martedì 30 gennaio 2007

Meno donne, meno Europa

Il Direttorato generale per la ricerca della Comunità europea ha rilasciato il rapporto 2006 “Donne e scienza”.

Certo, c’è qualche miglioramento rispetto alla precedente edizione (2003), ma la presenza femminile nelle professioni scientifiche è ancora troppo scarsa, e continua a esserci una disparità crescente man mano che le carriere avanzano.

Uno degli elementi di preoccupazione è che settori strategici nella cosiddetta Ricerca&Sviluppo – statistica, ingegneria e tecnologie informatiche – mostrano situazioni ancora più negative dell’andamento generale. Con danni che proiettano ombre scure sugli anni a venire: nel futuro prossimo, strategie, politiche e orientamenti saranno ancora poco paritarie, privando di fatto l’Europa di un’ampia fetta di risorse e di intelligenze.

Si tratta di un fatto molto grave nella prospettiva di chi vuole creare l’economia basata sulla conoscenza più dinamica al mondo.

Nelle professioni scientifiche le donne sono solo il 29% e il loro tasso di crescita continua a essere minore di quello maschile: la conseguenza inevitabile è che la forbice si apre ancora e che il divario aumenterà.

Ma il vero ventre molle dell’Europa è il settore privato che sulla carta dovrebbe, da qui al 2010, contribuire finanziariamente ai due terzi della ricerca europea. E che vede tra le sue file un misero 18% di ricercatrici.

Le carriere accademiche continuano a dirci di un’università che dovrebbe puntare all’innovazione e invece sceglie la conservazione. E che ovunque vede un predominio delle studentesse sugli studenti e un’inversione inesorabile che diventa sempre più marcata con il procedere delle carriere: lo stesso problema della ricerca è quindi presente anche nell’alta formazione.

Se è vero, ed è vero, che c’è un piccolo miglioramento dal rapporto 2003 e che il “soffitto di cristallo” si è leggermente alzato, non si può certamente valutare quest’innalzamento con soddisfazione. Non è quasi neanche un segnale positivo. Al massimo è l’inevitabile conseguenza di una sempre maggiore pressione che questa situazione assurda esercita sul sistema.

Credo e temo che non vedremo una reale inversione di questa tendenza, che vorrebbe dire, per anni, far accedere a tutte le carriere scientifiche più donne che uomini.

E questo, oltre a rendere l’Europa più ingiusta, la renderà anche meno competitiva, innovativa e culturalmente dinamica.

lunedì 29 gennaio 2007

Anno europeo per le pari opportunità (2)

A Berlino, il 30 e 31 gennaio 2007, c’è il vertice sulle pari opportunità per tutti. È il vero inizio dell’Anno europeo su questo tema caldo.
Vladimír Špidla, commissario europeo responsabile dell'Occupazione, degli affari sociali e delle pari opportunità ha dichiarato: “I risultati dell'indagine di oggi indicano chiaramente che il livello della discriminazione rimane alto per gli europei, che sono favorevoli all'adozione di misure più severe per combattere i pregiudizi, l'intolleranza e le diseguaglianze. Confido che il l'Anno europeo del 2007 sulle pari opportunità per tutti animerà un dibattito vivace sulla diversità, dando nuovo slancio e maggiore efficacia alla lotta contro la discriminazione."
In preparazione a quest’anno, l’Unione europea ha fatto un’indagine sulle discriminazioni in Europa.
I cittadini europei ignorano l’esistenza di norme antidiscriminazione. Però in quasi tutti i paesi dell’Unione, la maggioranza pensa che le persone di culture e provenienze etniche diverse arricchiscono la cultura nazionale.
Però, età, handicap e genere sono le maggiori cause di discriminazione quando si cerca un lavoro.
E le donne sono ancora troppo poche nelle posizioni di rilievo in politica e in genere nei ruoli decisionali nella società europea: lo pensa il 77% del campione.
Sarà interessante vedere, su questo specifico aspetto, quali iniziative e dibattiti ci saranno sulle donne nella scienza e sul solidissimo “soffitto di cristallo”.
Cercheremo di seguirle.

domenica 28 gennaio 2007

Rock per stelle e proteine

Musica e scienza si parlano da sempre. Senza scomodare Pitagora e Keplero, l’armonia dell’universo e l’imprinting musicale di Galileo Galilei grazie al padre Vincenzio, anche solo l’ultimo secolo ha molto da dire.

Citiamo i Led Zeppelin e Battiato, quando parliamo di debiti che la musica ha verso la scienza. E poi la scienza, affascinata dai suoni, ha aiutato a inventarne di nuovi, da riprodurre con strumenti nuovi. Dal “theremin” che riceve il nome dal fisico russo che l’ha sviluppato a oggi, passando solo per fare un esempio per il sintetizzatore, la musica elettronica è balzata dalla preistoria al rinascimento.

