domenica 25 febbraio 2007

È di scena il delitto

Il direttore di una importante casa farmaceutica è stato trovato morto nel suo ufficio. Cinque persone fermate dalla polizia, numerosi indizi sulla scena del delitto, ma... è suicidio o omicidio? C'è un assassino? Chi è?

Lo scopriremo insieme, in una serata all'insegna della scienza del giallo, immedesimandoci con i personaggi delle fiction televisive che abbiamo imparato a conoscere in questi anni.

Come perfetti Detective Biotech ci destreggeremo tra impronte digitali, esami tossicologici e test del DNA, per scoprirne i meccanismi e capirne potenzialità e limiti, alla ricerca dell'assassino.

“Invito alla scienza con delitto” è una delle iniziative che la Fondazione per le Biotecnologie e il Molecular Biotechnology Center di Torino mettono in campo. Le indagini si svolgeranno dal 26 al 29 marzo (18.00-20.30) in via Nizza 52.

Quelli della Fondazione per le Biotecnologie non sono al loro debutto con iniziative divulgative originali e con format nuovi.

Recentemente, hanno messo in una stessa stanza giornalisti e ricercatori per una giornata di lavoro assieme: obbiettivo capire e capirsi, far cadere alcune barriere per favorire la comprensione reciproca. A scanso d’equivoci.

Poi hanno messo in piedi dei Laboratori di Biologia Creativa al Parco d’Arte Vivente di Torino, in modo da contaminare l’arte con la biologia e la biologia con l’arte. E in questa direzione vanno anche con gli stage che gli studenti dei licei artistici fanno presso i loro laboratori, familiarizzando con il DNA e con il materiale biologico attraverso un’esperienza creativa, ludica ed estetica. Il DNA estratto al momento da alcuni frutti serve per creare sculture di polimeri glicidici.

E adesso va di scena il delitto, ovviamente simulato!, nel quale i partecipanti fanno gli investigatori con tutte le tecniche che la scienza mette oggi a disposizione.

Non male come proposte divulgative.

Ora basta che il pubblico si faccia coinvolgere, ma in fretta: le iscrizione sono aperte ma il numero è chiuso.

venerdì 23 febbraio 2007

Perché ci piace la musica

“Perché ci piace la musica “ è il titolo di un libro appena uscito.

Autrice: Silvia Bencivelli.

Editore: Sironi, in quel bel contenitore che è la collana Galapagos, meta e origine di alcuni bei viaggi scientifici.

Scritto bene, con garbo e ironia tutta pisana, “Perché ci piace la musica” è dichiaratamente un libro sulla scienza che ruota intorno alla musica molto più che sulla musica stessa. Ci sono gli animali e il loro comportamento. Gli archeologi e le loro scoperte, a partire dal flauto di Geissenklösterle che apre il libro.

Ma c’è anche tanto cervello, tanto comportamento umano, una manciata di linguaggi vari e variegati.

C’è soprattutto la storia di una ricerca che vive <>, per dirla con l’autrice.

Il libro poi è pieno di bambini: sani e malati, normali e geniali, musicisti e oggetto di test scientifici. Lo sapevate che i bambini ascoltano con più attenzione il canto della mamma che le sue parole?

La musica s’intreccia con le emozioni e con le differenze di genere. Con la psicologia e con le seduzioni del commercio: un’enoteca nella quale Mozart fa da sottofondo vende vini più cari di una in cui non c’è. Con la televisione, con la radio e con il cinema: dal pianoforte del cinema muto alle colonne sonore che tanto informano ogni film

Il libro si legge di getto e i capitoli scandiscono un ritmo che ci trasporta dalla musica alla scienza che le gira attorno.

C’è veramente tanta scienza, soprattutto di quella del Ventesimo secolo.

E quasi non ci accorgiamo di una certa ambiguità tra scienza e musica.

Al di là del titolo, chi è la protagonista?

mercoledì 21 febbraio 2007

Piombo nelle ali della ricerca

Mi sono sfogliato (online) la Relazione finale che il Comitato di Indirizzo per la Valutazione della Ricerca ha presentato l’8 febbraio 2007 sul triennio 2001-2003.

I prodotti della ricerca che il Comitato ha considerato sono articoli, libri, brevetti, manufatti e opere d’arte, progetti, performance, mostre ed esposizioni, risultati di valorizzazione applicativa e via scendendo nelle spire del burocratese.

