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domenica 8 giugno 2008

Donne e scienza: uno studio

Le donne continuano a essere molto limitate, diciamolo: discriminate, nella ricerca europea.

Con i Gender Action Plans (GAPs), un gruppo di ricerca finanziato dalla Commissione europea ha redatto un report sui problemi delle scienziate a partecipare pienamente alla ricerca accademica.

Simona Palermo, Elisabetta Giuffra, Valeria Arzenton e Maximiano Bucchi hanno scritto un questionario che tocca tanto gli aspetti personali che quelli professionali della vita dei ricercatori e l’hanno sottoposto a 143 scienziati (53,1% dei quali uomini).

Emerge che le ricercatrici sono preoccupate dal fatto che le posizioni preminenti nelle professioni scientifiche sono in mano agli uomini: 83 uomini su cento hanno una posizione stabile, a fronte di sole 56 donne su cento.

Simona Palermo sottolinea come “i risultati confermano che le donne partecipano pienamente alla ricerca nei primi passi della carriera scientifica, per poi abbassare le ambizioni e le aspettative professionali una volta che hanno dei figli”. E di questo sono consapevoli tanto i ricercatori (60%) quanto le ricercatrici (70%): combinare ricerca e maternità è la difficoltà.

Poi c’è la questione del potere: la ricerca è governata dagli uomini, potrebbe essere il titolo. Molte donne sono relegate in posizioni subordinate (75%) cosa che capita a molti meno uomini (33%). E così si diffonde la convinzione – soprattutto tra le ricercatrici – che le donne hanno meno possibilità di raggiungere posizioni di guida e gestione della ricerca, perché hanno una natura meno competitiva e soffrono di più a combattere per la carriera, dote che viene considerata tipicamente maschile.

Insomma, il problema – secondo questo studio – ha una dimensione orizzontale e una verticale. Da un lato, la maternità blocca la carriera in sé (e questo è più evidente in alcuni settori di ricerca nei quali le donne scarseggiano maggiormente), dall’altro la competitività limita fortemente un equo accesso al potere. Un risultato non dissimile dalla dimensione sociale che abbiamo studiato e presentato qui.

Letture consigliate: “Gender and Science”, Correspondence, EMBO reports 9, 6, 494–495, 2008. “Mujer y ciencia. La situación de las mujeres investigadoras en el sistema español de ciencia y tecnología”, FECYT, 2007.

martedì 6 maggio 2008

Studenti matematici a Cipro

Parleranno di matematica e scienze, matematica e vita, matematica e musica, matematica e applicazioni. In genere di matematica e *, con * uguale a qualcosa.

Saranno giovani: tutti tra i 12 e i 18 anni.

Si incontreranno a Cipro, tra il 5 e l’8 febbraio del 2009.

Saranno i partecipanti alla European Student Conference in Mathematics, EUROMATH – 2009.

Saranno giovani ricercatori in erba, eventualmente accompagnati dai loro insegnanti.

Per partecipare, le iscrizioni devono arrivare entro il 17 ottobre (per chi vuole parlare) ovvero il 30 novembre (per chi vuole solo ascoltare).

Speriamo che siano numerosi.

E che l’Italia non brilli per assenza.

giovedì 20 marzo 2008

"Acqua potabile" gratis per tutti

Grazie alla Delft University e all’Unesco i ricercatori che studiano le problematiche dell’acqua potabile, del suo trattamento e della sua distribuzione potranno finalmente leggere e studiare gratis.

DWES è il nuovo journal che si occupa di ingegneria dell’acqua potabile.

La formula che rende possibile è che sia l’autore a pagare per la pubblicazione (400 euro per 10 pagine). Poi per il resto DWES è una rivista scientifica con tutti i crismi della peer-review: garantiscono tre referee per ogni articolo.

Naturalmente è una pubblicazione soltanto online e questo aiuta ad abbattere i costi della produzione.

Un interessante elemento di novità è il fatto che gli articoli non accettati per la pubblicazione vengono archiviati in un’area di discussione e questo li rende comunque disponibili a tutti per il confronto e la critica.

L’obiettivo è offrire ai ricercatori dei paesi in via di sviluppo uno strumento di crescita e di ricerca totalmente libero e gratuito. Insomma qualcosa di simile al nostro Jcom, come spirito e visione della ricerca.

Info: Unesco e Hess.

mercoledì 9 gennaio 2008

Oltre l'impact factor

Il sostanziale monopolio dell’Isi Thomson sulla misurazione delle pubblicazioni scientifiche è uno di quegli assiomi paradossali che non si sa perché ma rimangono quasi sempre indiscussi. Rarissimi sono i tentativi di proporre alternative all’impact factor volte a misurare la qualità di una rivista; oppure, attraverso le pubblicazioni, quelle di un ricercatore, di un’istituzione, di un paese.

All’Università di Granada, Félix de Moya Anegón coordina il SCImago Group che assieme ad Elsevier ha sviluppato un SCImago Journal & Country Rank (SJR). È un tentativo di proporre prodotti alternativi a quelli della Thomson che siano open access.