Oggi, la frontiera si sposta un po’ più in là se, sin dal 2003, un astrofisico come l’ungherese Zoltán Kolláth e un compositore, Jenő Keuler, lavorano assieme allo "Stellar Music Project", che legge i pattern delle stelle per comporre musica. L’espansione e la contrazione di gas stellari modificano la luminosità delle stelle che viene letta dai telescopi e trasformata in una base per la musica.

"L’obiettivo principale è costruire un ponte tra scienza e arte, tra astrofisica e musica”, per dirla con le parole di Kolláth.

Contemporaneamente in Texas, la biologa Mary Anne Clark e l’artista algoritmico (sic!) John Dunn lavorano sulle molecole utilizzando proteine e sequenze geniche, umane e di altre specie, di nuovo come base per la musica. Ancora una volta dei pattern, questa volta biologici, vengono tradotti in musica che un compositore ri-elabora.

Clark e Dunn hanno addirittura prodotto un cd: “Life Music”, 1998. Una musica che deve essere piacevole all’orecchio, ma senza nascondere la sequenza biologica che l’ha generata.

Storicamente, gli scienziati hanno prodotto modelli visivi che permettevano di vedere i loro risultati. Oggi, cercano modelli che permettano di sentirla e alla visualizzazione si sostituisce la sonificazione.

Insomma, il rapporto tra scienza e musica ha due facce: da un lato traduce i risultati della prima per renderli fruibili, godibili, anche se non rigorosamente comprensibili, a chi ascolta musica; dall’altro offre ai ricercatori un nuovo modo di interfacciarsi coi loro risultati: con le orecchie e non con gli occhi.

Sicuramente ne verrà fuori nuova conoscenza e soprattutto un nuovo modo di conoscere. Per non parlare dell’impatto culturale su tutti noi che avrà la musica di stelle e proteine.

venerdì 26 gennaio 2007

Astronomia per artisti

Stefano Sandrelli sostiene che “certamente siamo in un’epoca in cui alcuni riferimenti scientifici, quasi per osmosi, sono penetrati nel linguaggio e nell’immaginario comune”.
Per poter dire di vivere in un’era tecnologica dovremmo essere convinti che la tecnologia e la scienza plasmano i comportamenti quotidiani delle persone e il loro immaginario, senza che si abbia una coscienza chiara dei principi scientifici su cui sono basati. In un’era tecnologica la consapevolezza della scienza sottostante alla tecnologia non è indispensabile.
Feynman, che è uno dei riferimenti culturali di queste considerazioni, osa un po’ di più e parla di un’era scientifica nella quale esiste un artista in grado di attingere alla scienza, di “cantarla” e in questo modo di condividerne la bellezza con un numero molto più grande rispetto ai soli che già “sanno di scienza”.
La scienza diventa cioè “luogo comune”, luogo che si può frequentare. È un passo più in là del solo immaginario, nel quale i riferimenti scientifici si impastano con tutto il resto. È un passo che ci porta verso una qualche consapevolezza della ricchezza e della complessità della scienza, un po’ più in là della sola condivisione della sua bellezza.

È evidente che non viviamo in un’era scientifica.

Però Sandrelli ci prova lo stesso e cerca di far diventare la scienza, almeno una sua parte, un “luogo comune” per alcuni artisti. Il 26 gennaio parte il "Corso di Astronomia per Artisti" organizzato da INAF-Osservatorio Astronomico di Brera e dall’Accademia delle Belle Arti di Brera. Gli incontri-laboratorio sono indirizzati a studenti e docenti dall’Accademia.
Le lezioni astronomiche di Sandrelli, che saranno ripetute anche nel secondo semestre universitario, vogliono avvicinare l’arte e la scienza di oggi, stimolando la riflessione artistica sulle più recenti ricerche astronomiche, che negli ultimi anni hanno rivoluzionato la rappresentazione scientifica del cosmo.
Le opere di studenti e docenti costituiranno un primo seme di mostra per le celebrazioni del 2009, “Anno Internazionale dell’Astronomia”.
Se l’esperienza sarà fertile, il sogno è che nasca prima o poi un “artista di Feynman” che ci accompagni verso un’era scientifica.
Nel frattempo, sarebbe molto interessante avere un diventasse luogo di confronto intorno ad arte e scienza (magari proprio questo blog), in modo da contribuire almeno un po’ alla nascita di una comunità di artisti che vogliono essere “di Feynman” e di ricercatori che vogliono dialogare con loro.

mercoledì 24 gennaio 2007

Quanti immigrati nascono a Capodanno

Vorrei rilanciare questo bell esempio di disease mongering. Il disease è la gravidanza, il contesto è la comunicazione medico paziente (con un interessante cortocircuito dovuto alle pazienti immigrate), la location è la notte di Capodanno negli ospedali italiani, ma probabilmente non solo nei nostri.