La relazione mi sembra un po’ ottimistica: nel corso del triennio i prodotti aumentano del 36% - un po’ tantino. Nella produzione la fanno da padroni medici, fisici e biologi. Seguiti da: filologi e letterati, ingegneri, storici e filosofi, chimici, giuristi, economisti, matematici e informatici ecc. ecc.

Udite udite: il 76% dei prodotti è in inglese, il 22 in italiano e poi ci sono presenze di altre lingue.

Ciò che mi lascia veramente perplesso è la valutazione del livello di giudizio: 30% di eccellenti e 46% di buoni mi sembrano veramente un po’ troppo. Cosa vuol dire essere eccellente? E buono? E perché le due voci inferiori sono accettabile e limitato? Non c’è nulla di scadente? Io riscalerei un po’ in basso…

Un dato che sembra interessante, anche se andrebbe anch’esso un po’ riscalato, è quello che ci dice che tra i prodotti presentati da più enti gli eccellenti sono il 52% e i buoni il 39%. Come dire che collaborando la ricerca migliora. È un po’ la scoperta dell’acqua calda, ma forse bisognerebbe spingere la ricerca italiana in questa direzione, smorzando un po’ degli anacronistici localismi che ci portiamo dietro.

Ma veniamo alla divisione dell’Italia in nord, centro e sud e alle ovvie dolenti note. Al nord ogni ricercatore ha bisogno di 0,85 amministrativi; al centro di 1 e al sud di 1,25. A e sembrano sempre troppi ma quelli meridionali sono una vera e propria esagerazione. Infatti: a cosa dovrebbero servire gli amministrativi? Tra le altre cose ad attrarre altre risorse, altre rispetto a quelle che lo stato comunque dà. E qui vediamo che le cose non vanno affatto bene. Al nord per attrarre 1 euro le strutture devono averne 0,9 dallo stato. Al centro ne servono 1,32 e al sud 1,21. Come dire che essere di più non significa lavorare meglio – almeno per gli amministrativi della ricerca italiana.

E non va meglio se guardiamo i dati assoluti. I finanziamenti per progetti di ricerca per ricercatore passano dai 17.000 euro al nord ai 16.000 al centro ai 13.00 al sud.

Allora: va bene predicare il mitico 3% del PIL per la ricerca e denunciare che l’Italia è sempre lontana. Però bisognerebbe cominciare anche a pensare come snellire le macchine amministrative, gli apparati burocratici, le segreterie varie che mettono piombo nelle ali della ricerca.

Tra l’altro, dalla relazione sembra che meno sono gli amministrativi più è facile attrarre risorse non statali la cui scarsità è proprio uno dei talloni d’Achille del nostro Paese.

lunedì 19 febbraio 2007

La scienza vista dalla pubblicità

Mi sono imbattuto in questa pubblicità dell’IBM, giusto per non fare nomi e cognomi, e non potevo non notarla.

A tutta pagina, IBM ricorre alla scienza e all’immaginario radicato in ciascuno di noi per parlare di sé prima ancora che delle proprie offerte. Diciamolo, l’oggetto della pubblicità è sfumato, quasi secondario. Non è questo il tema. Il focus è invece sull’IBM stessa, sulla sua capacità di costruire e innovare, sul suo rigore.

Ma vediamo come ci si arriva.

La pubblicità attinge a man bassa a quella che è l’immagine della scienza, senza ricorrere eccessivamente a stereotipi e senza essere caricaturale.

C’è il laboratorio, asettico e moderno, freddo e colorato. Forse ci si fa della chimica o più probabilmente della biologia. Un microscopio troneggia sul bancone. È vero che è in seconda fila ma il gioco di fughe e prospettive ci guida a guardare lì.

Alle sue spalle, evidenziato dallo sfondo bianco, lo schermo di un computer.

Il tema esplicito della pubblicità sono le migrazioni, studiate attraverso la raccolta mondiale di campioni di DNA, ci dice il testo, ma rappresentate da una mappa centrata sull’Europa nella quale frecce migratorie danno ragione di una situazione in trasformazione nel tempo – tempo narrato sin dal titolo: “questo campione contiene 60.000 anni di storia”.

