giovedì 29 marzo 2007

La pubblica amministrazione comprerà verde

L’Enea è il partner italiano del portale per gli "Acquisti Verdi" in Europa.
Sembra incredibile ma gli acquisti della pubblica amministrazione in Italia rappresentano il 17% del Pil. Così, un orientamento a favore dei prodotti che possono ridurre i consumi di energia e salvaguardare l'ambiente costituisce un forte impulso per il mercato e un esempio virtuoso per i consumatori. E può diventare un volano anche per i privati.
Così l’Enea, assieme ad altre dieci realtà europee, si fa promotrice di un portale che offra beni e servizi secondo standard di qualità, di prezzo ma anche di rispetto ambientale.
Il dialogo sul rispetto dell’ambiente, l’educazione del cittadino, la diffusione di comportamenti sostenibili si fondano non solo sull’esempio ma su reali e concrete buone pratiche. E la concretezza del 17% del Pil può farsi sentire e mettere sul piatto della bilancia tutto il suo peso.
Il portale è anche un luogo di scambio di suggerimenti e di diffusione di esempi perché per smuovere la pubblica amministrazione, non solo in Italia!, bisogna mostrare che altri hanno fatto la stessa scelta, con successo. Altrimenti l’inerzia è troppa.
L’idea è che, una volta messa in moto la pubblica amministrazione, nuovi mercati si apriranno e nuovi costumi negli acquisti saranno possibili.
Può essere un caso concreto di incontro tra la scienza e la società sul terreno caldissimo dei consumi, dell’inquinamento e della sostenibilità delle nostre scelte.

martedì 27 marzo 2007

Due afgani per un italiano

È l’algebra della guerra. Contro la quale cinquant’anni fa è nata l’Europa, dove pochi anni prima un tedesco valeva dieci italiani. Quest’algebra non ci piace più. Non dovrebbe piacerci più.

E invece stiamo poco più che zitti davanti agli strascichi della liberazione di Mastrogiacomo. Anzi. Tra le righe leggo persino qualche segno di disturbo, di fastidio. In fondo questo Rahmatullah è un “addetto alla sicurezza”, figura sospetta. Che poi nella vita di tutti i giorni non usi il fucile ma il telefono è un altro paio di maniche. E che lo usi per dire quali sono le vie sicure e non per far detonare una bomba non è un dettaglio. Ma si chiama Rahmatullah ed è afgano, come quell’altro Nashkbandi, l’interprete.

A me piacerebbe che dopo cinquant’anni d’Europa l’algebra di guerra per cui due afgani valgono un italiano cadesse in disuso. E così ho firmato l’appello di Emergency.

“Siamo angosciati per la sorte di Rahmatullah Hanefi. Il responsabile afgano dell'ospedale di Emergency a Lashkargah è stato prelevato all'alba di martedì 20 dai servizi di sicurezza afgani.
Da allora nessuno ha potuto vederlo o parlargli, nemmeno i suoi famigliari. Non è stata formulata nessuna accusa, non esiste alcun documento che comprovi la sua detenzione. Alcuni afgani, che lavorano nel posto in cui Rahmatullah Hanefi è rinchiuso, ci hanno detto però che lo stanno interrogando e torturando "con i cavi elettrici".
Rahmatullah Hanefi è stato determinante nella liberazione di Daniele Mastrogiacomo, semplicemente facendo tutto e solo ciò che il governo italiano, attraverso Emergency, gli chiedeva di fare. Il suo aiuto potrebbe essere determinante anche per la sorte di Adjmal Nashkbandi, l'interprete di Mastrogiacomo, che non è ancora tornato dalla sua famiglia.
Domenica 25, il Ministro della sanità afgano ci ha informato che in un "alto meeting sulla sicurezza nazionale" presieduto da Hamid Karzai, è stato deciso di non rilasciare Rahmatullah Hanefi. Ci hanno fatto capire che non ci sono accuse contro di lui, ma che sono pronti a fabbricare false prove.Non è accettabile che il prezzo della liberazione del cittadino italiano Daniele Mastrogiacomo venga pagato da un coraggioso cittadino afgano e da Emergency. Abbiamo ripetutamente chiesto al Governo italiano, negli ultimi giorni, di impegnarsi per l’immediato rilascio di Rahmatullah Hanefi e il governo ci ha assicurato che l’avrebbe fatto. Chiediamo con forza al Governo italiano di rispettare le parola data”.