Il ranking di SCImago permette di descrivere la situazione dei paesi e delle riviste e può essere filtrato limitandolo a aree scientifiche, categorie tematiche, anni e così via. E tiene conto di molti indicatori - SJR, le citazioni, l’h-indice – con un algoritmo alla “page rank” che considera il peso delle citazioni sulla base del peso della pubblicazione che le cita.

Insomma, un’offerta più ricca e articolata che non schiaccia la misura di una rivista su un unico parametro e che soprattutto è totalmente trasparente nell’uso degli algoritmi e dei metodi di calcolo.

Speriamo che la comunità scientifica se ne accorga.

sabato 17 novembre 2007

Sesto convegno sulla comunicazione della scienza

Fra poco più di dieci giorni, dal 29 novembre al 1° dicembre, a Forlì, nella solita sete dell'Hotel della Città, ci sarà la sesta edizione del convegno nazionale sulla comunicazione della scienza organizzato dal gruppo Innovazioni nella comunicazione della scienza della Sissa.
Quest'anno il tema della sessione speciale è quello dalla società della conoscenza: interverranno Nicla Vassallo, Mauro Capocci, Manuela Arata, Pietro Greco e Walter Tocci.
Il programma prevede di nuovo, dopo un anno di pausa, numerose sessioni parallele. Infatti quest'edizione ha visto il record di abstract di ricercatori desiderosi di partecipare a quello che ormai è un appuntamento atteso e che sempre più si connota per la sua dimensione di ricerca.
Si parlerà della diaspora dei ricercatori italiani, di cittadinanza scientifica, di scienza e immaginario; di biotech, di musei, didattica e web. Si presenteranno tre libri, ma parlarne sarebbe un po' troppo autoreferenziale.

Infine, come tutti gli anni, al convegno sarà disponibile il volume degli atti della scorsa edizione.

martedì 30 ottobre 2007

Le mani sulla biologia molecolare

Si chiama Eicos ed è la 'European Initiative for Communicators of Science'.

Si rivolge a giornalisti e comunicatori della scienza europei. E li invita al Max Planck Institute per la Chimica biofisica di Goettingen in Germania, per mettere le mani sulle tecniche di biologia molecolare; per discutere le implicazioni profonde (della b.m.), tanto per la società quanto per i ricercatori; per raccogliere idee e stimoli utili a scrivere storie future; e anche per incontrare colleghi di altri paesi e di altri media.

Insomma, un’opportunità per fare scienza con le mani prima di riversarla con mouse-e-tastiera in un articolo, una mostra, uno spettacolo.

Eicos sarà dal 17 al 24 maggio del 2008.

La deadline per l’application invece è il 15 febbraio.

mercoledì 24 ottobre 2007

Verso un’era dell’open access in Europa

Il 18 ottobre a Liegi è stata messa la prima pietra di un movimento europeo per l’Open Access: l’EurOpenScholar.

Il perché è presto detto: dal 1993 l’indice globale dei prezzi è cresciuto del 30%. Quello delle riviste scientifiche di oltre il 275%. E presto sarà impossibile per un’istituzione finanziata normalmente, accedere alla letteratura necessaria a una buona ricerca.

Nonostante la Dichiarazione di Berlino del 2003, poche università europee perseguono realmente una politica dell’open access. Urge un’accelerazione.

EurOpenScholar informerà le università europee sulle potenzialità dell’open per la ricerca; e cercherà di costruire dei repository istituzionali dove condividere e rendere accessibili le pubblicazioni.

L’obiettivo finale è di convincere I ricercatori, le università e le istituzioni a fare scelte coerenti con l’adozione di una politica open.

I fondatori sono : le università di Liegi, Trieste, Roma2 e Roma 3, Vicenza, Porto, Salford, Lancaster, Rotterdam (Erasmus), Torino, Antwerp, Ghent e Southampton; il politecnico della Catalogna a Barcellona; il Paul Ehrlich Institute; l’Instituto Superiore di Sanita; il consorzio Caspur, i Rutherford Appleton Laboratory; e un rappresentante della Commissione Europea.

mercoledì 10 ottobre 2007

Liberiamo la ricerca italiana

Mario Capecchi ha vinto il premio Nobel per la medicina. Ed è una buona notizia. Il bello è che da quel momento sono state scoperte due cose: che esiste e che è italiano.

Ci hanno anche raccontato che da bambino era così povero che doveva rubare per mangiare. E non è un brutto racconto, perché lascia aperta la speranza che la ricerca sia una possibilità per tutti, non solo per i figli dei ricchi e degli intellettuali.