Il tema implicito è quello della collaborazione. Viene citata esplicitamente la National Geographic Society come partner della ricerca bio-geografico-informatica. Ma la capacità di collaborare con tutti è quello che IBM cerca di veicolare con questa pubblicità. E la stessa immagine della migrazione è quella dell’interrelazione tra luoghi, persone e tempi diversi. Diverse e tutte speciali, come te del resto. IBM punta sulla specialità di ciascuno di noi ma ci chiede di metterla in campo, di esplicitarla: “cosa ti rende speciale?” recita lo slogan di chiusura.

Due dettagli completano il quadro.

Sulla mappa, in una zona sgombra di frecce, due formule rafforzano l’idea della scientificità e del rigore di quello che si sta facendo.

Simmetricamente, una mano femminile giovane racconta a un pubblico possibile il contenuto della ricerca. È l’origine del testo: infatti dal suo gesto scaturisce la descrizione della ricerca probabilmente in un workshop tra ricercatori e collaboratori: l’equipe di biologi, esperti di calcolo, progettisti delle tecnologie che sta lavorandoci. È informale e professionale allo stesso tempo. Ed è soprattutto la mano di una ricercatrice sul campo, come ci dice il polsino di camice che si confonde in basso a destra con l’angolo della lavagna.

Insomma, IBM ci restituisce l’immagine di una scienza giovane e moderna, capace di collaborare e dedita allo studio della vita, rigorosa e speciale, tecnologica ma con la comunicazione al centro, femminile ma con il camice.

Proprio come ci dicono molte ricerche sulle rappresentazioni della scienza.

domenica 18 febbraio 2007

A scuola in Portogallo

Come ho scritto la settimana scorsa, sono stato a Lagos in Portogallo per il progetto Sedec. Abbiamo lavorato nei locali di una scuola superiore e ne abbiamo frequentata una seconda per due serate di seminario. Non si può certo dire che io abbia un campione significativo, ma qualche elemento di confronto con gli edifici scolastici che conosco in Italia a me è saltato agli occhi.

I ragazzi alle superiori vanno a scuola cinque giorni la settimana mattina e pomeriggio e hanno ore buche durante il giorno. Hanno cioè un orario flessibile basato su attività piuttosto che sull’appartenenza a una classe – e forse non è una novità in altri paesi del mondo, ma in Italia siamo a un altro modello.

Nelle scuole ci sono laboratori di fisica, chimica e biologia, costruiti, realizzati e mantenuti grazie alla partecipazione delle scuole a progetti europei.

Sono stato in un auditorium che raccoglieva comodamente seduti cento cinquanta insegnanti e che era dotato di una cabina e delle cuffie per la traduzione simultanea.

Le sale professori sono organizzate con tavoli e salottini che permettono a gruppetti di stare assieme in un ambiente davvero confortevole e rilassante. In una delle due che ho visto c’era anche un bancone bar.

Ci sono aule ricreative con divani, ping-pong, biliardi e altri giochi per l’intrattenimento, nelle quali quasi a ogni ora ho visto studenti rilassarsi.

Negli intervalli ho sentito musica risuonare per i corridoi. Risultato: ragazzi tranquilli e schiamazzi al minimo.

Non ho visto bidelli ma in entrambi i casi solo un custode in una guardiola all’ingresso.

Mi hanno detto che nelle scuole (superiori!) è vietato che circolino soldi. Gli studenti hanno una carta di credito, caricata dai genitori, con la quale comprano merende, bevande e fanno fotocopie.

In corridoio, di fianco a un armadio a vetri che mette in bella evidenza gli oggetti smarriti, c’è uno sportello elettronico al quale farsi copia di tutti i propri certificati, se ho capito bene anche non scolastici.

Nel giardino non c’erano immondizie, nei bagni niente scritte sui muri e in un locale aperto agli insegnanti quindici computer connessi a internet erano a disposizione.

Poche di queste cose richiedono soldi o riforme scolastiche. Ma basta voler creare un ambiente confortevole e famigliare che gli studenti possano sentire come loro.

Secondo me sarebbe un buon punto di partenza, autonomia o non autonomia.

giovedì 15 febbraio 2007

Hope not hype exhibition

Il titolo è intraducibile e gioca sull’assonanza tra speranza (hope) e lancio pubblicitario (hype) di massa, invasivo e pervasivo.

