Ci hanno anche raccontato che da bambino era così povero che doveva rubare per mangiare. E non è un brutto racconto, perché lascia aperta la speranza che la ricerca sia una possibilità per tutti, non solo per i figli dei ricchi e degli intellettuali.

Un’altra buona notizia è che la stampa italiana ha voglia di scrivere e di pubblicare notizie positive sulla ricerca italiana. Passiamo sopra al fatto che in questo caso ha costruito "artificialmente " un ricercatore italiano…

Se non altro i giornalisti hanno messo in luce le radici culturalscientifiche della ricerca italiana: è infatti vero che Mario Capecchi ha fatto il suo Ph.D. con Jim Watson, che a sua volta era allievo di Salvador Luria, premio Nobel e allievo a sua volta di Giuseppe Levi, il più grande ricercatore nel campo della Biologia e della Medicina fra le due guerre. Levi, padre di Natalia Ginzburg autrice di "Lessico familiare" , era anche il maestro dei premi Nobel Renato Dulbecco e Rita Levi Montalcini. Tutti questi premi Nobel venivano fuori dalla scuola di Torino e l'italianità di Capecchi sta tutta qui. Ed è meglio rispetto alla “sola” nascita e ai primi nove anni di vita italiana.

Visto l’interesse dei media, il ricercatore Giovanni Romeo è intervenuto mercoledì 10 ottobre a Prima Pagina - giornalista di turno Marcello Sorgi della Stampa) –chiedendo perché i media non si interessano di più ai problemi della ricerca italiana finanziata dal pubblico (carenza di fondi, sistema di distribuzione mai basato sul merito ecc.) sfruttando appunto l'onda di interesse creata dall'assegnazione del premio Nobel a Capecchi. Risposta di Sorgi, che non è un pivello: “i ricercatori in Italia sono troppi (sic !) e quindi i fondi pubblici divisi egualmente per tutti questi ricercatori diventano necessariamente insufficienti”.

Roba da rimanere allibiti!

Sarebbe bello, sin da domattina, giovedì 11 ottobre riprendere l'argomento con Marcello Sorgi spiegandogli che si è sbagliato (e di molto...). La proposta è di telefonare a Prima Pagina proprio offrendo argomenti e dimostrazioni specifiche che quello che ha detto Sorgi è completamente errato. Se un giornalista come Sorgi che ha diretto per anni la Stampa commette errori così grossolani, vuol dire che c'è moltissimo lavoro da fare per informare correttamente i nostri concittadini – e la responsabilità non è certo dei soli giornalisti.

I ricercatori non sono troppi e quello che fanno è estremamente importante per il Paese!

Per telefonare a Prima Pagina: numero verde 800 050 333. Telefonate alle 7:00 del mattino, altrimenti risulta sempre occupato.

L’iniziativa parte da un gruppo di ricercatori intorno a Giovanni Romeo , si chiama “Liberiamo la ricerca” e chi vuole saperne di più può scrivere ad andreina.baccaro AT eurogene.org.

mercoledì 5 settembre 2007

La peer review funziona ancora?

La peer review è lo strumento cardine del sistema di valutazione che sta alla base del ruolo delle riviste scientifiche. I valutatori, i cosiddetti referee, devono stimare l’originalità, la pertinenza e il contributo innovativo degli articoli che vengono proposti per la pubblicazione. Fare da referee è una delle funzioni che ogni ricercatore e scienziato deve ricoprire in modo volontario e gratuito per il benessere scientifico della comunità di cui fa parte. Senza controllo di qualità, gli articoli ma anche le domande di finanziamento non vengono considerati come attendibili dalla comunità scientifica.
Oggi c’è preoccupazione sulla serietà di questi controlli, sulla formazione che dovrebbero avere i ricercatori che si apprestano a valutare un testo, sulla capacità di resistere alle pressioni alla quale dovrebbero essere addestrati. L’allarme viene dalle scienze sociali e a lanciarlo è la British Academy con un suo rapporto pubblicato il 5 settembre 2007.
Sicuramente, anche nelle scienze esatti, il sistema della peer review da qualche tempo mostra segni di stanchezza. C’è un contesto generale in veloce mutazione: aumentano le pubblicazioni esclusivamente elettroniche e c’è un aumento abbastanza generalizzato di molte ricerche specializzate.
Poi, la spinta a pubblicare sempre di più fa sottostimare il ruolo della peer review, che viene vissuta spesso come uno ostacolo e un freno alla necessità di pubblicare per ricevere finanziamenti e in definitiva fare carriera.
Il rapporto curato dal Professor Albert Weale muove dall’ipotesi che “è incredibile che sebbene la peer review sia comunemente riconosciuta come uno dei capisaldi della qualità accademica, non ci sia nessun tipo di formazione a essa”.
Lo studio va letto con la lente delle scienze sociali a cui è dedicato ma l’allarme per elevare gli standard di qualità nella valutazione delle pubblicazioni scientifiche è del tutto generale e vale senz’altro anche per le discipline nelle quali la peer review ha una storia più lunga e consolidata.