Un’altra buona notizia è che la stampa italiana ha voglia di scrivere e di pubblicare notizie positive sulla ricerca italiana. Passiamo sopra al fatto che in questo caso ha costruito "artificialmente " un ricercatore italiano…

Se non altro i giornalisti hanno messo in luce le radici culturalscientifiche della ricerca italiana: è infatti vero che Mario Capecchi ha fatto il suo Ph.D. con Jim Watson, che a sua volta era allievo di Salvador Luria, premio Nobel e allievo a sua volta di Giuseppe Levi, il più grande ricercatore nel campo della Biologia e della Medicina fra le due guerre. Levi, padre di Natalia Ginzburg autrice di "Lessico familiare" , era anche il maestro dei premi Nobel Renato Dulbecco e Rita Levi Montalcini. Tutti questi premi Nobel venivano fuori dalla scuola di Torino e l'italianità di Capecchi sta tutta qui. Ed è meglio rispetto alla “sola” nascita e ai primi nove anni di vita italiana.

Visto l’interesse dei media, il ricercatore Giovanni Romeo è intervenuto mercoledì 10 ottobre a Prima Pagina - giornalista di turno Marcello Sorgi della Stampa) –chiedendo perché i media non si interessano di più ai problemi della ricerca italiana finanziata dal pubblico (carenza di fondi, sistema di distribuzione mai basato sul merito ecc.) sfruttando appunto l'onda di interesse creata dall'assegnazione del premio Nobel a Capecchi. Risposta di Sorgi, che non è un pivello: “i ricercatori in Italia sono troppi (sic !) e quindi i fondi pubblici divisi egualmente per tutti questi ricercatori diventano necessariamente insufficienti”.

Roba da rimanere allibiti!

Sarebbe bello, sin da domattina, giovedì 11 ottobre riprendere l'argomento con Marcello Sorgi spiegandogli che si è sbagliato (e di molto...). La proposta è di telefonare a Prima Pagina proprio offrendo argomenti e dimostrazioni specifiche che quello che ha detto Sorgi è completamente errato. Se un giornalista come Sorgi che ha diretto per anni la Stampa commette errori così grossolani, vuol dire che c'è moltissimo lavoro da fare per informare correttamente i nostri concittadini – e la responsabilità non è certo dei soli giornalisti.

I ricercatori non sono troppi e quello che fanno è estremamente importante per il Paese!

Per telefonare a Prima Pagina: numero verde 800 050 333. Telefonate alle 7:00 del mattino, altrimenti risulta sempre occupato.

L’iniziativa parte da un gruppo di ricercatori intorno a Giovanni Romeo , si chiama “Liberiamo la ricerca” e chi vuole saperne di più può scrivere ad andreina.baccaro AT eurogene.org.

mercoledì 5 settembre 2007

La peer review funziona ancora?

La peer review è lo strumento cardine del sistema di valutazione che sta alla base del ruolo delle riviste scientifiche. I valutatori, i cosiddetti referee, devono stimare l’originalità, la pertinenza e il contributo innovativo degli articoli che vengono proposti per la pubblicazione. Fare da referee è una delle funzioni che ogni ricercatore e scienziato deve ricoprire in modo volontario e gratuito per il benessere scientifico della comunità di cui fa parte. Senza controllo di qualità, gli articoli ma anche le domande di finanziamento non vengono considerati come attendibili dalla comunità scientifica.
Oggi c’è preoccupazione sulla serietà di questi controlli, sulla formazione che dovrebbero avere i ricercatori che si apprestano a valutare un testo, sulla capacità di resistere alle pressioni alla quale dovrebbero essere addestrati. L’allarme viene dalle scienze sociali e a lanciarlo è la British Academy con un suo rapporto pubblicato il 5 settembre 2007.
Sicuramente, anche nelle scienze esatti, il sistema della peer review da qualche tempo mostra segni di stanchezza. C’è un contesto generale in veloce mutazione: aumentano le pubblicazioni esclusivamente elettroniche e c’è un aumento abbastanza generalizzato di molte ricerche specializzate.
Poi, la spinta a pubblicare sempre di più fa sottostimare il ruolo della peer review, che viene vissuta spesso come uno ostacolo e un freno alla necessità di pubblicare per ricevere finanziamenti e in definitiva fare carriera.
Il rapporto curato dal Professor Albert Weale muove dall’ipotesi che “è incredibile che sebbene la peer review sia comunemente riconosciuta come uno dei capisaldi della qualità accademica, non ci sia nessun tipo di formazione a essa”.
Lo studio va letto con la lente delle scienze sociali a cui è dedicato ma l’allarme per elevare gli standard di qualità nella valutazione delle pubblicazioni scientifiche è del tutto generale e vale senz’altro anche per le discipline nelle quali la peer review ha una storia più lunga e consolidata.

venerdì 20 luglio 2007

Scienziati erranti tra la Sardegna e il mondo

È molto glocal l’operazione di Mameli e Scanu. Partono dalla Sardegna, scrivono del mondo, ma guardano all’Italia. Ci sono queste tre dimensioni geografiche in “Scienziati di ventura – Storie di cervelli erranti tra la Sardegna e il mondo” (Cuec 2007).

Il libro va oltre la “solita” fuga dei cervelli. I cervelli all’estero ci possono andare per tre motivi: perché fuggono, perché vengono espulsi, perché lo scelgono. Sono tre casi ben diversi.

