sabato 28 aprile 2007

Piacevoli armonie

Non è un libro da leggere, quello di Michele Emmer. È un libro da rileggere, studiare, consultare, se si hanno intenzioni serie. Ma ancor di più è un libro da gustare, centellinare, assaporare, se si hanno intenzioni alte.

Intanto è un bell’oggetto, formato gradevole, ottima carta, buon profumo, illustrazioni e cura di alto livello. Bollati Boringhieri non lo regala, ma è vero che sugli scaffali delle librerie si trovano tanti libri a 60 euro che valgono molto ma molto meno.

In ogni caso, è un ottimo strumento. Un thesaurus di immagini matematiche sparse per le arti: pittura, scultura, architettura, cinema, chi più ne ha più ne metta.

Il fine è alto: mostrare, non argomentare!, che la matematica è nella cultura, è della cultura; che non le sta a fianco, e ovviamente non le sta un passo indietro.

La malinconia dei sei matematici di Paladino – misteriosi, sognanti, assenti, assorti – apre il libro, sin dalla copertina. E della Melancolia I di Dürer si parla nel dialogo che apre Bianca di Nanni Moretti.

Insomma a seguire Emmer la matematica ha a che fare con i sentimenti, con gli uomini, con la vita. E per questo, va vista, guardata, gustata. Non c’è freddezza nelle sue Visibili armonie (Bollati Boringhieri, 2006) , ma piuttosto la passione che le arti richiamano a noi tutti. E questo senza sacrificare il rigore che deve avere ogni opera che parla di matematica.

Emmer sa essere solido e fantasioso, rigoroso e poetico e ci mostra come la matematica è stata ed è parte di quel dialogo immenso che chiamiamo cultura.

Tengo la mia copia del libro sulla scrivania. Ogni tanto la apro a caso, ne leggo un paragrafo e più spesso ancora mi fermo a guardare una figura, la foto di un palazzo, l’inquadratura di un film, un quadro, la scena di un teatro.

E mi piace vederci un bel po’ di matematica.

giovedì 26 aprile 2007

A tre settimane da FEST

Ci siamo quasi. Tre settimane e Trieste sarà per quattro giorni – dal 17 al 20 maggio – la capitale dell’editoria scientifica. È la prima edizione di FEST, la fiera internazionale sul tema.

Trieste è già città internazionale e soprattutto città di scienza. Questa infatti da qualche decennio ha prestigiose sedi in città: dal Centro internazionale di fisica teorica, al Laboratorio si biologia marina, dalla Sissa all’Area di ricerca, dall’Osservatorio astronomico a Brain e via enumerando. Così è facile immaginare le Rive e l’atmosfera unica di Piazza Unità popolate da scienziati, comunicatori, editori e scrittori provenienti da tutto il mondo.

In fondo, a Trieste anche nella vita di tutti i giorni le lingue parlate sono decine e le religioni diverse presenti sono più che a Roma. Con tutte le sue spigolosità, Trieste è città d’incontro e quindi di cultura e quindi di scienza.

A FEST, cinema, teatri, musei, librerie e caffè storici ospiteranno la manifestazione in cui intrattenimento e approfondimento scientifico si mescoleranno nelle forme più varie. Perché bisogna lavorare tutti assieme per un nuovo modo di comunicare la scienza attraverso la lettura, l’ascolto, la narrazione, l’incontro e il dialogo.

E dato che si tratta di scienza, l’editoria si declina attraverso i diversi mezzi: dai libri agli audiobook, dai periodici cartacei ai magazine digitali, dalla televisione alla rete. Non mancheranno incontri, conferenze, performance che permetteranno al pubblico di scoprire e approfondire i più diversi aspetti del mondo scientifico.

Speriamo che sia una fiera come quelle di un tempo, dove la gente va e si diverte, s’incontra e trova gli stimoli più diversi, le attrazioni più mirabolanti.

E speriamo soprattutto che sia la prima di una serie lunga e coinvolgente.

Venite a FEST: a maggio Trieste è bellissima.

mercoledì 25 aprile 2007

Compiti di matematica

Sanno sempre più cose di noi e noi non lo sappiamo. Accumulano nozioni su nozioni, spesso del tutto inconsapevolmente, e hanno qualche difficoltà a metterle in relazione tra loro. Usano mezzi che ci sfuggono e che noi chiamiamo giochi. Sono i digitali nativi, i nostri figli. Sempre più informatizzati, tecnologici e abituati sin dalla nascita ad avere a che fare con pc, mp3, sms, dvd ecc. ecc.