Vedete un po’ voi che fare.

lunedì 26 marzo 2007

Passato e futuro della fisica

“Ho sempre nutrito un profondo interesse per la storia della scienza. La trovo affascinante e divertente. E mi sembra che, in qualunque racconto scientifico, l’aspetto storico dovrebbe sempre costituire una parte importante”.

Sottoscrivo senza esitazione le parole di Tom Siegfried che aprono “L’universo strano” (Dedalo 2007). La storia della scienza è una delle chiavi per dare profondità a ogni racconto di scienza, per muovere dai soli risultati alla prospettiva del loro sviluppo, della loro evoluzione. Per non parlare poi delle vicende degli uomini di scienza, delle loro passioni, successi, errori, dubbi.

“Non conosco un modo migliore di insegnare la scienza agli studenti di quello che ne sfrutta la storia. In fin dei conti, la scienza fa parte della storia dell’umanità”, ha anche detto il premio Nobel Steve Weinberg.

Tutto questo è presente ne “L’universo strano”: ci sono le vicende della scienza e gli squarci che queste aprono verso il futuro. C’è la dialettica passato-futuro e ci sono le concezioni e le idee di un tempo che ci colpiscono con la loro straordinaria modernità. Ma ci sono soprattutto gli uomini e le donne che fanno e hanno fatto la scienza.

Tom Siegrefried si colloca in un punto a metà strada tra testimonianza e giornalismo, tra storia e divulgazione e ci racconta la bella storia della fisica del Ventesimo secolo.

Da leggere.

Trovo notevole che l’autore sia stato premiato nel 1993 per la divulgazione della chimica e nel 1997 per quella della psichiatria. E nel 2002 ha scritto questo coinvolgente libro sulla fisica.

Ottimo e versatile.

venerdì 23 marzo 2007

Il valore della matematica

La matematica non è solo astrazione, è anche capacità di aggiungere valore: visione teorica, algoritmi efficienti, soluzioni ottimali sono opportunità concrete, pratiche che permettono di rendere le tecnologie e I risultati migliori e che aiutano i processi innovativi.

Il 20 marzo ne hanno parlato assieme a rappresentanti della Commissione e del Parlamento europei a Bruxelles, matematici provenienti da cinque paesi, raccolti dall’Associazione Leibniz, dall’Istituto Weierstrass e dall’agenzia polacca per le scienze PolSCA.

Ovviamente,la matematica con i modelli le simulazioni supporta la ricerca tecnologica: dalle diagnosi cardiovascolari ai semiconduttori, dalla metallurgia all’industria automobilistica.

Soprattutto, dice Juergen Sprekels, direttore dell’Istituto Weierstrass: “Le tecnologie essenziali stanno diventando sempre più complesse e il ciclo dell’innovazione sempre più rapido. Modelli matematici versatili offrono nuovi approcci per gestire la complessità”.

Insomma, la matematica non offre “solo” le equazioni, gli algoritmi e più in generale gli strumenti concettuali per affrontare i problemi. Piuttosto concorre a definire un modo di vedere le cose che permette di star dietro alla corsa dell’innovazione.

Non è una questione d’idee ma di cultura. La matematica infondo non fa altro che spingersi oltre nuove frontiere, gestire sempre nuovi problemi, e li gestisce fino a che questi non sono più problemi ma sono diventati conoscenze nuove.

Proprio quello che serve per una dinamica cultura dell’innovazione.

Senza la matematica rischiamo di non saper prendere le nuove decisioni che un mondo in evoluzione ci richiede.

giovedì 22 marzo 2007

I digitali nativi

I digitali nativi, li chiama Furio Honsell, rettore all’Università di Udine e volto televisivo con Fabio Fazio.