Il tema è lo studio delle cellule staminali.

L’oggetto è una mostra.

La location è il Sensation Science Centre a Dundee.

Il proponente è il Consiglio di ricerca in biotecnolgie e scienze biologiche (BBSRC), assieme al Consiglio di ricerca medica (MRC).

Il periodo è febbraio 2007.

Lo spirito è quello che va, o dovrebbe andare, per la maggiore: il dialogo scienza società.

Il rettore dell’Università di Dundee, Lord Naren Patel è anche chairman del network nazionale sulle cellule staminali e quindi coordina le attività nel settore. Ed è interessante che interpreti il suo ruolo non solo come orientato a fare della buona ricerca sulle cellule staminali ma anche a realizzare momenti di dialogo e confronto sul tema. E quindi la mostra.
Julia Goodfellow, che presiede il BBSRC, ha detto: "Lo studio delle staminali è una delle ricerche più promettenti in biomedicine. Genera grandi speranze per malattie oggi incurabili. È responsabilità dei ricercatori avvicinare queste aspettative e queste speranze alla realtà scientifica”. Come dire che bisogna conseguire i risultati che verranno ma anche dare lezione di realismo e non coltivare illusioni.

Così, la mostra si occupa della ricerca ma anche delle questioni sociali e etiche che accomunano la comunità scientifica ai pubblici coinvolti.

Uno spettro si aggira per l'Europa: il dialogo nella società sulla scienza.

martedì 13 febbraio 2007

La festa degli innamorati consapevoli

San Valentino è la festa, un po’ commerciale a mio parere, dell’amore, delle promesse e della passione. Tutto fa prevedere che in quei giorni ci sia un’esplosione di effusioni con tutto il corollario di comportamenti a rischio, malattie sessualmente trasmissibili e gravidanze indesiderate, soprattutto tra i teenager.

In quest'occasione, il Centro per la salute e gli stili di vita dell’Università di Coventry ha vinto un premio della British Accademy per uno studio da fare sulle pratiche di educazione sessuale e per cercare di capire il gap tra intenzioni e comportamenti nell’uso di contraccettivi tra i giovani dai 13 ai 18 anni.

Mentre l’85% degli adolescenti vuole usare un contraccettivo, alla prova dei fatti solo il 53% vi ricorre.

Pertanto, hanno ragionato all’Università di Coventry, non è tanto l’informazione a mancare, quanto una forte motivazione a non abbandonare le proprie buone intenzioni che vanno tradotte in fatti.

È necessario incrementare la cultura del “se… allora…” (se mi trovo in questa situazione, allora mi voglio comportare così) che in altri casi di prevenzione ha modificato comportamenti e dato ottimi risultati: uno dei casi di successo è l’auto esame del seno.

Il “se… allora…” è efficace proprio quando c'è da far prevalere un’intenzione positiva sulla propria salute, in competizione con altre intenzioni meno forti ma più facili da assecondare.

L’efficacia del “se… allora…” è data dalla possibilità di istillare delle prassi che diventano automatiche e quindi più seguite. Il che è per l’appunto agire sul piano dei comportamenti.

La sola informazione non è sufficiente, bisogna invece che siano proposte pratiche che permettano ai giovanissimi di rimanere fedeli alle proprie intenzioni.

E queste, secondo l’Università di Coventry, dipendono dalla possibilità di comunicare un minimo di consapevolezza del fatto che “se non si usano gli anticoncezionali, allora…”.

lunedì 12 febbraio 2007

Scienza e cittadinanza europea

Parte dalla scuola ma guarda all’Europa tutta il progetto triennale Sedec (Science Education for the Development of European Citizenship) che è appena entrato nella seconda metà delle sue attività con un seminario di lavoro e dissemination a Lagos in Portogallo.

Ci siamo trovati lì, convergendo da Polonia e Repubblica Ceca, Italia e Francia, Romania e Olanda, oltre che, beninteso, Portogallo. Veniamo da istituti di formazione e di ricerca didattica, da osservatori astronomici e da dipartimenti universitari, da musei e da compagnie che fanno della comunicazione della scienza un loro obiettivo.

Sedec spera di rispondere ad alcune domande: quale rapporto c’è tra scienza e cittadinanza? Cos’hanno in comune? Come l’educazione scientifica può sostenere l’educazione alla cittadinanza? Ed è possibile il viceversa?