I cervelli in fuga giustappunto fuggono. Trovano qui condizioni ostili, o almeno inadatte, ne soffrono e quindi devono andare altrove.

I cervelli espulsi, loro non se ne andrebbero, ma il sistema non li vuole: perché non c’è spazio, non ci sono risorse. Ma anche perché non si sono attaccati al carro giusto.

I cervelli per scelta sono un caso ideale. Probabilmente tutti i cervelli dovrebbero poter scegliere di “errare tra l’Italia e il mondo”. Ma chi lo fa, quando vuole tornare, scopre di essere diventato un cervello espulso. Già, perché stare all’estero vuol dire perdere il contatto con ogni carro italiano e quindi, in particolare, con quello giusto.

Attenzione! Il libro è tutt’altro che una dissertazione sui ricercatori, un saggio sociologico, una riflessione sul sistema. È molto di più: è la collezione di storie di persone che hanno saputo o dovuto trovare una strada in centri di ricerca, università e imprese all'estero. Contiene lacrime, sudore e sangue; passioni, successi e frustrazioni; Sardegna, mondo e Italia. Per l’appunto.

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Come si usa, il libro, fisso nella staticità cartacea, ha un suo fratello dinamico: il blog.

sabato 9 giugno 2007

Il sapere scientifico della scuola

Scienza e comunicazione sono un binomio inscindibile. Per alcuni è un’ipotesi di ricerca, lo scenario nel quale devono essere collocate le relazioni tra la scienza e tutta la società, i rapporti tra cittadini, scienziati e non. Per gli insegnanti e i collaboratori di Scienza Under 18, invece, è stata una riflessione – perché non di sola intuizione si tratta – felice, approfondita e soprattutto fertile. Dal rapporto inscindibile tra scienza e comunicazione, dieci anni fa, è partita la scommessa che anche la scienza elaborata a scuola può essere comunicata pubblicamente e questo comunicarla può diventare prassi didattica a ogni livello di scuola. E pensare che questa consapevolezza non l’hanno ancora raggiunta tutti i professori, i ricercatori, gli scienziati, in Italia!

Da quella riflessione, che ha portato alla nascita di Scienza Under 18 e a dieci anni di manifestazioni in tutta la Lombardia, e non solo, sono nate esperienze, ricerche e altre riflessioni.

Oggi, tutto questo patrimonio, tutto questo sapere, è raccontato nel volume “Il sapere scientifico della scuola” (FrancoAngeli, 2007), a cura di Scienza Under 18. Un libro che fa dell’esperienza e della ricerca un altro binomio inscindibile.

C’è molta scuola al suo interno. Una scuola reale, viva ma anche una scuola del futuro, per il futuro. Una scuola che rischia e che investe nella ricerca, nella crescita, nell’autoformazione tanto degli insegnanti quanto degli studenti. Una scuola che sa attrarre a sé realtà ed esperti i più diversi. Dai musei al giornalismo, dai ricercatori al teatro. Alle famiglie.

Il libro fa riflettere su quello che si può fare, e che alcuni fanno, ma dà molti spunti di didattica attiva e partecipata che possono essere usati, pensati, esportati, riadattati.

Sono certo che “Il sapere scientifico della scuola” sarà un punto di svolta, di ulteriore crescita, per Scienza Under 18, dieci anni dopo. C’è da sperare che sia un’altra piccola spinta perché altre regioni d’Italia e d’Europa facciano propria quest’esperienza.

PS: l’anima di Scienza Under 18 è tutta nelle quindici pagine di foto realizzate dagli allievi di Alessandra Attianese che fanno da intermezzo tra la prima parte dedicata all’esperienza e la seconda dedicata alla ricerca.

venerdì 11 maggio 2007

Meno di un mese per partecipare a Forlì

Entro il 1° giugno 2007 bisogna mandare il proprio abstract per partecipare all’appuntamento annuale del gruppo ICS, copromosso assieme all'Associazione Nuova Civiltà delle Macchine: il Convegno Nazionale sulla Comunicazione della Scienza.

Il convegno di Forlì festeggia i cinque anni ed è ormai un appuntamento per i ricercatori in comunicazione della scienza. Ma anche per molti giornalisti, storici, filosofi e sociologi della scienza.

Come abbiamo già scritto qualche settimana fa, gli argomenti di interesse sono le percezioni pubbliche della scienza; la storia della comunicazione della scienza; la comunicazione istituzionale della scienza; la comunicazione interna della scienza; la comunicazione pubblica della scienza con particolare attenzione a: scienza e media; divulgazione della scienza; comunicazione del rischio; arte, letteratura e scienza; comunicazione della scienza tra non-esperti.

Sicuramente anche quest’anno sarà un momento utile alla costruzione di quella comunità di riflessione attorno al rapporto scienza/società di cui in Italia c’è molto bisogno. A Forlì s’incontrano ricercatori, studiosi e osservatori di tutto ciò che si muove dalla scienza alla società e soprattutto viceversa. Il confronto e il dialogo sono sempre vivaci e partecipati. E, nota non marginale, il Comune di Forlì garantisce tutti gli anni la partecipazione di scolaresche al convegno. E così gli esperti che parlano tra loro devono impegnarsi a essere chiari e comprensibili per un bel gruppo di studenti delle superiori.