I digitali nativi sono ormai tra di noi. Ci hanno lasciato indietro, al di là del digital divide. È stato fatto un salto quantico lungo l’albero dell’evoluzione. La nuova speciazione dal sapiens sapiens è avvenuta! I digitali nativi non presentano ancora differenze fenotipiche percepibili – ma cognitivamente e comportamentalmente sono diversi. Agiscono e pensano con un grado di parallelismo per noi irraggiungibile. Sono i giovani, i nostri figli, saranno le future generazioni. Lesile Lamport, guru dell’informatica, si vantava il secolo scorso di essere capace di masticare chewing gum e contemporaneamente programmare digitando sulla tastiera. Ben poca cosa rispetto a quanto fa quotidianamente un nativo digitale, che contemporaneamente: scambia sms, ascolta l’ipod, lavora su un PC con più finestre attive. Una in videochiamata skype, alcune in modalità chatting, altre presentano videogiochi interattivi, su una scorre un video, altre sono discussion groups. Ogni tanto anche alza la cornetta del telefono”.

Qualcuno di noi riconosce in sé dei tratti da digitale nativo, ma in realtà al massimo lo siamo d’adozione, per imitazione, per apprendimento.

Sono i giovani, i figli, gli studenti, le nuove generazioni a essere genuinamente nativi.

Ed è un problema, in quest’Italia che guarda ostinatamente agli anziani, ai genitori (ops, ai nonni), agi professori, alle generazioni che dovrebbero andare in pensione, e che invece monopolizzano tutte le posizioni decisionali.

I digitali nativi prenderanno le decisioni del futuro prossimo, faranno le scoperte del futuro prossimo, impareranno le cose (del passato) per il futuro prossimo.

Qui sta uno dei nodi, quello che c‘interessa: come si trasmette la conoscenza, scientifica ma non solo, a chi non legge un libro, ha un’attenzione frammentaria e diffusa, è sommerso da una mole di dati ma ha problemi a metterli in relazione? A parole la risposta è facile: si devono valorizzare l’sms, l’ipod, il PC con più finestre attive, skype, le chat, i videogiochi interattivi, i video, i discussion groups. Nei fatti ci sono alcuni ordini di difficoltà da scalare per costruire nuovi modi di comunicare, raccontare e condividere.

Anche perché la scienza è la scienza. E vuole rigore, dialogo, approfondimento, esercizio, verifica, valutazione ecc. ecc. ecc.

Insomma, gli strumenti futuri sembrano esserci, le generazioni adatte a questi strumenti anche, ora si tratta di produrre la nuova didattica, divulgazione, diffusione, comunicazione.


Francesco Pira e Vincenzo Marrali ci ragionano su in “Infanzia media e nuove tecnologie”, Franco Angeli 2007.

martedì 20 marzo 2007

Torino Città europea della scienza, nel 2010

Euroscience è l’organismo di Strasburgo che lavora per una società europea forte e aperta a scienza e tecnologia. È un’associazione indipendente che mette assieme scienziati e istituzioni interessate alla conoscenza scientifica di oltre quaranta paesi: il dialogo, il confronto e la cooperazione sono gli strumenti per rafforzare la società europea. L’uso responsabile della scienza da parte dei ricercatori è il primo passo da compiere.

Il principale momento di dialogo, confronto e cooperazione che Euroscience mette in campo è l’Euroscience Open Forum.

La prossima edizione, quella del 18-22 luglio 2008, si terrà a Barcellona, le prime due sono state a Stoccolma e a Monaco di Baviera. E qualche settimana fa Euroscience ha ufficializzato la sede per il forum del 2010 che sarà Torino.

Il capoluogo piemontese ha avuto la meglio su Copenhagen, Parigi e Wroclaw. E così dal 2 al 7 luglio 2010, la scienza europea si darà appuntamento in Piemonte. Convegni, mostre, spettacoli, seminari, workshop faranno dialogare i ricercatori tra loro ma soprattutto con i cittadini d’Europa.

Una delle carte vincenti della candidatura torinese è stato il progetto di un’edizione che esca dalla città e preveda iniziative e attività in giro per l’Europa, offrendo così un’opportunità ancora più ampia di dialogo tra cittadini europei e comunità scientifica.

L’altra è la scommessa di investire in scienza e tecnologia per rilanciare la regione ma, idealmente, anche l’Italia e l’Europa stessa. L’obiettivo è dare concretezza all’idea di un’economia basata sulla conoscenza che, nello specifico, serva a trasformare Torino da città dell’industria automobilistica a città della conoscenza e della scienza.

Insomma, ESOF2010 vuole essere un’occasione ulteriore per Torino ma vuole anche acquisire una valenza simbolica per tutta l’Europa, che potrà avere un ruolo di leader mondiale solo puntando sulla conoscenza e sulla capacità d’innovare.