Se non vogliamo perdere i contatti, l’unica è andargli incontro.

È quello che fa un nuovo sistema per la gestione dell’apprendimento che aiuta i genitori a non perdere i contatti con quello che i loro figli fanno a scuola, con un buon gradimento da parte di studenti, genitori e insegnanti.

Secondo il Consiglio delle ricerche economiche e sociali di Londra, il sistema HOMEWORK sviluppato dal London Knowledge Lab è perfetto per supportare i genitori. Migliora la comunicazione con gli insegnanti e, incredibilmente, anche con i figli, almeno sui temi scolastici. Garantisce continuità di obiettivi e di metodi tra il lavoro fatto a scuola a quello a casa. Migliora lo svolgimento dei compiti in quantità e qualità. Ma soprattutto aiuta a sfruttare meglio il tempo.

Ma il vero miracolo è che tutto questo succede per la matematica, una disciplina verso la quale molto spesso gli stessi genitori si sentono inadeguati e quindi non capaci di aiutare i figli ad apprendere.

Vedere invece i bambini a proprio agio con uno strumento informatico, senza che si debbano arrabattare con fogli e quaderni è di grande supporto per i genitori stessi che affrontano il sostegno ai compiti a casa con più tranquillità e meno ansie. I genitori si divertono a scoprire cosa i figli fanno a scuola e per di più su un mezzo che è molto più famigliare a questi che a loro.

Anni luce avanti rispetto alla scuola italiana. Un po’ come mi è capitato di vedere in Portogallo.

lunedì 23 aprile 2007

Un fumetto abbagliante

Niels Bohr doveva essere un bel tipo. Rigoroso e puntuale tanto nei pensieri quanto nelle convinzioni. Ebbe idee rivoluzionarie tanto in fisica quanto nelle relazioni internazionali. Sognava un completo scambio dei segreti scientifici per non cadere in conflitti economici e in guerre nei quali, ahilui, l’umanità sarebbe effettivamente caduta.

Un pensiero abbagliante è la storia di Bohr, dei suoi tempi, delle persone che ha conosciuto e con le quali ha lavorato: si va da Heisenberg a Rutherford, da Teller a Einstein. Ma ci sono anche Churchill e Roosevelt. C’è la storia dell’Europa squassata da due guerre. E soprattutto, in Un pensiero abbagliante c’è fisica, fisica e ancora fisica.

Si tratta di una graphic novel, ovverosia di una lunga storia a fumetti. E Jim Ottaviani e Leland Purvis sono riusciti a farci vedere molta fisica, senza paura di far parlare davvero di atomi ed elettroni i loro personaggi. Ottaviani non ha nessun intento didascalico, soltanto la voglia di raccontare quello che a Bohr e compagni passava per la testa. Con tutte le difficoltà del caso.

Io non conosco granché la fisica e sono un lettore distratto di fumetti. Però leggendo Un pensiero abbagliante mi è venuto più volte da pensare che il tratto di Purvis rende in qualche modo una certa indeterminatezza che c’è nell’aria di questa vicenda. Si vedono le idee che si formano. Ci fa vivere le vertigini di un’idea nuova che oltretutto è vertiginosa di suo, la meccanica quantistica.

Non conoscevo neppure il Bohr antinazista che dà rifugio a molti intellettuali esuli nel suo istituto o quello pacifista che si confronta con i grandi della Terra per evitare una guerra che sarà drammatica.

Ottima la traduzione di Martha Fabbri, e non era facile, credo.

Un pensiero abbagliante è edito da Sironi. Andate, compratelo, leggetelo e regalatelo agli amici.

sabato 21 aprile 2007

Cc = chi comanda

Sono i gesti più piccoli quelli che comunicano davvero. Soprattutto se sono semplici e se li ripetiamo mille volte al giorno. Naturalmente, questo è tanto più vero quando si tratta di dinamiche lavorative.