Una lettrice dell’Espresso scrive a Stefania Rossini:

“Cara Rossini, per giorni mi sono sorbita le notizie sui primi nati dell'anno, tutti figli di immigrati, e i commenti sugli italiani che fanno sempre meno figli. Sarà anche così, ma improvvisamente un'altra verità si è accesa nella mia mente come una lampadina di Archimede. La strana predisposizione dei bambini stranieri a vedere la luce nella notte di San Silvestro è solo un effetto collaterale della solita, cara "malasanità". Il cuore del problema non è nel numero degli immigrati, è nel momento della nascita: la notte di Capodanno. Un momento che nessun medico vorrebbe farsi rovinare da una partoriente, a meno che non gli tocchi il turno di guardia in ospedale. I bambini italiani "doc" non nascono con l'anno nuovo perché vengono seguiti da "medici di fiducia" che ripagano la fiducia delle gestanti facendo in modo che la nascita cada in un momento poco fastidioso: diciamo dal lunedì al venerdì, tra le nove e le cinque del pomeriggio. Ogni mamma italiana, me compresa, conosce frasi come: «C'è il rischio di sofferenza fetale, con un po' di ossitocina acceleriamo le cose», oppure «La testa non esce, facciamo un taglietto» (25 punti nella zona più sensibile del corpo!) fino al fatidico: «Si è bloccato tutto, passiamo in sala operatoria». Le donne straniere, invece, affrontano la gravidanza come facevano le nostre mamme. Dal medico ci si va solo se qualcosa va stono, e quando iniziano le doglie ci si presenta in ospedale. Anche se è la notte di San Silvestro”.

E la risposta di Stefania Rossini, fa eco alle preoccupazioni della lettrice: “La gravidanza come malattia, il corpo della donna come contenitore asettico di un prodotto-vita. È successo anche questo negli ultimi decenni. La sua intuizione su come vanno le cose la notte di Capodanno è verosimile. La donna occidentale affronta ormai la nascita di un figlio servita da un apparato medico e tecnologico che neutralizza non solo il dolore fisico, ma anche la fiducia nel proprio corpo e l'abbandono alle emozioni. La gravidanza è socialmente vista come una malattia da risolvere con tutti i mezzi tecnici a disposizione, compresi anestesie e tagli cesarei non indispensabili. E infatti il ministro Turco auspica, ritenendolo un grande salto di civiltà, l'incremento dei parti senza dolore negli ospedali. Altri paesi hanno invece fatto la scelta di incentivare i parti naturali rivalorizzando la figura dell'ostetrica, sia pure ospedaliera. Chissà che l'arrivo in massa di giovani donne immigrate, che da molto meno tempo di noi non partoriscono accovacciate, non contribuisca a farci trovare un giusto mezzo tra la tutela della salute e la pienezza della vita?”.

Considerazioni a margine:

1. Stiamo accettando tutti, donne e uomini, madri e padri, pazienti e medici, che la gravidanza diventi una nuova malattia, se ne creano tante, anche questa può stare nel numero. Nessuna obiezione a che gravidanza e parto siano controllati medicalmente, ma da qui a dire che sono patologici secondo me ce ne passa.

2. In questo quadro, s’inseriscono necessità e pressioni che non hanno nulla a che fare con quelle della nascita e neppure con quelle della medicina: ad esempio, garantire un parto in un momento poco fastidioso che, naturalmente, non è quello migliore per il bambino e per la madre.

3. Donne di altre culture che vengono a vivere da noi e con noi riescono a resistere meglio alle pressioni del sistema ospedaliero e continuano a fare quello che si sentono: questa è l’intuizione sull’anomalia di inizio anno che la lettrice dell’Espresso ci propone e che credo andrebbe un po’ indagata.

Sulla creazione di nuove malattie, consiglio di leggere ad esempio “Vendesi malattie” di Massimo Ferrario, su Jekyll, mentre sulla comunicazione tra medico italiano e paziente migrante è molto interessante lo studio di Pellegrino e Zilocchi, nel volume “La stella nova” (a cura di Pitrelli e Sturloni), pubblicato da Polimetrica nel 2005.

lunedì 22 gennaio 2007

Il clima in versi


Quelli di Caterpillar, a modo loro, sono martellanti sulle questioni ambientali: si occupano di risparmio energetico e di Kyoto con la terza giornata nazionale del risparmio energetico “M’illumino di meno”, il 16 febbraio; ci deliziano con il movimento per la decrescita felice e sanno cogliere al volo gli eventi per restituirceli in riflessioni demenzialmente efficaci.