L’auspicio è tutto nello slogan della candidatura che recita “passion for science”. Senza scienza non c’è innovazione e senza passione non c’è scienza.

domenica 18 marzo 2007

Ricercatori fuori dall’università

Ma la scienza si fa veramente nelle Università? Dove si crea la nuova conoscenza? Che ruolo hanno i ricercatori non-universitari?

Sono le domande che si sono posti a Belfast con il Festival delle Scienze Sociali, organizzato dall’Economic and Social Research Council presso la Queen’s University.

Pensiamo agli storici che si occupano di storia locale e famigliare, ai biografi, agli archeologi, agli astronomi amatoriali, ai naturalisti sul campo, ai giornalisti scientifici e a molti altri. Tutti sono fuori dalle università ma sono in grado di dialogare con gruppi di ricerca e di raggiungere risultati realmente scientifici.

David Livingstone, geografo e uno degli organizzatori del Festival, sottolinea come quelle delle università quali fonte unica della conoscenza sia un mito infondato: “La conoscenza è sempre stata prodotta in molti contesti diversi dalle università, in ogni epoca. Nella nostra, che si caratterizza per un peso crescente della specializzazione, è ancora più importante che ci sia un dialogo onesto e vero tra chi sta dentro e chi sta fuori dalle università. Il rischio? È che le università stesse siano tagliate fuori dai processi economici basati sulla conoscenza”.

In ballo è il ruolo delle università, forse la loro stessa esistenza. Se non sapranno riconoscere il contributo essenziale di studiosi indipendenti e se non li sapranno accogliere come membri di pari diritto della comunità scientifica, saranno presto una sede superata e rischieranno, loro, di essere tagliate fuori dal dibattito scientifico.

Non basta più che le università facciano alta formazione e ricerca, ora devono anche fare comunicazione, con la società tutta, e in particolare con gli studiosi indipendenti.
Chi sta fuori infatti ha spesso una maggior agilità e versatilità che gli permette di produrre conoscenza altrettanto buona e contemporaneamente di metterla in circolo nel mercato della conoscenza.

In questa cornice, le università rischiano la fine dei dinosauri, sempre che, come a Belfast, non colgano l’importanza di mettersi in gioco e confrontarsi con chi si muove liberamente nel mondo esterno.

venerdì 16 marzo 2007

Il 24 marzo è lo ShutDownDay: non leggete questo blog

Forse si tratta di risparmio, forse di una disperata ribellione, probabilmente è un sano esperimento di igiene per la mente, e per il corpo.

Oggi pensiamo che le persone senza computer possano trovare la vita particolarmente complicata, se non addirittura impossibile. Siamo abituati ad averli dappertutto. Sul posto di lavoro, a casa, per prelevare i soldi, per entrare e uscire dall’autostrada, per prenotare esami medici, spettacoli, viaggi.

Ma se ne facessimo a meno per un solo giorno, potremmo comunque farcela?

La proposta è di tenerli tutti spenti sabato 24 marzo.

Spegni il tuo computer durante questo giorno.

Puoi sopravvivere per 24 ore senza un computer?

E sabato 24 non leggere questo blog!

In tanti aderiscono e il sito dell’iniziativa vanta ormai versioni in 13 lingue. Il paradosso è proprio questo: per fare dello ShutDownDay un’iniziativa condivisa, usiamo la rete. Ma tant’è, in questi tempi un po’ paradossali e molto digitali.

Nella versione italiana del sito, il forum è ricco di buone intenzione. Eccovi qualche assaggio:

“Vado in montagna a farmi un giro”.

“Quel giorno lavoro...la sera sarà dura non schiacciare il bottoncino di accensione del PC, ma resisterò e andrò a fare una passeggiata, oppure guarderò un film in compagnia in tv, oppure andrò al cinema, di alternative ce ne sono molte!”

“Vado a farmi una bella arrampicata”.

“Non so cosa farò, ma devo farcela”.

“Dormo fino a ore 12, vogo un'ora su C2, doccia, 2 toasts, alle 15 vado da mio padre con decoder a vedere la Juve... accidenti gioca domenica 25 col Napoli... accendo l'imac... no! esco a fare shopping con mia moglie. Rientro ore 19:30. Cena. Ma domani...”

“Se puode far, è sabato...”