Come dire: la pratica affianca la grammatica.

martedì 1 maggio 2007

Proposta: il 29 febbraio giorno dei precari

Oggi è il giorno dei lavoratori, perché il lavoro è un fondamento della nostra società. L’alternativa è la legge del più forte, non un granché come alternativa. Il lavoro dovrebbe premiare chi c’è, chi fa, chi sa. Non sempre è così, spesso il più forte continua a prendersi il meglio.

Così forse dovremmo dedicare un altro giorno ai precari: per analogia, il giorno più precario dell’anno è il 29 febbraio. L’esistenza stessa dei precari ha due facce. Una è quella del più debole che soccombe al più forte. Ed è una faccia particolarmente truce, che oggi prende sempre più spesso le fattezze dell’anziano che ruba le opportunità al giovane – e non parlo di noi quarantenni, ma di chi è giovane davvero e che di opportunità ne vedrà ben poche. Ma è anche la faccia di chi deve accettare un lavoro senza nessuna sicurezza – da quella che causa la morte o garantisce la vita, a quelle meno importanti ma niente affatto trascurabili: niente mobbing, niente licenziamenti arbitrari ecc. ecc. Tutto fa pensare che avremo una società sempre più divisa tra garantiti e non garantiti. I primi hanno diritti, gli altri no. I primi sono stabili, gli altri precari.

Il mondo della scienza da parte sua è pieno di figure precarie, dentro e fuori la ricerca: ricercatori, tecnici, bibliotecari, redattori, animatori museali, praticanti giornalisti, collaboratori radiotelevisivi. E via enumerando. Più la ricerca si apre alla società, più il numero dei garantiti si restringe, i posti rimangono vacanti, i progetti vengono portati avanti da esterni, magari pieni di titoli e di qualità, ma sprovvisti di ogni stabilità e prospettiva futura.

Il rischio è che la linfa, l’energia vitale, l’entusiasmo siano relegate dalla comunità scientifica a una posizione neanche di secondo piano ma proprio subordinata, tollerata. E di conseguenza, l’entusiasmo, l’energia e la linfa verranno a mancare. Non è un problema di destini individuali, è un problema di comunità che vuole crescere o che preferisce invecchiare. E comunque, anche sul piano dei destini individuali: perché dovrebbero essere i venti-trentenni a pagare il costo di un mondo del lavoro che non sa stare in piedi, che non sa valorizzare le proprie qualità e penalizzare chi spreca risorse? Perché devono assistere in silenzio all’invecchiamento di strutture essenziali per lo sviluppo del Paese (quali la ricerca e l’alta formazione) solo perché in Italia tutti prima o poi devono diventare professori ordinari, incuranti del fatto che l’università e la ricerca non si fanno con i soli ordinari?

Per la cronaca l’altra faccia del precariato, quella pulita, ha il sorriso di chi sceglie di essere flessibile per cambiare, mettersi in gioco, rischiare per crescere, perché spesso in Italia le protezioni sono anche limitazioni. Ma è una faccia che rischia di essere, nel migliore dei casi, specchietto per le allodole. Nel peggiore una fregatura. E in ogni caso funziona per pochissimi individui che possono affrontare il lavoro dall’alto di una posizione personale solida – per qualità individuali, patrimonio famigliare, rete sociale di sostegno ecc. ecc. –, insomma, tutt’altro che la regola. Ed è difficile immaginare che il numero di quanti scelgono la precarietà per mettersi in gioco non continui a essere residuale (ma forse questi, chiamiamoli liberi professionisti e non precari, dal momento che anche i nomi hanno il loro peso). Il fenomeno di massa è l’altro ed è un fenomeno che ruba il futuro a generazioni di giovani; che garantisce posizioni a chi giovane non è ma non vuole farsi da parte per occupare un ruolo più defilato nella società.

martedì 17 aprile 2007

Nascono tre nuove riviste di free-sica

Cinquant’anni fa, Albert Einstein predisse l’avvento dell’era dell’open access: “Lo scambio libero e senza vincoli di idee e risultati scientifici è una necessità per un sano sviluppo della scienza”. Oggi, il deficit di accesso alle pubblicazioni scientifiche è uno dei problemi che rallentano i processi di scoperta. Pertanto, la lettura libera dei risultati della ricerca è una delle vie per rendere efficace e veloce la diffusione dell’informazione scientifica.

BioMed Central è uno dei maggiori editori open access di riviste basate sulla peer-review. E nell’aprile 2007 ha lanciato tre nuove riviste di fisica, matematica e informatica che vogliono rispondere alla crescente domanda di open, della quale il Cern si fa portavoce.