Poi, in generale, la trasmissione dà spazio alla scienza: dal festival della creatività a Firenze allo sceneggiato (imperdibile!) “Cervelli in fuga”. Insomma, un punto di vista sghembo che però ha il suo seguito.

Ho molto apprezzato “Uomo”, la poesia di Marco Ardemagni. Leggetela anche voi:

Uomo Mi togli ogni energia
prelevi e te ne sbatti
la sprechi e butti via
la sciupi e poi mi imbratti

Dillo che non ti piaccio
che non mi vuoi più bene
mi stai sciogliendo il ghiaccio
prosciughi le mie vene.

Dillo che ti sei rotto
è inutile che neghi
ma come mi hai ridotto
di me tu te ne freghi

Ricordi eravam felici
nel basso mesolitico
fratelli amanti amici
in abito adamitico

Ora consumi e inquini
tagli disboschi e incendi
allaghi, caghi e urini
quello che trovi prendi

Uomo pezzo di cacca
tu col tuo effetto serra
mi tratti da baldracca
ma io son la tua terra

Ok mi son calmata
Ma è inutile parlare
hai fatto la vaccata?
mi voglio vendicare

E poiché la vendetta
va consumata al gelo
la mia sarà perfetta
calando giù dal cielo.

È un po' che in giro vado
caro il mio bel gingillo
con un vero tornado
il nome suo è Kirillo

È lui che ieri sera
mentre eri tu a Berlino
alzando una bufera
ti ha arato perbenino.

È stato un po' cattivo
ma tu sei il deficiente
ché senza te io vivo
tu senza me sei niente.

Non male, vero? Alta divulgazione!

A me sembra un bel modo per dilatare l’attenzione dal particolare al generale. Dalla cronaca di Kyrill alle questioni climatiche. Dall'attualità alla riflessione. Che poi quelli di Caterpillar completano con gli interventi degli esperti e col dialogo con i radioascoltatori.

Applausi.

venerdì 19 gennaio 2007

Acquarelli dai ghiacci

Giù in Antartide c’è una base, si chiama Concordia. E, come dice il nome, è un esempio unico di cooperazione scientifica internazionale. Nell’altopiano glaciale collaborano gli italiani del PNRA (Programma Nazionale di Ricerche in Antartide) e i francesi dell'IPEV (Institut Polaire Paul-Emile Victor).

Per l’Anno Polare Internazionale 2007-2008, sì quest’anno è anche questo!, Concordia sarà il cuore di una campagna di ricerca coordinata su scala internazionale che vuole definire il miglior quadro possibile delle regioni polari. Obiettivo: consentirne un'osservazione e una comprensione più dettagliate, attirando l'attenzione del mondo intero sulla loro importanza.

E hanno cominciato con intelligenza, invitando alla base l’acquarellista francese Christophe Verdier che si è unito alla spedizione scientifica per tutta l’estate scorsa, visitando anche la stazione di Dumont d’Urville.

Gli acquarelli parlano di ghiacci, sole, mare, ma anche di container, navi, mezzi cingolati. Ed è un alternarsi di arancio e rosso, giallo e ocra, azzurro e bianco, bianco, bianco, bianco…

Ma quello che è più interessante è l’incontro tra arte e scienza, al fine di far dialogare quest’ultima con la società e di accendere l’attenzione del mondo su un progetto scientifico. Della scienza, infatti, non contano solo i risultati ma anche come si colloca nei confronti delle nostre aspettative, dei nostri sogni, del nostro immaginario.

Dei ricercatori che stanno assieme a contatto con la natura in condizioni così differenti da quelle di un laboratorio o di uno studio universitario, non possono non toccare l’attenzione e l’interesse di molti.

La scelta intelligente di mischiare la scienza con l’arte e di impastare l’arte di scienza ha l’ambizione di parlare anche a tutte quelle persone che dalla scienza si tengono lontani. E può riuscirci proprio perché arte e scienza, nella base Concordia, si mettono l’una a fianco dell’altra, senza che la prima sia al servizio della seconda, e costruiscono assieme un pezzetto della nostra cultura.

E per di più lo fanno con la leggerezza dell’acquarello. Da vedere.

È uscito ovviamente un libro, anche in italiano: Christophe Verdier, Antartide. Un'estate al Polo Sud, Edt.

giovedì 18 gennaio 2007

Dieci anni di Scienza Under 18

Non tutti i progetti per la scuola si aprono con dei laboratori.

E se poi nei laboratori gli insegnanti fanno quello che nei mesi successivi dovranno fare gli studenti, il coinvolgimento è assicurato. Già dalla presentazione si capisce che Scienza Under 18 non è il solito progetto per la scuola: non ci sono resoconti di docenti esperti, non si ascoltano relazioni e conferenze, non si commissionano analisi a esperti. Si partecipa.