“Come tutti i fine settimana farò a meno del pc e mi dedicherò ad attività all'aria aperta (molto meglio!!!)”

“Sarò a sciare....yuppiiii!!!!”

“Yesss ma se poi ci si trova meglio senza?!?!?”

“Mi piacerebbe fare shutdown di tutti i server che amministro, ma poi ci vorrebbero 2000 anni di lavoro forzato per rifondere quanto avrei fatto perdere ... solo il portatile allora, e darò il 100% a mia moglie e alla mia bimba”.

“Bè semplice, quello che ho sempre fatto fino all'avvento di Commodore64 e Spectrum... andare in giro in bici, qualche passeggiata, bricolage.... vado avanti?! ;)”

“Penso mi dedicherò agli amici, magic: the gathering e lettura... ma non so ancora”.

“Io col computer praticamente ci convivo. Quel giorno? sarò di giorno in giro per appuntamenti da clienti (senza computer) di sera mi leggerò un bel libro...”

Insomma, ci sarà un sacco di gente che starà all’aria aperta e si dedicherà a qualcosa di più movimentato e meno sedentario.

Io ci provo. E voi?

mercoledì 14 marzo 2007

Partecipate al convegno di Forlì

Quest’anno il tema del convegno di Forlì sarà la società della conoscenza.

Si tratta dell’appuntamento annuale del gruppo ICS, copromosso assieme all'Associazione Nuova Civiltà delle Macchine: la quinta edizione del Convegno Nazionale sulla Comunicazione della Scienza.

È un vero e proprio luogo di scambio, informazione e aggiornamento sui risultati della ricerca in comunicazione della scienza in Italia. Sono invitati a partecipare – e ogni anno partecipano più numerosi – i ricercatori interessati a qualche aspetto della comunicazione della scienza.

Gli argomenti di interesse sono le percezioni pubbliche della scienza; la storia della comunicazione della scienza; la comunicazione istituzionale della scienza; la comunicazione interna della scienza; la comunicazione pubblica della scienza con particolare attenzione a: scienza e media; divulgazione della scienza; comunicazione del rischio; arte, letteratura e scienza; comunicazione della scienza tra non-esperti.

Il convegno di Forlì è tutti gli anni un luogo dove ascoltare, confrontarsi e incontrare persone e gruppi che normalmente fanno parte di mondi diversi. Dall’accademia alla sanità, dal giornalismo all’editoria, dai musei alla radio e alla televisione.

Il merito è di costruire pian piano (ma neanche troppo piano) una comunità che si riconosce e che riflette, studia e ricerca sulla comunicazione e più in genere sul rapporto tra scienza e società.

Note tecniche.

Luogo: Forlì

Data: 29 novembre – 1° dicembre 2007

Scadenza per la spedizione di abstract: 1° giugno 2007

martedì 13 marzo 2007

Matematica e cultura a Venezia

La settimana scorsa c’è stata l’undicesima edizione di “Matematica e cultura”, l’appuntamento voluto e animato in senso alto da Michele Emmer. Non è un convegno, non è un seminario, non è un appuntamento di ricerca.

Sono tre giorni all’insegna del confronto e dell’incontro. La matematica incontra la letteratura e il cinema, l’arte e le applicazioni, l’ambiente e le investigazioni, la politica e l’economia. Ma soprattutto ci sono matematici e non che c’incontrano e si parlano. È vero che ognuno parla la propria lingua e che il programma è densissimo. Ma Emmer e Venezia fanno di tutto perché il clima sia accogliente e perché il pubblico sia aperto e ricettivo nei confronti delle idee più diverse che si trova ad ascoltare.

Ci sono stati i soliti pezzi forti: Marco Abate che racconta una bella storia (la vita di Hardy), Marco Li Calzi che mette il dito nella piaga della politica italiana e non solo (e ci racconta di sistemi elettorali che possono essere costruiti a ragion veduta per favorire i partiti grandi o quelli piccoli), Gian Marco Todesco che affascina con le tecniche di realizzazione dei cartoni animati (ci siamo beati di piogge, sciami e voli di anatre).

Poi quest’anno, la forza di “Matematica e cultura” è stata nelle immagini, nella visualizzazione della matematica, nella sua estetica.