Karianne Skovholt, per il suo PhD alla BI Norvegian School of Management, studia come utilizziamo la posta elettronica: “ciascuno di noi sfrutta la funzione Cc per collocarsi nell’organizzazione gerarchica del nostro posto di lavoro”. Ovviamente, lo facciamo sotto copertura: l’azione esplicita è quella di scambiare informazioni con altri, spesso di offrirne.

Non sono molti anni che l’email fa parte della nostra vita lavorativa, ma oggi per molti è uno dei più importanti strumenti di comunicazione. In tanti, siamo addirittura dipendenti dall’email e la inbox piena è un richiamo irresistibile.

Karianne Skovholt ha osservato che uno degli aspetti più sorprendenti della posta elettronica è la pratica diffusa di mettere persone “in copia”.

È una pratica che usiamo per definire il rango delle persone, per rimarcare il nostro (e magari per cercare di accrescerlo un po’), per mettere in luce il fatto che siamo parte di una gerarchia e che siamo proprio a quel ben determinato livello.

È un po’ come quando si conversa in presenza di terzi. Quelli che partecipano direttamente al dialogo hanno una rilevanza superiore a quelli che semplicemente vi assistono. Così succede per le persone che mettiamo in To e per quelle che mettiamo in Cc.

Così, quando mandiamo un messaggio, in realtà stiamo: informando e documentando; invitando a partecipare e cercando il supporto (nei conflitti); ma soprattutto mettendo in luce le diverse posizioni all’interno del gruppo dei destinatari.

Insomma, un semplice gesto diventa uno strumento di pressione e di ricerca del consenso. E il nuovo mezzo, la posta elettronica, permette di veicolare molti altri messaggi oltre al messaggio che stiamo esplicitamente mandando.

giovedì 19 aprile 2007

La qualità dell’open

La questione è annosa: qual è l’equilibrio tra buono e gratis? Quanto siamo disposti a rinunciare per non pagare? Le idee che circolano liberamente sono buone? Quanto? Come facciamo a saperlo?

La filosofia open parte esattamente dal punto di vista opposto. Un prodotto aperto viene realizzato da un singolo, o da un gruppo, ma poi viene sviluppato, testato, migliorato, arricchito, stressato in tutti i modi possibili da una comunità. È questo lavoro collettivo, possibile solo per l’apertura del progetto, a garantire una bontà migliore e soprattutto sempre crescente.

Nel mezzo ci siamo noi che usiamo i software e che ci barcameniamo tra offerte a pagamento e altre gratuite, tra software proprietari e altri open. Chi usa OpenOffice, giusto per fare l’esempio più noto, sa di avere per le mani il gemello aperto del prodotto di Microsoft. Quasi tutto funziona bene ma ci sono alcune disfunzioni, un po’ di documentazione manca, qualche applicazione è leggermente diversa da quelle che conosciamo abitualmente. Ad onor del vero, non è mica che con Microsoft Office sia tutto rose e fiori, ma questo è un altro discorso.

Fatto sta che il problema della qualità del software open source comincia a diventare una questione importante – e lo sarà tanto di più quanto questo sarà diffuso e utilizzato. O viceversa se la comunità di utenti sarà grande, i test saranno più numerosi e quindi i miglioramenti più veloci?

Per cercare di definire un sistema di valutazione dei software open, l’Europa ha messo in campo il progetto QualOSS – Quality of Open Source Software – che conterà su 3 milioni di euro nei prossimi due anni. Capofila è il Fraunhofer Institute for Experimental Software Engineering di Kaiserslautern.

QualOSS vuole arrivare a offrire a noi utenti di sistemi informatici la possibilità di determinare a quale livello una certa soluzione open corrisponde a criteri prefissati. Bisogna tenere in conto la robustezza, l’affidabilità del prodotto; ma anche l’attività e la reattività della comunità di sviluppatori.

L’obiettivo più profondo è far cresce la consapevolezza nelle aziende in modo che il mondo produttivo europeo scelga e usi le tecnologie open abbandonando quelle proprietarie.

La speranza è così che i produttori europei si affidino a strumenti che, essendo aperti, possono essere modificati e adattati alle esigenze dell’utente finale, rispondendo così a richieste che cambiano frequentemente nel tempo.