E come? Gli studenti devono “semplicemente” realizzare un exhibit, farlo funzionare, costruirgli attorno tutti gli apparati necessari: dai cartelloni agli opuscoli d’istruzione, dai pezzi di ricambio alla formazione di quelli di loro che faranno da guide, da espositori. Il gran finale è metterlo in mostra al Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia “Leonardo da Vinci” in quattro giorni (15-18 maggio) difficilmente dimenticabili: la prima esposizione da protagonisti, e per di più nei bellissimi chiostri di un museo vero.

Sono giorni nei quali gli studenti, dalle scuole materne alle elementari, dalle medie alle superiori, espongono – a Milano e in altre cinque sedi lombarde - a un pubblico di studenti e di visitatori i progetti di scienza che hanno preparato durante l’anno. Fianco a fianco, lavorano cuccioli di tre quattro anni e marcantoni di diciannove, senza soluzione di continuità, in un brulicare allegro e chiassoso nel quale ciascuno è orgoglioso di mostrare quello che ha fatto, dopo averlo capito.

E il protagonismo è garanzia di un insegnamento che propone agli alunni un modello vivo e appassionante dil sapere scientifico, dalla comprensione alla realizzazione alla comunicazione. È un percorso nel quale gli studenti si riappropriano dei propri processi di apprendimento. E gli insegnanti entrano a far parte di una comunità viva che fa ricerca e formazione sul rapporto tra insegnamento, apprendimento e comunicazione della scienza. Una comunità che ha capito concretamente che l’interazione comunicativa è una pratica tra diversi attori, scuola compresa. E che gioca il suo ruolo in questa interazione.

L’operazione di portare la scienza fuori dalla scuola, aggiungendo quindi all’educazione scientifica che si pratica all’interno la componente di comunicazione pubblica dei progetti da parte degli studenti, è un volano che dagli effetti del tutto imprevisti e sorprendenti per gli stessi organizzatori di Su18.

Negli anni, le classi hanno proposto pratiche del tutto innovative: il teatro scientifico sui contesti personali e storici degli scienziati; il giornalismo scientifico pensato e realizzato dagli studenti; le sfide alla scienza che vestono gli studenti dei panni dei ricercatori. E ogni anno si esplorano percorsi del tutto imprevisti, che l’anno successivo sembrano ovvi ma che tutte le volte offrono un’opportunità di innovare e di sperimentare.

Questo è il decimo anno: il bilancio è di 1400 progetti esposti, 30.000 studenti espositori, 2.500 docenti coinvolti e 60.000 visitatori presenti.

Un unico rammarico: che Scienza Under 18 non abbia ancora preso piede in altre regioni.

martedì 16 gennaio 2007

Gli studenti premiano i libri di divulgazione

Padova è una delle città di Galileo Galilei, e allo scienziato dedica a partire dal 2007 il “premio letterario Galileo per la divulgazione scientifica”. L’iniziativa si colloca in una cornice di eventi sotto l’etichetta di “Padova, capitale internazionale della scienza”.

Dal 2005, il Comune, l’Università e l’Osservatorio astronomico promuovono il premio internazionale “Padova città delle Stelle”. Nel 2006, la città ha conferito, in occasione di una lectio magistralis, la cittadinanza onoraria a Stephen Hawking. Per il 2009, Padova sarà uno dei tre poli, assieme a Firenze e a Pisa, delle celebrazioni galileiane per il quarto centenario dell’invenzione del cannocchiale.

E adesso c’è il premio dedicato ai libri. Il vincitore sarà scelto da una giuria scientifica tra la cinquina selezionata dalla giuria popolare formata da studenti delle scuole superiori di tutta Italia.

Galileo Galilei seppe, col Sidereus Nuncius, capire l’importanza del libro stampato come strumento di diffusione della scienza. Ne produsse a proprie spese la prima edizione che distribuì tra gli studiosi dell’epoca, dando impulso fattivo alle proprie idee.

Oggi il libro ha funzioni diverse da quelle innovative che gli riconosceva Galileo, ma proprio per questo è altrettanto importante che un premio “Galileo” riconosca ai giovani il ruolo di giudici in una competizione che si colloca tra letteratura e divulgazione.

Il modo di riflettere e di ragionare che i giovani apprezzano deve essere capito, valorizzato e premiato. Perché è dalle convinzioni, dalle idee, dagli atteggiamenti dei giovani che ha origine l’immagine che avremo domani della scienza.

lunedì 15 gennaio 2007

Una rete tra scienza e società

Molta scienza e poca società alla riunione di costituzione del network "Scienza e Società" nato a Bologna venerdì 12 gennaio.