Partiamo da una ricerca su come i bambini e gli adolescenti vedono la scienza e l’Europa, lo scienziato e il suo lavoro, la ricerca e il suo contributo all’Unione europea del futuro. Poi costruiremo un database di materiali per l’insegnamento, e attorno all’insegnamento, delle scienze soprattutto per le scuole elementari e medie. Infine ci sarà un corso europeo per insegnanti.

Speriamo di produrre uno spettro di proposte per i musei, le scuole ma anche per le istituzioni scientifiche e le compagnie private, che contribuiscano alla crescita di un maggior interesse dei giovani per la scienza e per le carriere scientifiche, come momento di integrazione, sviluppo e cittadinanza in Europa.

L’obiettivo profondo è fare un passo nella cultura del dialogo che è tanto importante per lo sviluppo della scienza quanto per quello delle decisioni democratiche.

martedì 6 febbraio 2007

Faremo le zanzare alla griglia

La malaria continua a essere uno dei grandi killer mondiali: un milione di morti l’anno, soprattutto in Africa e soprattutto bambini.

Ora i biologi hanno un nuovo alleato: i fisici e la loro griglia di calcolo. Questa comunità infatti si è dotata di una infrastruttura di calcolo potente, per l’appunto Grid. Si tratta di oltre 5.000 computer che vengono usati contemporaneamente, permettendo di processare in ogni istante oltre 2000 gigabyte di dati. È uno strumento essenziale per la ricerca in fisica delle particelle e in astronomia (Particle Physics and Astronomy Research Council, PPARC) che riesce a star dietro ai dati sfornati dall’acceleratore di particelle del Cern di Ginevra.

Grid sfrutta la potenza dovuta al solo fatto di stare in rete, di essere parte di un’unica comunità che condivide le proprie risorse senza bisogno di accumularle in punti, centri, enti, istituzioni. Ciascuno contribuisce con un po’ delle proprie risorse, spesso inutilizzate, e partecipa alla ricerca sulle astroparticelle.

Questo stesso spirito di collaborazione che anima Grid per i propri obiettivi, l’ha fatta aprire anche alla lotta contro la malaria. E ha permesso al progetto WISDOM di analizzare 80.000 composti potenzialmente antimalarici all’ora. Un ritmo che è stato tenuto per quattro mesi: da ottobre a gennaio Grid ha devoluto alla lotta contro la malaria oltre due milioni di ore computer.

L’analisi delle interrelazioni tra i composti farmaceutici e le proteine del parassita della malaria è stata favorita dalla velocità del processo di screening che abbatte di molto i costi di sviluppo di nuovi possibili farmaci contro la malattia.

Ci troviamo davanti a un potenziale strumento di ricerca, che offre la speranza di affrontare una malattia mortale che non è certo al centro delle strategie di mercato e di ricerca dell’industria farmaceutica.

Ma soprattutto ci troviamo davanti a un nuovo metodo di lavoro nella ricerca in biomedicina che potrà rinunciare, almeno in qualche caso, a mettere in piedi laboratori elefantiaci utilizzando risorse che comunque ci sono, e non vanno utilizzate, nel web. Infrastrutture come Grid permettono di immaginare ricerche anche senza dover prevedere enormi risorse di calcolo. E si potranno superare barriere tutte interne alla comunità scientifica, come questa volta è successo tra fisici e biologi.

Il primo passo è la condivisione di risorse informatiche, ma inevitabilmente domani cominceranno a essere messe in comune le idee, le visioni, gli obiettivi della ricerca, facendo comunicare metodi e intelligenze oggi distanti.

Nanodialogo

Lo sappiamo: introdurre nuove tecnologie nella società vuol dire prima di tutto dialogare con la società. In alternativa, i rischi sono le paure e le speranze immotivate, che prima o poi sfociano in controversie. Ma c’è di più: nuove tecnologie vuol dire nuove decisioni e quindi nuovi cittadini. Pertanto gli scienziati, i ricercatori, gli esperti hanno il ruolo, e il dovere, di dialogare con i cittadini per far crescere la consapevolezza reciproca.