domenica 18 marzo 2007

Ricercatori fuori dall’università

Ma la scienza si fa veramente nelle Università? Dove si crea la nuova conoscenza? Che ruolo hanno i ricercatori non-universitari?

Sono le domande che si sono posti a Belfast con il Festival delle Scienze Sociali, organizzato dall’Economic and Social Research Council presso la Queen’s University.

Pensiamo agli storici che si occupano di storia locale e famigliare, ai biografi, agli archeologi, agli astronomi amatoriali, ai naturalisti sul campo, ai giornalisti scientifici e a molti altri. Tutti sono fuori dalle università ma sono in grado di dialogare con gruppi di ricerca e di raggiungere risultati realmente scientifici.

David Livingstone, geografo e uno degli organizzatori del Festival, sottolinea come quelle delle università quali fonte unica della conoscenza sia un mito infondato: “La conoscenza è sempre stata prodotta in molti contesti diversi dalle università, in ogni epoca. Nella nostra, che si caratterizza per un peso crescente della specializzazione, è ancora più importante che ci sia un dialogo onesto e vero tra chi sta dentro e chi sta fuori dalle università. Il rischio? È che le università stesse siano tagliate fuori dai processi economici basati sulla conoscenza”.

In ballo è il ruolo delle università, forse la loro stessa esistenza. Se non sapranno riconoscere il contributo essenziale di studiosi indipendenti e se non li sapranno accogliere come membri di pari diritto della comunità scientifica, saranno presto una sede superata e rischieranno, loro, di essere tagliate fuori dal dibattito scientifico.

Non basta più che le università facciano alta formazione e ricerca, ora devono anche fare comunicazione, con la società tutta, e in particolare con gli studiosi indipendenti.
Chi sta fuori infatti ha spesso una maggior agilità e versatilità che gli permette di produrre conoscenza altrettanto buona e contemporaneamente di metterla in circolo nel mercato della conoscenza.

In questa cornice, le università rischiano la fine dei dinosauri, sempre che, come a Belfast, non colgano l’importanza di mettersi in gioco e confrontarsi con chi si muove liberamente nel mondo esterno.

sabato 3 marzo 2007

Il valore economico di una laurea

Laurearsi conviene. Non parliamo di cultura, di formazione, di qualità della vita ma solo di soldi, di euro o meglio di sterline.

L’organismo inglese Universities UK ha redatto un rapporto che mostra il puro valore economico di una laurea.

Stipendi superiori del 20-25%.

Maggiori opportunità di guadagno purtroppo premiano i maschi – e meno le femmine. Ma per fortuna quelli che vengono da gruppi socio-economici deboli o da famiglie che hanno basse entrate.

La collettività investe per produrre un laureato. Ebbene questo è un buon investimento, stimato in un 12-13%.

E ancora: i benefici economici dei laureati aumentano man mano che questi avanzano in età e carriera. La forbice nei confronti dei non laureati si apre sempre di più.

I laureati trovano lavoro più facilmente e quando licenziati lo ri-trovano meglio di chi è licenziato senza laurea.

E tutto questo succede pur in presenza di un innalzamento generale dei livelli di formazione e di un aumento del numero di laureati.