Insomma, una sorta di paracadute per ridurre il rischio degli investimenti tecnologici e per rendere più dinamica la capacità d’innovare.

martedì 17 aprile 2007

Nascono tre nuove riviste di free-sica

Cinquant’anni fa, Albert Einstein predisse l’avvento dell’era dell’open access: “Lo scambio libero e senza vincoli di idee e risultati scientifici è una necessità per un sano sviluppo della scienza”. Oggi, il deficit di accesso alle pubblicazioni scientifiche è uno dei problemi che rallentano i processi di scoperta. Pertanto, la lettura libera dei risultati della ricerca è una delle vie per rendere efficace e veloce la diffusione dell’informazione scientifica.

BioMed Central è uno dei maggiori editori open access di riviste basate sulla peer-review. E nell’aprile 2007 ha lanciato tre nuove riviste di fisica, matematica e informatica che vogliono rispondere alla crescente domanda di open, della quale il Cern si fa portavoce.

Il Cern infatti si pone a capo di un movimento che mira a ristrutturare l’editoria scientifica facendo dell’open access la principale fonte di informazione. Così non stupisce che Massimo Giovannini della Divisione di fisica teorica del Cern abbia deciso di entrare nell’editorial board di una delle tre nuove riviste: “Sono felice di lavorare per PhysMath Central. È un tentativo encomiabile di permettere l’accesso libero alla ricerca garantita dalla peer-review. Risponde a una domanda forte da parte di molte istituzioni nel mondo che non possono più sottoscrivere gli esosi abbonamenti che altri editori richiedono per le loro riviste”.

È una strada che si deve battere perché tutti devono poter leggere i risultati scientifici. Ed è una strada che si potrà battere solo se i grandi laboratori faranno da apripista per le tante istituzioni scientifiche minori, che quasi sempre vuol dire povere. Che quasi sempre sono di paesi in via di sviluppo, ma che possono essere anche piccole istituzioni di paesi per niente poveri.

Non si tratta solo di una questione di democrazia e di diffusione della scienza. Ma l’alternativa all’open access è strozzare la scienza nella culla, prima che possa muovere i suoi passi. Infatti, gli alti costi delle pubblicazioni scientifiche negano la possibilità stessa del confronto e della garanzia della qualità che può venire solo da un controllo sociale diffuso all’interno di ciascuna comunità scientifica.

Come già in passato con altre esperienze – la più nota e affermata è Jhep – i fisici si muovono con agilità e sicurezza sulla strada dell’open.

Auguri di lunga vita a PhysMath Central.

lunedì 16 aprile 2007

Uno straccio di laicità

“Siamo tutti divorziati (e aspettiamo la comunione), siamo tutti conviventi, siamo tutti gay, siamo tutti credenti e tutti laici. Ma vogliamo che lo stato sia laico. Contro lo scontro di civiltà. Contro la campagna vaticana martellante, pesante e volgare, giorno dopo giorno che iddio mette in terra. A questa volontà scientifica di provocazione, laici e credenti (uniti nella lotta) rispondono in maniera pacifica, brillante, simpatica, e nonviolenta”, dicono quelli di ControRadio di Firenze e di Radio Città del Capo di Bologna.

Pensiamoci un po’ tutti assieme. Cosa faremmo senza un po’ di laicità? Staremmo un po’ peggio. Ci sentiremmo (ancora) più osservati, giudicati, valutati. Con gli occhi, i giudizi e i metri degli altri – non con quelli di tutti. “Mai più senza” titolava anni fa una delle sue rubriche Cuore (sempre sia lodato!). Là si parlava di oggetti rinunciabilissimi. Qui del più irrinunciabile tra tutti. Senza un po’ di laicità, saremmo meno liberi, meno pacifici, meno disposti a convivere con gli altri (ma lo sanno gli italiani che oggi quella cattolica non è più l’unica religione – lo è mai stata?), meno belli, colti e divertenti. Meno liberi di conoscere, pensare, dubitare.

Credo che oggi ci sia una minoranza, anche un po’ triste, abbattuta, scornata che vuole limitare la nostra laicità. Ha diritto di lottare per le sue idee, non di mettere a tacere le mie. È la minoranza, unica al mondo!, di quelli che dichiarano di andare a messa ogni domenica al 21% e poi lo fanno solo al 17%. Ma vi rendete conto della loro difficoltà: è più importante mentire a un sondaggio che andare veramente in chiesa. Capisco che vogliano spazio, ma non hanno diritto ad averne più di quello che la Costituzione e la democrazia riconosce loro.