I ricordi che mi sono portato a casa sono molto più visivi che di parole dette. E credo che anche questo sia un segno della maturità del rapporto tra matematica e cultura. Ai matematici, ma anche ai loro pubblici, serve vedere ciò di cui si parla molto più che ascoltarlo. E l’immagine è molto più cittadina di questi tempi di quanto lo sia la parola.

Insomma, a Venezia ho visto una matematica in salute.

Per chi non c’era, Springer Italia pubblica la collana degli atti di “Matematica e cultura” a cura sempre di Michele Emmer. Sono volumi ricchi e utili a stimolare riflessioni e pensieri anche nel tempo.

mercoledì 7 marzo 2007

Vero o falso?

Nel 2005 PLoS Medicine ha pubblicato un articolo di John Ioannidis dal titolo "Why most published research findings are false" che è stato scaricato 100.000 volte ed è diventato in breve tempo un successo.

Ora ne esce una rivisitazione: due articoli sempre su PLoS Medicine rilanciano il dibattito.

La tesi di fondo è che le ricerche pubblicate possono successivamente essere confutate sulla base di nuove evidenze che vengono scoperte. Nella scienza moderna, caratterizzata da un flusso molto ampio di nuove evidenze, questa confusione abbonda e il vecchio viene continuamente rimpiazzato dal nuovo. Leggere una ricerca pubblicata da qualche tempo può essere del tutto insicuro: le false scoperte rischiano di essere la maggioranza.

Oggi, Ramal Moonesinghe degli “US Centers for Disease Control and Prevention” dimostra, con due colleghi, che la verosimiglianza di una ricerca pubblicata aumenta nei casi in cui la scoperta viene replicata in molti altri studi. La replicazione, e non la sola replicabilità, è la pietra angolare dell’edificio scientifico e su di essa si fonda ogni possibile inferenza causale.

Nuovi ricercatori devono avanzare nuove ipotesi e testare quelle presenti sul campo. La prima è una strada battuta, la seconda richiede più lavoro metodologico e più capacità di interpretare l’evidenza di una ricerca. E l’interpretazione deve fare riferimento a tutte le versioni replicate della ricerca stessa.

Il secondo articolo, di Benjamin Djulbegovic (University of South Florida) e di Iztok Hozo (Indiana University Northwest) mette in luce il fatto che Ioannidis "non indica quando I risultati di una ricerca potenzialmente falsa possono essere considerati accettabili dalla collettività scientifica”.

La predisposizione a prendere una decisione sbagliata nell’accettare le ipotesi di ricerca dipende dalla resistenza o meno dei ricercatori ad accettare d’imbattersi in un risultato sbagliato.

“Ottenere un risultato assolutamente vero è impossibile e così la collettività deve implicitamente decidere quando un risultato meno che perfetto può diventare accettabile”.

Insomma, l’autorità di una singola pubblicazione vacilla e viene sostituita dalla sua collocazione in un flusso di altri risultati che la confermano o meno.

Non basta trovare buoni articoli ma bisogna anche conoscere il contesto in cui sono stati pubblicati e le ricerche successive che hanno generato.

sabato 3 marzo 2007

Il valore economico di una laurea

Laurearsi conviene. Non parliamo di cultura, di formazione, di qualità della vita ma solo di soldi, di euro o meglio di sterline.

L’organismo inglese Universities UK ha redatto un rapporto che mostra il puro valore economico di una laurea.

Stipendi superiori del 20-25%.

Maggiori opportunità di guadagno purtroppo premiano i maschi – e meno le femmine. Ma per fortuna quelli che vengono da gruppi socio-economici deboli o da famiglie che hanno basse entrate.

La collettività investe per produrre un laureato. Ebbene questo è un buon investimento, stimato in un 12-13%.

E ancora: i benefici economici dei laureati aumentano man mano che questi avanzano in età e carriera. La forbice nei confronti dei non laureati si apre sempre di più.

I laureati trovano lavoro più facilmente e quando licenziati lo ri-trovano meglio di chi è licenziato senza laurea.

E tutto questo succede pur in presenza di un innalzamento generale dei livelli di formazione e di un aumento del numero di laureati.

Come dire che nonostante una maggior concorrenza, laurearsi è sempre un buon investimento individuale.

Tra parentesi: il rapporto presenta anche altri benefici non economici, sulla salute, la riduzione del crimine, la coesione sociale e così via.