Accademici, giornalisti, scrittori, storici, filosofi, ricercatori, più o meno giovani, più o meno precari, si sono incontrati ospiti del Comune di Bologna per un primo passo che concretizzi un percorso iniziato un anno e mezzo fa a Trieste. Le anime: Pietro Greco, giornalista e direttore del Master in comunicazione della scienza della Sissa nonché della rivista internazionale JCOM, e Angelo Guerraggio, matematico e direttore del centro PRISTEM e della sua rivista Lettera matematica.

La rete c’è già. È presente nei fatti e nelle cose. I suoi nodi sono i festival, le scuole, i master di giornalismo e di comunicazione della scienza, i gruppi di studio e di ricerca, le mostre e i musei. Ma ne fanno parte anche giornalisti della carta stampata, trasmissioni radiofoniche, agenzie e tanti free-lance, per i quali il dialogo tra scienza e società, e la partecipazione della seconda alle decisioni della prima sono il pane quotidiano. Insomma un mondo variegato e con molte potenzialità che non richiede che d’incontrarsi per contribuire a un nuovo ruolo propulsore della scienza nell’Europa del futuro, quella che deve concretizzare Lisbona, per intenderci.

Il successo dipende da quanto tutti assieme si riuscirà a mantenere il progetto della rete su un piano culturale, di riflessione e di crescita, improntato allo scambio, al dialogo e al confronto; con un modello aperto, a rete per l’appunto, che condivide idee, ideali e progetti e che non s’ingessa in associazioni, organismi e microgestioni di potere, in un’accezione politica, tutta italiana e spesso deleteria.

Il rischio è che una parte della comunità, quella più riconoscibile e istituzionalizzata (semplificando: quella più accademica), voglia gestire il processo facendone cosa sua e trasformandolo in un vertice, un centro. Le reti non hanno vertici né centri: solo nodi; non sono caratterizzate da un prima e un dopo: gli eventi avvengono contemporaneamente; non c’è un alto che promana e un basso che raccoglie: semplicemente c’è un unico livello che interagisce e si scambia informazioni, opinioni, esperienze.

L’opportunità è che si riconoscano e acquisiscano un ruolo tutte quelle persone che fanno del rapporto, paritetico per quanto asimmetrico, tra scienza e società un momento importante del proprio mestiere. E che quasi inevitabilmente si trovano in posizioni precarie, vuoi per età vuoi per professioni non sempre codificate e ben accettate dalle istituzioni. Ma che altrettanto inevitabilmente sono e saranno i nodi futuri di questa come di altre reti.

Con un po’ di presunzione, direi che l’Italia ha bisogno di una rete nella quale i nodi abbiano pari dignità e che permetta uno scambio tra diversi attori della società che sono interessati, coinvolti, partecipi alla scienza. Nel rispetto delle specificità profonde e reali di quest’ultima ma senza fare l’errore di dividere il mondo in scienza e non-scienza.

scienza e società, ricerca, università

giovedì 11 gennaio 2007

I racconti di Canterbury, alla radio


Lunedì 15 gennaio 2007, alle 20.00, inizia a trasmettere la Canterbury Student Radio (CSR).

La radio è promossa da due università - University of Kent, Canterbury Christ Church University - e da due associazioni studentesche - Kent Union e dalla Christ Church Students’ Union. E questo ne garantirà l’indipendenza.

Tutto, dalla definizione del palinsesto alla trasmissione al pubblico, dalla musica alle news, dall’intrattenimento all’approfondimento, sarà completamente gestito dagli studenti di scuole, università e college della regione. Ovviamente, CSR si propone di parlare ai coetanei: i giovani tra i 14 e i 25 anni.

Ma quello che è più interessante è che viene data loro l’opportunità di far sentire la propria voce, liberi dalle necessità della pubblicità o comunque economiche. E che questo viene fatto a partire da un contesto universitario. Sembra che a Canterbury abbiano capito che l’università del ventunesimo secolo deve fare ricerca, deve garantire l’alta formazione, ma deve anche comunicare con la società.

Fare radio, per quegli studenti, vorrà dire imparare a conoscere il territorio e le realtà di tutta la regione e, in qualche modo, diventare interlocutori in un dialogo. Un obiettivo altamente formativo, ma al tempo stesso di frontiera.

E poi c’è l’accento sul volontariato e sulla possibilità concreta di far comunicare diversi livelli educativi: scuole, università e college per l’appunto.

C’è da aspettarsi, sin dalle intenzione dei promotori, che CSR sia un luogo di dialogo e dibattito privilegiato e innovativo sulle questioni culturali, educative e di ricerca tipiche del contesto universitario in cui nasce.

E nel Kent osano dare questa chance agli studenti, scardinando gli schemi di una comunicazione istituzionale spesso troppo professionale e unidirezionale.

mercoledì 10 gennaio 2007

Chi non mangia non ragiona

S’ode a destra uno squillo di tromba. A sinistra risponde uno squillo. Come ho scritto, l’Europa lancia l’Anno delle pari opportunità e queste vanno intese in molte diverse accezioni. Ed ecco che leggo su The Lancet che oltre 200 milioni di bambini non riescono a sviluppare le loro capacità cognitive.