Ma pensiamo al futuro e chiediamoci invece: cosa faremmo con un po’ di laicità in più? Staremmo un po’ meglio. Ci sentiremmo (finalmente) meno osservati, giudicati, valutati. E lo saremmo con gli occhi, i giudizi e i metri di tutti. Con un po’ di laicità saremmo più liberi, pacifici, disposti a convivere con gli altri (nelle case, nelle chiese, nelle città). Saremmo più belli, colti e divertenti. Spenderemmo meno in oroscopi e terni al lotto pe dedicarci un po’ di più a conoscere, pensare, dubitare.

Io questo straccio lo voglio.

sabato 14 aprile 2007

La scimmia nuda

Trento è una bella città, con un centro adatto a dolci passeggiate tra bei palazzi, il Castello del Buonconsiglio, l’ampia piazza del Duomo, il Duomo con una cripta da visitare e dietro al Duomo il Museo tridentino di scienze naturali.
Il Museo mi piace. Innanzitutto perché ha un’aria casalinga, ci si aggira per il palazzo di stanza in stanza, salendo e scendendo per i quattro piani e sembra di girare per una casa, per l’appunto, piuttosto che per un museo. È una bella sensazione che induce alla rilassatezza.
Oggi il Museo è la casa della Scimmia nuda, una mostra che sin dal titolo echeggia Desmond Morris e la sua scimmia senza peli. Ho la sensazione che c’era proprio bisogno di una mostra come questa. È pacifica, per niente ideologica, e ovviamente rigorosamente scientifica. Non c’è nessuna aggressione nei confronti di posizione altre che oggi si fanno forti della forza e niente più. Non c’è la cruda e non del tutto vera affermazione che “l’uomo discende dalla scimmia”.
Ci sono invece gli uomini, con tutte le loro variazioni nel tempo, e le scimmie.
La mostra ha una sua struttura ma il visitatore è invogliato a muoversi lungo i rami frastagliati di un cespuglio di idee, concetti, dati e ipotesi. È ottima per i bambini che infatti si muovono liberi e ne escono con informazioni e pensieri nuovi.
Il messaggio che colpisce di più è che le scimmie hanno altre capacità rispetto agli uomini, non meglio o peggio ma soltanto altrimenti. Visitando la Scimmia nuda lo si può vivere sulla propria pelle.
Andate e provate a mettervi i guanti che bloccano il vostro bel pollice opponibile. E poi vi sfido a tenere in mano oggetti banalissimi. Le scimmie ci riescono e voi? Indossate le zampe degli scimpanzé e camminate un po’. Scoprirete che per farlo dovete avere abilità diverse dalle solite.
Ma ci sono anche le similitudini tra noi e loro. E in questo campo non è mica che l’uomo ne esca sempre vincitore. C’è un simpatico esercizio di riconoscimento numerico al computer. Potete farlo, è istruttivo di per sé. E poi potete vedere come l’ha fatto una scimmia, confrontare le vostre con le sue prestazioni. Mi ha battuto due volte su tre!
Allo stesso modo, vi sfido a riconoscere i quadri di Pollock (uomo) da quelli di Congo (scimmia), anche i critici d’arte hanno avuto i loro grattacapi.

Note a margine: ottimo il museo che fa una politica dei biglietti contenuta (6 euro) con mille riduzioni e soprattutto con l’ingresso gratuito per i figli delle famiglie che ne hanno almeno due. Brave, simpatiche e coinvolgenti le giovani guide, o più propriamente gli animatori. Non è un dettaglio da poco: si tratta di una figura sottovalutata ma che fa la buona o la cattiva mostra.
La mostra rimane aperta sino al 6 gennaio 2008. Non andare a Trento sarebbe un’occasione persa.

mercoledì 11 aprile 2007

Vent'anni Levi


Oggi sono vent'anni senza Primo Levi, ma preferisco comunque pensarli come vent'anni con Primo Levi: letto e riletto, stimolante e divertente, umano e scientifico, due culture in un uomo solo. Per me è una delle figure più vive che ci siano. Nonostante il salto. Anche per il salto. Forse proprio per il salto.
Questa mattina ho ricevuto un bel mail dal mio amico Luciano Celi. Credo sia un modo vivissimo per festeggiare questi vent'anni. Eccovelo:

D'accordo: La strada di Levi è un film di Davide Ferrario. La mia di ieri dovrebbe titolarsi La strada "per" Levi. Scappo apposta da Massa, il giorno in cui ricorre il 62esimo anniversario della sua liberazione, perché mi piacerebbe assistere alle letture che Moni Ovadia farà gratuitamente al Cinema Massimo, sotto la Mole, alle 21 (allego la locandina). Cerco di essere lì il prima possibile, ma via Montebello è già divisa in due da una fiumana di gente che, paziente, attende. Mollo la moto, mentre rifletto sul fatto che è da domenica che in pratica faccio code: per andare a Massa, il giorno di Pasqua. Per tornare su a Torino oggi e ora qui. Arrivo che aprono le porte del cinema e la fila, che ancora continua a comporsi rapida e regolare dietro di me, segue l'andamento temporale della carica del condensatore: all'inizio sembrano poter entrare tutti e tutti ci avviamo con un passo svelto, poi il passo rallenta sempre più, come il condensatore che satura e via via la curva diventa asintotica, fino all'arresto.
Nel frattempo arriva accompagnato su un'auto se non blu, almeno scura e d'ordinanza, il sindaco di Torino che, noncurante della fila, si avvia spedito verso la porta, mentre qualcuno dietro di me lo apostrofa tra il serio e il faceto, con un "Signor sindaco, la fila è da questa parte!". Ovviamente Chiamparino non presta attenzione e prosegue per la sua strada. Decisamente meno tortuosa e affollata della nostra.
Arrivato a una ventina di persone dalle porte, il serpentone si blocca definitivamente, il condensatore-sala cinematografica è saturo, ma rimaniamo composti in fila perché il personale del cinema ci dà ancora qualche speranza, mentre l'attore viene fuori e scambia affabile qualche battuta, sotto i flash di qualche fotografo e una telecamera Rai.
Poi nell'ultimo quarto d'ora ha inizio l'odioso italico modo di fare, dove qualcuna dello staff, riconoscendo qua e là, tra gli anonimi volti della folla, qualche amico-parente-cugino-amante o checcacchio ne so io, lo pinza e gli dice "scusa, ma non avevi la prenotazione?" e senza attendere una risposta imbarazzata e a rischio linciaggio "dai, su, vieni...".
Una, due, tre volte. Poi qualcuno si spazientisce e comincia a brontolare: si sa qualche atomo, dopo un tempo t, continua comunque a migrare. Meno male che le letture sono da I sommersi e i salvati! Ci sentiamo - e sono in buona compagnia - presi un po' per il culo. Così qualcuno fa compostamente le sue rimostranze, per scoprire che non esiste nessuna "lista di prenotazione", essendo lo spettacolo gratuito e ad esaurimento posti.
Moni Oviadia, che già aveva subodorato un po' di malcontento, torna fuori poco prima dell'inizio, con il testo di Levi in mano. Lo circondiamo affettuosamente: ci sorride e ci bendispone, spiegandoci che per il cinema è un problema di sicurezza. Qualcuna delle signore in coda, che ha accusato particolarmente la soperchieria, gli spiega il fatto delle prenotazioni. Qualcun altro propone di fare lo spettacolo proprio lì fuori. Io, che mi trovo lì davanti, aggiungo, a presa in giro, che potremmo far istallare al volo un maxischermo dentro, mentre lui sta fuori con noi. Sorride, rimane un po' interdetto pensando a una soluzione ragionevole e ci dice che davvero se siamo d'accordo possiamo ripetere la lettura lì fuori, visto che il cinema, con tutta probabilità, non darà la sala per il bis. Applaudiamo e lui torna dentro, non prima di aver chiesto che ore sono (le 21,05) e rinnovarci l'appuntamento a fra un'ora, aggiungendo che la sua "non è una promessa, ma un debito". Siamo contenti. Ne è valsa la pena. L'oretta passa veloce: faccio un'altra coda - questa breve - per un gelato di Fiorio, in via Po, che costituisce la mia cena. Torino resta Torino e dopo una cert'ora nisba, a meno di non entrare in un ristorante.
Alla fine, d'accordo con lo staff del cinema, si decide per fare il bis dentro. E' una versione ridotta, ma non meno bella e toccante. Non solo le parole di Levi, letto da Moni Oviadia sono belle, ma anche quelle di Walter Barberis, a commento. Parole e commenti che ci commuovono, nel ricordo di quella "angoscia del testimone" che divorò Primo Levi oggi, 11 aprile 1987, a Torino.
Usciamo insieme a lui, che vediamo contento della nostra presenza. Semplicemente, passandogli accanto prima di uscire, gli stringo la mano e dico, guardandolo negli occhi, "grazie". Lui mi rimanda il grazie e più stentoreo lo dice ancora a chi si trattiene, ringraziandoci per la pazienza e per l'attesa.
Esco definitivamente pensando a Primo Levi, a quanto ancora poco so di lui, della sua scrittura. A quanto sia necessario rileggere ancora le cose già lette e leggere ciò che non ho letto. Penso alla sua assenza, a cosa avrebbe potuto ancora dire, scrivere, testimoniare. Metto in moto e una strana calma mi assale. Torno a casa con il gas al minimo e la moto che borbotta imballata, godendomi il primo tepore di questa primavera metropolitana, contento di essere dove lui fu.