Su questo hanno collaborato, nel progetto NanoDialogue, musei (Città della Scienza, Deutsches Museum, Univeseum AB, Ahhaa Science Centre) e università (Westminster) , associazioni (MQC2) e parchi scientifici (Barcelona), network (ECSITE) e fondazioni (Flanders Technology Internationa Foundation, Ciencia Viva, Centre de Culture Scientifique, Technique et Industrielle di Grenoble).

L’obiettivo del progetto è ragionare attorno a una domanda: a che punto siamo con le nanotecnologie? In che direzione stiamo andando?

Non si tratta tanto di far capire, anche se spesso c’è bisogno di far capire.

E neppure di convincere, perché le convinzioni sovradimensionate possono essere un boomerang.

Si tratta invece di far emergere quelli che saranno gli stakeholder del futuro e di riconoscere loro un ruolo mettendoli in relazione con i ricercatori e con tutti gli attori che si muovono intorno a questa nuova tecnologia e a tutto ciò che è nano-. Bisogna, insomma, costruire una rete, link per link.

E si tratta anche di studiare le forme di comunicazione che comunque ci sono e nelle quali gli esperti e i ricercatori non hanno un ruolo. La fiction scientifica spesso dà una visione drammatica delle nanotecnologie: nanocreature distruggono tutto quello che trovano sul loro cammino e si rivoltano contro i loro stessi creatori. Per quanto tutto ciò sia molto lontano dalla realtà anche solo dei laboratori di ricerca.

L’incontro tra vita e tecnologia può essere fertile di nuove opportunità o tremendo di nuove paure. Come prima cosa, comunque, va capito.

Lunedì 5 febbraio a Bruxelles, presso il Parlamento, una conferenza ha chiuso il progetto NanoDialogue che si è proposto di far partecipare, tutti assieme, scienziati, decisori e stakeholder in modo da costruire, tutti assieme, una strategia comunicativa che tenesse conto di tutti i punti di vista e che non fosse l’arma in mano di una parte ma piuttosto un’opportunità per tutti. Partecipanti: dall’Italia alla Svezia, dall’Estonia alla Francia alla Spagna, al Belgio, al Regno Unito alla Germania, al Portogallo.

In questo come in altri casi, il rapido sviluppo di nuove tecnologie genera controversie e prima ancora paure.

E allora la comprensione del nano-immaginario può aiutare a dialogare con la società e il dialogo può permettere di distinguere la fantasia dai fatti.

lunedì 5 febbraio 2007

Domande scientifiche nelle strade d’Europa

L’European Physical Society è l’associazione dei fisici europei. Da sempre, spende energie per trovare nuovi canali di comunicazione tra la fisica e i decisori politici e più in generale per dialogare con l’opinione pubblica.

Il dialogo tra i suoi membri e di questi con altri attori sociali è uno dei suoi tratti. Così, assieme allo Science Centre Hisa Eksperimentov in Slovenia, nuovo e scientificamente dinamico membro dell’Unione europea, l’Eps ha lanciato il progetto “Science in Public Areas”.

È una serie di 50 pannelli a tema che vengono esposti in scuole, teatri, parchi tematici, musei, università. Ma anche e soprattutto sugli autobus, nei cinema, nei centri commerciali.

Ogni pannello lancia una domanda e propone una risposta: perché il cielo è blu? Perché si vede l’arcobaleno anche in una chiazza d’olio sull’asfalto? Perché le gocce d’acqua si muovono su una superficie riscaldata?

Il tutto arricchito dai disegni di Nono-K un famoso illustratore marsigliese (uno dei quali è proprio qui sopra).

Semplici domande che possono venire in mente a tutti e che diventano strumento di divulgazione e di dialogo, proprio facendo leva sulla curiosità.

Esattamente come fa da anni sul web il portale Ulisse con “Chiedi a Ulisse” e con l’efficacia che abbiamo studiato con Ilenia Picardi e Paola Rodari.

Il materiale di “Science in Public Areas” può essere riprodotto a fini educativi e no-profit, ovviamente con tutti i crediti del caso.

venerdì 2 febbraio 2007

Cooperazione scientifica a Gerusalemme

Nasce alla Hebrew University di Gerusalemme il “Centro per la convergenza di scienze e tecnologie”, per iniziativa di Dan Gazit e in collaborazione con Yissum, la società per il trasferimento tecnologico dell’Università stessa.