Come dire che nonostante una maggior concorrenza, laurearsi è sempre un buon investimento individuale.

Tra parentesi: il rapporto presenta anche altri benefici non economici, sulla salute, la riduzione del crimine, la coesione sociale e così via.

Insomma, nella società della conoscenza, la laurea conviene. Almeno nel Regno Unito.

Sarebbe interessante capire che beneficio c’è in Italia…

mercoledì 21 febbraio 2007

Piombo nelle ali della ricerca

Mi sono sfogliato (online) la Relazione finale che il Comitato di Indirizzo per la Valutazione della Ricerca ha presentato l’8 febbraio 2007 sul triennio 2001-2003.

I prodotti della ricerca che il Comitato ha considerato sono articoli, libri, brevetti, manufatti e opere d’arte, progetti, performance, mostre ed esposizioni, risultati di valorizzazione applicativa e via scendendo nelle spire del burocratese.

La relazione mi sembra un po’ ottimistica: nel corso del triennio i prodotti aumentano del 36% - un po’ tantino. Nella produzione la fanno da padroni medici, fisici e biologi. Seguiti da: filologi e letterati, ingegneri, storici e filosofi, chimici, giuristi, economisti, matematici e informatici ecc. ecc.

Udite udite: il 76% dei prodotti è in inglese, il 22 in italiano e poi ci sono presenze di altre lingue.

Ciò che mi lascia veramente perplesso è la valutazione del livello di giudizio: 30% di eccellenti e 46% di buoni mi sembrano veramente un po’ troppo. Cosa vuol dire essere eccellente? E buono? E perché le due voci inferiori sono accettabile e limitato? Non c’è nulla di scadente? Io riscalerei un po’ in basso…

Un dato che sembra interessante, anche se andrebbe anch’esso un po’ riscalato, è quello che ci dice che tra i prodotti presentati da più enti gli eccellenti sono il 52% e i buoni il 39%. Come dire che collaborando la ricerca migliora. È un po’ la scoperta dell’acqua calda, ma forse bisognerebbe spingere la ricerca italiana in questa direzione, smorzando un po’ degli anacronistici localismi che ci portiamo dietro.

Ma veniamo alla divisione dell’Italia in nord, centro e sud e alle ovvie dolenti note. Al nord ogni ricercatore ha bisogno di 0,85 amministrativi; al centro di 1 e al sud di 1,25. A e sembrano sempre troppi ma quelli meridionali sono una vera e propria esagerazione. Infatti: a cosa dovrebbero servire gli amministrativi? Tra le altre cose ad attrarre altre risorse, altre rispetto a quelle che lo stato comunque dà. E qui vediamo che le cose non vanno affatto bene. Al nord per attrarre 1 euro le strutture devono averne 0,9 dallo stato. Al centro ne servono 1,32 e al sud 1,21. Come dire che essere di più non significa lavorare meglio – almeno per gli amministrativi della ricerca italiana.

E non va meglio se guardiamo i dati assoluti. I finanziamenti per progetti di ricerca per ricercatore passano dai 17.000 euro al nord ai 16.000 al centro ai 13.00 al sud.

Allora: va bene predicare il mitico 3% del PIL per la ricerca e denunciare che l’Italia è sempre lontana. Però bisognerebbe cominciare anche a pensare come snellire le macchine amministrative, gli apparati burocratici, le segreterie varie che mettono piombo nelle ali della ricerca.

Tra l’altro, dalla relazione sembra che meno sono gli amministrativi più è facile attrarre risorse non statali la cui scarsità è proprio uno dei talloni d’Achille del nostro Paese.

martedì 6 febbraio 2007

Nanodialogo

Lo sappiamo: introdurre nuove tecnologie nella società vuol dire prima di tutto dialogare con la società. In alternativa, i rischi sono le paure e le speranze immotivate, che prima o poi sfociano in controversie. Ma c’è di più: nuove tecnologie vuol dire nuove decisioni e quindi nuovi cittadini. Pertanto gli scienziati, i ricercatori, gli esperti hanno il ruolo, e il dovere, di dialogare con i cittadini per far crescere la consapevolezza reciproca.