Perché? Perché non mangiano (o meglio sono denutriti), hanno problemi di salute, non sono assistiti, non frequentano la scuola, hanno madri malate, depresso o inadeguate. Dei padri non si parla neppure che in molti contesti non ci sono, non contano. O peggio.

I due terzi di questi bambini sono in India, Nigeria, Cina, Bangladesh, Etiopia, Indonesia, Pakistan, Repubblica democratica del Congo, Uganda e Tanzania. Vale a dire che vivono in paesi dove gran parte della popolazione è formata da bambini. La questione quindi è vitale per lo sviluppo di questi paesi oltre che per la vita di queste persone. Infatti, se la situazione rimane così, in futuro non potrà che replicarsi con nuove carenze di cibo, problemi di salute, scarsa assistenza, poca scolarizzazione, madri inadeguate ecc. ecc.

Agire su questi fattori significa anche restituire ai bambini le loro capacità cognitive e allo stesso tempo costruire condizioni perché la situazione non si replichi nel tempo. Adesso, la via più rapida è quella di dare ai bambini di oggi alcuni strumenti e stimoli intellettuali in modo da interrompere il processo in atto. Farli giocare, come fa SOS Children’s Village è un primo passo importante.

Le scienze hanno ripreso, in italiano, la notizia (per leggere gli articoli originali su The Lancet serve un abbonamento alla rivista).

lunedì 8 gennaio 2007

Anno europeo per le pari opportunità

L’Unione europea dedica il 2007 alle pari opportunità, che vuol dire meno discriminazioni per tutti e consapevolezza di avere diritto a un ugual trattamento, sempre.

Ovviamente la parità riguarda l’origine etnica, il colore della pelle, la religione, il genere, l’orientamento sessuale, la disabilità, le convinzioni politiche e non.

Altrettanto ovviamente la parità deve esserci in tutti i campi della vita sociale: dall’istruzione alla sanità, dalla sicurezza all’ambiente in cui viviamo, dalla partecipazione politica alle opportunità professionali, e così via.

La ricerca scientifica, l’accesso alla ricerca scientifica e più in generale alla conoscenza, sta all’intersezione di molti campi nei quali la parità è una questione sensibile. Ma se l’Europa vuole, come vuole, diventare la più dinamica economia basata sulla conoscenza, ecco che la questione delle pari opportunità nella ricerca è particolarmente delicata e va perseguita.

L’Europa mette quattro “r” al centro di quest’anno: rights, representetion, recognition, respect. Diritti uguali per tutti. Uguale rappresentanza nella politica e nella società (non solo in Italia ci sono poche donne in parlamento e in mille altre sedi decisionali). Apprezzamento positivo delle diversità. Rispetto, collante della convivenza civile.

La comunità scientifica e il mondo della ricerca possono avere, durante quest’anno, un ruolo attivo e positivo.

domenica 7 gennaio 2007

Il premio Ramanujan a una donna indiana


Ho più di una ragione per rilanciare questa notizia: parla di matematica, viene dall’Ictp che tra le altre cose è la sede del COSTIS e l’istituto di Paolo Budinich (sui quali ho scritto nel post precedente), è un segnale di attenzione per il lavoro delle ricercatrici e delle scienziate, risuona con una mia personale vicinanza all’India.

L’Ictp tra le altre cose assegna un certo numero di premi. Uno è intitolato al leggendario matematico indiano Ramanujan (che ha numero di Erdős 3, giusto per aggiungere un’altra mia ragione d’interesse) e va a giovani matematici di paesi in via di sviluppo. Insomma, è esattamente nello spirito dell’Ictp e di conseguenza cerca di sostenere la ricerca come efficace strumento di sviluppo.

La vincitrice, Ramdorai Sujatha, è al Tata Institute of Fundamental Research a Mumbat, India, dal 1985 e oggi è professore associato alla Scuola di Matematica di quell’istituto.
Ramdorai Sujatha lavora sulla teoria non-commutativa di Iwasawa, e in particolare ha collaborato con matematici quali Coates, Fukaya, Kato e Venjakob. Il premio riconosce il merito della sua riformulazione della principale congettura di questa teoria. Riformulazione che guida il grosso degli sforzi e dei tentativi in questo campo.


Di passaggio, Ramdorai Sujatha ha numero di Erdos uguale a 3, poiché ha scritto un articolo con John Coates che ne ha scritto un altro con Gorge Szekeres che ha numero di Erdos 1. Insomma, eguaglia Ramanujan al quale è intitolato il premio che lei ha vinto quest'anno.

venerdì 5 gennaio 2007

Meno eserciti = più salute, istruzione e ricerca

Umberto Veronesi, oncologo, ex-ministro e pensatore attento ai temi della salute ma anche della ricerca, stupisce, sulle pagine de L’espresso dedicato alle sfide del 2007, con un argomento che sa di no global ma che è semplicemente razionale.