Insomma, nella società della conoscenza, la laurea conviene. Almeno nel Regno Unito.

Sarebbe interessante capire che beneficio c’è in Italia…

venerdì 2 marzo 2007

Ricerca e politica

Devono parlarsi, non ci sono alternative.

Scienza e politica sembrano due mondi lontani: da una parte i risultati provati, verificati, falsificati, dall’altra la costruzione del consenso, la partecipazione, le convinzioni personali e collettive. La distanza sembra incolmabile.

Però…

Però i risultati della ricerca potrebbero offrire una base migliore alla politica e i suoi obiettivi potrebbero essere discussi con la politica, che comunque li influenza attraverso finanziamenti dati o negati.

E inoltre sarebbe bene aprire un dialogo più ampio, che investa la cultura collettiva. Una visione scientifica delle cose può definire meglio l’orizzonte nel quale la politica si muove, comunque autonoma, spostandone la linea un po’ più in là dei soli interessi nazionali. Non è questo uno degli obiettivi dell’Unione Europea? Una delle ragioni della sua esistenza?

L’agenda della politica e quella della ricerca devono essere indipendenti. Ma indipendenti non vuol dire sorde o peggio autistiche. L’indipendenza non nega il dialogo che oggi è carente assai.

In Finlandia il progetto SASSPO è un esempio di nuova governance che coinvolge attori pubblici e della società civile, la ricerca e il mercato. Il tema è l’agricoltura per lo sviluppo sostenibile e quindi è abbastanza facile immaginare il passo verso il confronto. Però l’aspetto interessante è che i finlandesi puntano a far dialogare la politica con i ricercatori, piuttosto che con i portatori d’interessi, i cosiddetti stakeholder (in questo caso: agricoltori, ambientalisti ecc.) come succede classicamente. L’obiettivo è trovare modalità che mettano in luce un sostegno scientifico alle politiche e alle scelte europee.

Tutti assieme politici, stakeholder e ricercatori possono arrivare a un approccio integrato e sostenibile per l’agricoltura e per lo sviluppo delle campagne in Europa.

giovedì 1 marzo 2007

Il linguaggio bellicoso della scienza

Quasi quasi non ci facciamo neanche caso, ma le metafore belliche abbondano nella scienza. Siamo circondati da: guerra contro il cancro, conquista dello spazio, cellule killer, biosicurezza, obiettivi che devono essere colpiti, malattie da sconfiggere e difese da sviluppare. Per non parlare di Archimede e Carnot, e ne cito solo due, che nei secoli passati avevano un coinvolgimento bellico in prima persona. E che dire del Ventesimo secolo? Dal progetto Manhattan in poi c’è solo l’imbarazzo della scelta.

George Lakoff, linguista cognitivo di Berkeley, dice che “non è solo questioni di linguaggio, è proprio un modo di pensare”. E Brigitte Nerlich, professoressa di Scienze, linguaggio e società all’Università di Nottingham porta il ragionamento un passo più in là: “nella microbiologia gli scienziati costruiscono un frame di riferimento nel quale virus e batteri sono il nemico e l’obiettivo è distruggerli”. Negandosi automaticamente ogni alternativa di ricerca.

Parole di guerra portano pensieri distruttivi e questi indirizzano in una sola direzione la ricerca, facendole perdere la flessibilità di un cammino che ammetta la serendipità come modalità di guardare alle cose. Certamente si perde qualcosa.

E poi c’è un problema d’immagine e forse non di sola immagine. L’epidemiologo Erik von Elm, dell’Università di Berna, completa il discorso: “una delle caratteristiche della scienza dovrebbe essere l’obiettività, ma le metafore belliche sono tutto il contrario. Hanno tutta l’intenzione di creare un clima di propaganda”. E qui si perde qualcos’altro. Molto altro.

Il rapporto tra scienza e linguaggio è critico: informa il pensiero scientifico e le relazioni tra la scienza e il resto della società. Due dimensioni determinanti per una buona vitalità di entrambe, e forse per l’esistenza stessa della scienza.

È poi è paradossale che la natura fortemente cooperativa, internazionale, pacifista e laica della scienza sia offuscata da un linguaggio distruttivo, competitivo e propagandistico.

Per saperne di più, leggete “The war against war metaphors”, recentemente apparso su The Scientist.