Su questo hanno collaborato, nel progetto NanoDialogue, musei (Città della Scienza, Deutsches Museum, Univeseum AB, Ahhaa Science Centre) e università (Westminster) , associazioni (MQC2) e parchi scientifici (Barcelona), network (ECSITE) e fondazioni (Flanders Technology Internationa Foundation, Ciencia Viva, Centre de Culture Scientifique, Technique et Industrielle di Grenoble).

L’obiettivo del progetto è ragionare attorno a una domanda: a che punto siamo con le nanotecnologie? In che direzione stiamo andando?

Non si tratta tanto di far capire, anche se spesso c’è bisogno di far capire.

E neppure di convincere, perché le convinzioni sovradimensionate possono essere un boomerang.

Si tratta invece di far emergere quelli che saranno gli stakeholder del futuro e di riconoscere loro un ruolo mettendoli in relazione con i ricercatori e con tutti gli attori che si muovono intorno a questa nuova tecnologia e a tutto ciò che è nano-. Bisogna, insomma, costruire una rete, link per link.

E si tratta anche di studiare le forme di comunicazione che comunque ci sono e nelle quali gli esperti e i ricercatori non hanno un ruolo. La fiction scientifica spesso dà una visione drammatica delle nanotecnologie: nanocreature distruggono tutto quello che trovano sul loro cammino e si rivoltano contro i loro stessi creatori. Per quanto tutto ciò sia molto lontano dalla realtà anche solo dei laboratori di ricerca.

L’incontro tra vita e tecnologia può essere fertile di nuove opportunità o tremendo di nuove paure. Come prima cosa, comunque, va capito.

Lunedì 5 febbraio a Bruxelles, presso il Parlamento, una conferenza ha chiuso il progetto NanoDialogue che si è proposto di far partecipare, tutti assieme, scienziati, decisori e stakeholder in modo da costruire, tutti assieme, una strategia comunicativa che tenesse conto di tutti i punti di vista e che non fosse l’arma in mano di una parte ma piuttosto un’opportunità per tutti. Partecipanti: dall’Italia alla Svezia, dall’Estonia alla Francia alla Spagna, al Belgio, al Regno Unito alla Germania, al Portogallo.

In questo come in altri casi, il rapido sviluppo di nuove tecnologie genera controversie e prima ancora paure.

E allora la comprensione del nano-immaginario può aiutare a dialogare con la società e il dialogo può permettere di distinguere la fantasia dai fatti.

venerdì 2 febbraio 2007

Cooperazione scientifica a Gerusalemme

Nasce alla Hebrew University di Gerusalemme il “Centro per la convergenza di scienze e tecnologie”, per iniziativa di Dan Gazit e in collaborazione con Yissum, la società per il trasferimento tecnologico dell’Università stessa.

Oggi il Centro si propone di aprire linee di ricerca che facciano dialogare le scienze umane con l’informatica, la biomedicina con la giurisprudenza, l’etica con gli studi sull’opinione pubblica. O meglio, come dice Gazit, coniando un acronimo: il centro sarà BINCA, cioè bio, info, nano, cogni e artistico.

Si candida quindi a essere luogo d’incontro di prospettive diverse che coinvolgono elementi scientifici, economici, etici, legali, sociali.

I primi tre progetti che il Centro finanzia sono:

  • lo sviluppo di nano-sensori per ricercare le cause patogene, attraverso la cooperazione di medicina, natotecnologia e business
  • lo studio delle origini preistoriche della lingua ebraica, attraverso la cooperazione di fisica chimica, archeologia, linguistica e informatica
  • la comprensione dell’altruismo nella società umana, attraverso la cooperazione di biomedicina, informatica, scienze cognitive e sociali.

Domani il Centro svilupperà programmi d’insegnamento per formare giovani ricercatori capaci di cooperare e lavorare in modo “convergente”.

Secondo Gazit questa via ha la possibilità di attrarre intelligenze e competenze molto diverse che colgono la potenzialità della cooperazione. Ma soprattutto può creare un contesto nel quale nascano settori scientifici nuovi e linee di ricerca inedite e molto fertili.