Quanta buona ricerca potremmo fare con i soldi degli aerei, dei missili e delle armi nucleari? I governi spendono drammaticamente di più per le spese militari che per la ricerca, o per la salute.

La proposta è semplice, riconvertire tutti i soldi spesi per il bilancio militare in salute e istruzione, che in definitiva vuol dire ricerca. Non un euro di meno.

L’obiettivo non può che essere quello radicale. Tanto più che gli eserciti sono ormai inutili, perché i conflitti in atto richiedono altre soluzioni e soprattutto perché gli eserciti armati della bomba atomica hanno un ruolo deterrente che potrebbe benissimo essere delegato a piccole forze multinazionali rinunciando ai costosissimi eserciti nazionali.

Veronesi poi fa un esempio concreto e reale: il Costarica nel 1949 ha abolito costituzionalmente l’esercito. Le risorse risparmiate sono servite per combattere l’analfabetismo, che oggi è solo al 4%, mentre in Sud America ci sono realtà come Guatemala e Honduras dove tocca il 30% e altre come il Nicaragua dove svetta fino al 35%.

E, forse ce lo dimentichiamo, ma maggior istruzione vuol dire maggior aspettativa di vita (in Costarica è la più alta di tutta l’America Latina con 12 anni su tutti gli altri), più attenzione alla salute, all’ambiente, alla ricerca scientifica. E soprattutto ai diritti umani.

Vale a dire che meno spese militari permettono più istruzione e di conseguenza una vita vissuta meglio e con maggior dignità. Davvero una bella sfida, che il mondo della ricerca dovrebbe sostenere attivamente.

Un segnale internazionale è la nascita del “Consorzio su scienza, tecnologie e innovazione per il Sud del mondo” (COSTIS), un nuovo organismo del G77 che avrà sede a Trieste. “Il Consorzio potrebbe diventare qualcosa di veramente importante, ha grandi possibilità. L’obiettivo ufficiale è quello di fare in modo che aiuti questi paesi nello sviluppo della ricerca scientifica, attraverso l’interazione con i paesi più ricchi, la ricerca di fondi, e incoraggiando la cooperazione tra istituti e università”, spiega il fisico Paolo Budinich in una bella intervista.

Servono segnali anche a livello nazionale ed europeo.

martedì 2 gennaio 2007

Gli studenti e la scienza

Migliorare l’insegnamento delle scienze e la capacità di interessare un pubblico più ampio, a questo mira Eurydice, una delle attività del progetto Socrates. Le tappe sono le solite:
  1. dare a ciascuno un bagaglio scientifico sufficiente per vivere e decidere in una società tecnologicamente avanzata,
  2. attirare i giovani verso gli studi scientifici.

Per prima cosa, serve conoscere la situazione in Europa e così il database Eurybase raccoglie dati sulla scuola di trenta paesi, aderenti e non all’Unione europea; ma anche pubblicazioni, documenti e rapporti sullo stato dell’insegnamento, sull’istituzione scuola e sulle politiche educative.

L’ultimo di questi rapporti è “Science teaching in schools in Europe. Policies and research” che indaga l’insegnamento delle scienze nelle scuole elementari e medie, o meglio nei loro equivalenti paese per paese. Ovviamente, analizza la capacità del docente di realizzare esperimenti complessi e la necessità di partire dai concetti e dai ragionamenti spontanei degli studenti.

Ciò che invece colpisce per novità è come vengono studiate le differenze tra ragazze e ragazzi. Per farlo, il rapporto pone al centro dell'analisi l'atteggiamento e l'interesse che hanno per la scienza. E questo non è uno dei punti di vista usuali, ma piuttosto è mutuato dagli studi sull’immagine della scienza e su come questa viene percepita.

La cultura e il contesto locale influenzano in modo rilevante la percezione di bambini e ragazzi sulla scienza. Molte delle loro idee e convinzioni derivano dal contesto culturale nel quale stanno crescendo e che loro evidentemente rispecchiano. Pregiudizi, sentimenti, ideali e valori possono prevalere su fattori meramente cognitivi e solo studiando direttamente gli atteggiamenti e gli interessi (in una maniera alternativa a quella “sottrattiva”, che misura invece quanto i ragazzi sanno o non sanno di scienza) è possibile capire queste influenze.

Ed è tanto più vero quando vogliamo capire cosa porta ragazze e ragazziad avere atteggiamenti che nel tempo divergono.

L’Anisn offre una sintesi in italiano del rapporto, oltre ad altri utili documenti in merito.