Il Cern infatti si pone a capo di un movimento che mira a ristrutturare l’editoria scientifica facendo dell’open access la principale fonte di informazione. Così non stupisce che Massimo Giovannini della Divisione di fisica teorica del Cern abbia deciso di entrare nell’editorial board di una delle tre nuove riviste: “Sono felice di lavorare per PhysMath Central. È un tentativo encomiabile di permettere l’accesso libero alla ricerca garantita dalla peer-review. Risponde a una domanda forte da parte di molte istituzioni nel mondo che non possono più sottoscrivere gli esosi abbonamenti che altri editori richiedono per le loro riviste”.

È una strada che si deve battere perché tutti devono poter leggere i risultati scientifici. Ed è una strada che si potrà battere solo se i grandi laboratori faranno da apripista per le tante istituzioni scientifiche minori, che quasi sempre vuol dire povere. Che quasi sempre sono di paesi in via di sviluppo, ma che possono essere anche piccole istituzioni di paesi per niente poveri.

Non si tratta solo di una questione di democrazia e di diffusione della scienza. Ma l’alternativa all’open access è strozzare la scienza nella culla, prima che possa muovere i suoi passi. Infatti, gli alti costi delle pubblicazioni scientifiche negano la possibilità stessa del confronto e della garanzia della qualità che può venire solo da un controllo sociale diffuso all’interno di ciascuna comunità scientifica.

Come già in passato con altre esperienze – la più nota e affermata è Jhep – i fisici si muovono con agilità e sicurezza sulla strada dell’open.

Auguri di lunga vita a PhysMath Central.

domenica 18 marzo 2007

Ricercatori fuori dall’università

Ma la scienza si fa veramente nelle Università? Dove si crea la nuova conoscenza? Che ruolo hanno i ricercatori non-universitari?

Sono le domande che si sono posti a Belfast con il Festival delle Scienze Sociali, organizzato dall’Economic and Social Research Council presso la Queen’s University.

Pensiamo agli storici che si occupano di storia locale e famigliare, ai biografi, agli archeologi, agli astronomi amatoriali, ai naturalisti sul campo, ai giornalisti scientifici e a molti altri. Tutti sono fuori dalle università ma sono in grado di dialogare con gruppi di ricerca e di raggiungere risultati realmente scientifici.

David Livingstone, geografo e uno degli organizzatori del Festival, sottolinea come quelle delle università quali fonte unica della conoscenza sia un mito infondato: “La conoscenza è sempre stata prodotta in molti contesti diversi dalle università, in ogni epoca. Nella nostra, che si caratterizza per un peso crescente della specializzazione, è ancora più importante che ci sia un dialogo onesto e vero tra chi sta dentro e chi sta fuori dalle università. Il rischio? È che le università stesse siano tagliate fuori dai processi economici basati sulla conoscenza”.

In ballo è il ruolo delle università, forse la loro stessa esistenza. Se non sapranno riconoscere il contributo essenziale di studiosi indipendenti e se non li sapranno accogliere come membri di pari diritto della comunità scientifica, saranno presto una sede superata e rischieranno, loro, di essere tagliate fuori dal dibattito scientifico.

Non basta più che le università facciano alta formazione e ricerca, ora devono anche fare comunicazione, con la società tutta, e in particolare con gli studiosi indipendenti.
Chi sta fuori infatti ha spesso una maggior agilità e versatilità che gli permette di produrre conoscenza altrettanto buona e contemporaneamente di metterla in circolo nel mercato della conoscenza.

In questa cornice, le università rischiano la fine dei dinosauri, sempre che, come a Belfast, non colgano l’importanza di mettersi in gioco e confrontarsi con chi si muove liberamente nel mondo esterno.

mercoledì 14 marzo 2007

Partecipate al convegno di Forlì

Quest’anno il tema del convegno di Forlì sarà la società della conoscenza.

Si tratta dell’appuntamento annuale del gruppo ICS, copromosso assieme all'Associazione Nuova Civiltà delle Macchine: la quinta edizione del Convegno Nazionale sulla Comunicazione della Scienza.

È un vero e proprio luogo di scambio, informazione e aggiornamento sui risultati della ricerca in comunicazione della scienza in Italia. Sono invitati a partecipare – e ogni anno partecipano più numerosi – i ricercatori interessati a qualche aspetto della comunicazione della scienza.

Gli argomenti di interesse sono le percezioni pubbliche della scienza; la storia della comunicazione della scienza; la comunicazione istituzionale della scienza; la comunicazione interna della scienza; la comunicazione pubblica della scienza con particolare attenzione a: scienza e media; divulgazione della scienza; comunicazione del rischio; arte, letteratura e scienza; comunicazione della scienza tra non-esperti.

Il convegno di Forlì è tutti gli anni un luogo dove ascoltare, confrontarsi e incontrare persone e gruppi che normalmente fanno parte di mondi diversi. Dall’accademia alla sanità, dal giornalismo all’editoria, dai musei alla radio e alla televisione.

Il merito è di costruire pian piano (ma neanche troppo piano) una comunità che si riconosce e che riflette, studia e ricerca sulla comunicazione e più in genere sul rapporto tra scienza e società.

Note tecniche.