Oggi il Centro si propone di aprire linee di ricerca che facciano dialogare le scienze umane con l’informatica, la biomedicina con la giurisprudenza, l’etica con gli studi sull’opinione pubblica. O meglio, come dice Gazit, coniando un acronimo: il centro sarà BINCA, cioè bio, info, nano, cogni e artistico.

Si candida quindi a essere luogo d’incontro di prospettive diverse che coinvolgono elementi scientifici, economici, etici, legali, sociali.

I primi tre progetti che il Centro finanzia sono:

  • lo sviluppo di nano-sensori per ricercare le cause patogene, attraverso la cooperazione di medicina, natotecnologia e business
  • lo studio delle origini preistoriche della lingua ebraica, attraverso la cooperazione di fisica chimica, archeologia, linguistica e informatica
  • la comprensione dell’altruismo nella società umana, attraverso la cooperazione di biomedicina, informatica, scienze cognitive e sociali.

Domani il Centro svilupperà programmi d’insegnamento per formare giovani ricercatori capaci di cooperare e lavorare in modo “convergente”.

Secondo Gazit questa via ha la possibilità di attrarre intelligenze e competenze molto diverse che colgono la potenzialità della cooperazione. Ma soprattutto può creare un contesto nel quale nascano settori scientifici nuovi e linee di ricerca inedite e molto fertili.

giovedì 1 febbraio 2007

Chi definisce i pubblici della scienza?

Capire come il pubblico comprende la scienza, è un obiettivo sempre più angusto e limitante. Non è la comprensione la chiave di lettura di tutto. Oggi piuttosto è necessario studiare, analizzare e comprendere le relazioni che intercorrono tra molteplici attori scientifici e i pubblici: di pubblici al plurale è bene parlare e non solo perché sono molti ma soprattutto perché sono dinamici, variano nel tempo, si dividono e si riassemblano, si uniscono e si frazionano a seconda degli interessi, delle paure, delle convinzioni, delle appartenenze, degli eventi.
Continuamente nascono situazioni d’incontro, qualcuna anche di scontro, tra la società e la scienza, tra la scienza e la società. Inizia a esserci consapevolezza che questioni della vita quotidiana (clima, alta velocità, allergie alimentari, cellulari e così via) debbano essere lette in una cornice scientifica.
E i ricercatori da parte loro cominciano a capire che queste relazioni, questi nuovi scontri/incontri sono i momenti in cui un certo pubblico si forma convinzioni e idee sulla scienza. Il gioco allora è indirizzare l’eventuale conflitto in modo che una possibile opposizione si trasformi in dialogo, in modo che le decisioni vengano prese con un po’ più di consapevolezza da parte di tutti gli attori coinvolti..
La rivista Public Understanding of Science dedica il primo numero del 2007 ai “pubblici della scienza” e cercando di analizzare le sfumature di questo rapporto articolato. Di fatto, riconosce esplicitamente ai pubblici ruolo e dignità e pone l’accento su come, nelle varie controversi, i pubblici sono rappresentati.
La stessa rappresentazione dei pubblici infatti deve tenere in considerazione che ci sono livelli di conoscenza sufficienti ad affrontare questioni scientifiche rilevanti nella vita quotidiana e che non è necessario essere esperti per poter esercitare il diritto a prendere posizione, esprimersi, essere cittadini attivi.
Sono molte le situazioni nelle quali coesistono visioni contraddittorie e comprensioni parziali di qualche fatto scientifico, ma questo non toglie legittimità alle posizioni che vengono prese.
Una delle analisi più interessanti esposte nella rivista, è relativa a quali sono gli attori che formano le rappresentazioni dei pubblici. Perché quando scoppia una controversia, ci sono attori che definiscono qual è il pubblico rilevante in quel contesto, e che implicitamente o esplicitamente gli attribuiscono un ruolo che dipende fortemente da questa definizione. Di volta in volta si tratta di scienziati, politici, industriali, amministratori locali, ambientalisti e così via.
Chi riesce a definire il pubblico rilevante e interessato a una questione, riesce a costruire un primo frame nel quale si collocheranno tutte le successive dinamiche tra esperti e cittadini (pensiamo ad esempio all’alta velocità) e quindi, in gran parte, le decisioni che i cittadini decideranno di prendere.