Luogo: Forlì

Data: 29 novembre – 1° dicembre 2007

Scadenza per la spedizione di abstract: 1° giugno 2007

mercoledì 7 marzo 2007

Vero o falso?

Nel 2005 PLoS Medicine ha pubblicato un articolo di John Ioannidis dal titolo "Why most published research findings are false" che è stato scaricato 100.000 volte ed è diventato in breve tempo un successo.

Ora ne esce una rivisitazione: due articoli sempre su PLoS Medicine rilanciano il dibattito.

La tesi di fondo è che le ricerche pubblicate possono successivamente essere confutate sulla base di nuove evidenze che vengono scoperte. Nella scienza moderna, caratterizzata da un flusso molto ampio di nuove evidenze, questa confusione abbonda e il vecchio viene continuamente rimpiazzato dal nuovo. Leggere una ricerca pubblicata da qualche tempo può essere del tutto insicuro: le false scoperte rischiano di essere la maggioranza.

Oggi, Ramal Moonesinghe degli “US Centers for Disease Control and Prevention” dimostra, con due colleghi, che la verosimiglianza di una ricerca pubblicata aumenta nei casi in cui la scoperta viene replicata in molti altri studi. La replicazione, e non la sola replicabilità, è la pietra angolare dell’edificio scientifico e su di essa si fonda ogni possibile inferenza causale.

Nuovi ricercatori devono avanzare nuove ipotesi e testare quelle presenti sul campo. La prima è una strada battuta, la seconda richiede più lavoro metodologico e più capacità di interpretare l’evidenza di una ricerca. E l’interpretazione deve fare riferimento a tutte le versioni replicate della ricerca stessa.

Il secondo articolo, di Benjamin Djulbegovic (University of South Florida) e di Iztok Hozo (Indiana University Northwest) mette in luce il fatto che Ioannidis "non indica quando I risultati di una ricerca potenzialmente falsa possono essere considerati accettabili dalla collettività scientifica”.

La predisposizione a prendere una decisione sbagliata nell’accettare le ipotesi di ricerca dipende dalla resistenza o meno dei ricercatori ad accettare d’imbattersi in un risultato sbagliato.

“Ottenere un risultato assolutamente vero è impossibile e così la collettività deve implicitamente decidere quando un risultato meno che perfetto può diventare accettabile”.

Insomma, l’autorità di una singola pubblicazione vacilla e viene sostituita dalla sua collocazione in un flusso di altri risultati che la confermano o meno.

Non basta trovare buoni articoli ma bisogna anche conoscere il contesto in cui sono stati pubblicati e le ricerche successive che hanno generato.

mercoledì 21 febbraio 2007

Piombo nelle ali della ricerca

Mi sono sfogliato (online) la Relazione finale che il Comitato di Indirizzo per la Valutazione della Ricerca ha presentato l’8 febbraio 2007 sul triennio 2001-2003.

I prodotti della ricerca che il Comitato ha considerato sono articoli, libri, brevetti, manufatti e opere d’arte, progetti, performance, mostre ed esposizioni, risultati di valorizzazione applicativa e via scendendo nelle spire del burocratese.

La relazione mi sembra un po’ ottimistica: nel corso del triennio i prodotti aumentano del 36% - un po’ tantino. Nella produzione la fanno da padroni medici, fisici e biologi. Seguiti da: filologi e letterati, ingegneri, storici e filosofi, chimici, giuristi, economisti, matematici e informatici ecc. ecc.

Udite udite: il 76% dei prodotti è in inglese, il 22 in italiano e poi ci sono presenze di altre lingue.

Ciò che mi lascia veramente perplesso è la valutazione del livello di giudizio: 30% di eccellenti e 46% di buoni mi sembrano veramente un po’ troppo. Cosa vuol dire essere eccellente? E buono? E perché le due voci inferiori sono accettabile e limitato? Non c’è nulla di scadente? Io riscalerei un po’ in basso…

Un dato che sembra interessante, anche se andrebbe anch’esso un po’ riscalato, è quello che ci dice che tra i prodotti presentati da più enti gli eccellenti sono il 52% e i buoni il 39%. Come dire che collaborando la ricerca migliora. È un po’ la scoperta dell’acqua calda, ma forse bisognerebbe spingere la ricerca italiana in questa direzione, smorzando un po’ degli anacronistici localismi che ci portiamo dietro.

Ma veniamo alla divisione dell’Italia in nord, centro e sud e alle ovvie dolenti note. Al nord ogni ricercatore ha bisogno di 0,85 amministrativi; al centro di 1 e al sud di 1,25. A e sembrano sempre troppi ma quelli meridionali sono una vera e propria esagerazione. Infatti: a cosa dovrebbero servire gli amministrativi? Tra le altre cose ad attrarre altre risorse, altre rispetto a quelle che lo stato comunque dà. E qui vediamo che le cose non vanno affatto bene. Al nord per attrarre 1 euro le strutture devono averne 0,9 dallo stato. Al centro ne servono 1,32 e al sud 1,21. Come dire che essere di più non significa lavorare meglio – almeno per gli amministrativi della ricerca italiana.

E non va meglio se guardiamo i dati assoluti. I finanziamenti per progetti di ricerca per ricercatore passano dai 17.000 euro al nord ai 16.000 al centro ai 13.00 al sud.

Allora: va bene predicare il mitico 3% del PIL per la ricerca e denunciare che l’Italia è sempre lontana. Però bisognerebbe cominciare anche a pensare come snellire le macchine amministrative, gli apparati burocratici, le segreterie varie che mettono piombo nelle ali della ricerca.

Tra l’altro, dalla relazione sembra che meno sono gli amministrativi più è facile attrarre risorse non statali la cui scarsità è proprio uno dei talloni d’Achille del nostro Paese.

martedì 6 febbraio 2007

Faremo le zanzare alla griglia

La malaria continua a essere uno dei grandi killer mondiali: un milione di morti l’anno, soprattutto in Africa e soprattutto bambini.

Ora i biologi hanno un nuovo alleato: i fisici e la loro griglia di calcolo. Questa comunità infatti si è dotata di una infrastruttura di calcolo potente, per l’appunto Grid. Si tratta di oltre 5.000 computer che vengono usati contemporaneamente, permettendo di processare in ogni istante oltre 2000 gigabyte di dati. È uno strumento essenziale per la ricerca in fisica delle particelle e in astronomia (Particle Physics and Astronomy Research Council, PPARC) che riesce a star dietro ai dati sfornati dall’acceleratore di particelle del Cern di Ginevra.

Grid sfrutta la potenza dovuta al solo fatto di stare in rete, di essere parte di un’unica comunità che condivide le proprie risorse senza bisogno di accumularle in punti, centri, enti, istituzioni. Ciascuno contribuisce con un po’ delle proprie risorse, spesso inutilizzate, e partecipa alla ricerca sulle astroparticelle.

Questo stesso spirito di collaborazione che anima Grid per i propri obiettivi, l’ha fatta aprire anche alla lotta contro la malaria. E ha permesso al progetto WISDOM di analizzare 80.000 composti potenzialmente antimalarici all’ora. Un ritmo che è stato tenuto per quattro mesi: da ottobre a gennaio Grid ha devoluto alla lotta contro la malaria oltre due milioni di ore computer.

L’analisi delle interrelazioni tra i composti farmaceutici e le proteine del parassita della malaria è stata favorita dalla velocità del processo di screening che abbatte di molto i costi di sviluppo di nuovi possibili farmaci contro la malattia.

Ci troviamo davanti a un potenziale strumento di ricerca, che offre la speranza di affrontare una malattia mortale che non è certo al centro delle strategie di mercato e di ricerca dell’industria farmaceutica.

Ma soprattutto ci troviamo davanti a un nuovo metodo di lavoro nella ricerca in biomedicina che potrà rinunciare, almeno in qualche caso, a mettere in piedi laboratori elefantiaci utilizzando risorse che comunque ci sono, e non vanno utilizzate, nel web. Infrastrutture come Grid permettono di immaginare ricerche anche senza dover prevedere enormi risorse di calcolo. E si potranno superare barriere tutte interne alla comunità scientifica, come questa volta è successo tra fisici e biologi.

Il primo passo è la condivisione di risorse informatiche, ma inevitabilmente domani cominceranno a essere messe in comune le idee, le visioni, gli obiettivi della ricerca, facendo comunicare metodi e intelligenze oggi distanti.

venerdì 2 febbraio 2007

Cooperazione scientifica a Gerusalemme

Nasce alla Hebrew University di Gerusalemme il “Centro per la convergenza di scienze e tecnologie”, per iniziativa di Dan Gazit e in collaborazione con Yissum, la società per il trasferimento tecnologico dell’Università stessa.

Oggi il Centro si propone di aprire linee di ricerca che facciano dialogare le scienze umane con l’informatica, la biomedicina con la giurisprudenza, l’etica con gli studi sull’opinione pubblica. O meglio, come dice Gazit, coniando un acronimo: il centro sarà BINCA, cioè bio, info, nano, cogni e artistico.

Si candida quindi a essere luogo d’incontro di prospettive diverse che coinvolgono elementi scientifici, economici, etici, legali, sociali.

I primi tre progetti che il Centro finanzia sono:

  • lo sviluppo di nano-sensori per ricercare le cause patogene, attraverso la cooperazione di medicina, natotecnologia e business
  • lo studio delle origini preistoriche della lingua ebraica, attraverso la cooperazione di fisica chimica, archeologia, linguistica e informatica
  • la comprensione dell’altruismo nella società umana, attraverso la cooperazione di biomedicina, informatica, scienze cognitive e sociali.

Domani il Centro svilupperà programmi d’insegnamento per formare giovani ricercatori capaci di cooperare e lavorare in modo “convergente”.

Secondo Gazit questa via ha la possibilità di attrarre intelligenze e competenze molto diverse che colgono la potenzialità della cooperazione. Ma soprattutto può creare un contesto nel quale nascano settori scientifici nuovi e linee di ricerca inedite e molto fertili.