Luciano - Torino, 11 aprile 2007

martedì 10 aprile 2007

Venghino signori, venghino!

Di ESOF2008, abbiamo già parlato a margine della notizia che Torino sarà la sede di ESOF2010.

Adesso è arrivato il momento di fare proposte. Il Comitato di programma per Barcellona, 18-22 luglio 2008, invita a presentare iniziative che si rivolgano all’immaginazione dei cittadini con spettacoli, mostre, presentazioni che portino la scienza a incontrare la cultura, lo sport, il divertimento. Iniziative che impattino fortemente sull’immaginario e che mettano assieme, se possibile, diversi paesi d’Europa: perché la scienza è uno dei reagenti positivi della nuova cittadinanza europea. È uno degli ingredienti del sogno europeo.
Ovviamente, queste proposte s’inseriranno in un programma che prevedrà dibattiti sul ruolo della scienza e sull’impatto che assieme alla tecnologia ha sull’economia. Manifestazioni sulla ricerca europea nel mondo. Momenti di confronto sulle cellule staminali e sui cambiamenti climatici. Tutte cose che il Comitato organizzerà.
Ma il suo presidente, Sir Colin Berry vuole che arrivino anche proposte “dal basso”. Perché solo così possono emergere idee nuove che attraversano le discipline, format innovativi che coinvolgono i cittadini e nuovi stili di comunicazione che facilitano la partecipazione e il confronto.
Ce n’è bisogno. Non rimane che da cogliere la sfida.
La deadline è il 30 giugno 2007.

martedì 3 aprile 2007

Faust, le stelle e Brera

A quelli dell’Osservatorio di Brera il rapporto arte e scienza sta sicuramente a cuore. Così, a poco più di due mesi eccoli di nuovo in scena. Mercoledì 4 aprile alle 18.00 nella sede dell’Osservatorio Astronomico di Brera a Milano, guidati da Stefano Sandrelli, responsabile della comunicazione scientifica, l’astrofisico Tommaso Maccacaro, il clinico medico Pier Mannuccio Mannucci e il giornalista Federico Pedrocchi cercheranno di rispondere a domande quali: che cosa è la ricerca? Quale è il patto con il diavolo che i ricercatori stringono quotidianamente?

Nel corso della serata la Compagnia Jolly roger presentarà alcuni brani del Faust, in cui Marlowe indaga il mistero del moto dei pianeti.

Faust: “Chi non conosce il doppio moto dei pianeti? Il primo si compie in una giornata e il secondo così: Saturno in trent'anni, Giove in dodici Marte in quattro, il Sole, Venere e Mercurio in un anno, la luna in ventotto giorni”…..

Coro: “Per scoprire i segreti dell'Astronomia incisi da Giove nel libro del firmamento, Faust ha scalato la vetta dell'Olimpo.”…..

Faust: “ Fermatevi sfere del cielo che eternamente ruotate, che il tempo finisca e mezzanotte non venga mai.”…

Nel celebre monologo che apre il
dramma, Faust, studioso avido e scontento, rifiuta il sapere accademico e s'avventura nei sentieri pericolosi della nuova scienza. Col tempo, senza nemmeno volerlo, leggere di Faust è diventato riflettere sull'uomo: come se Marlowe avesse isolato in un solo personaggio la precisa qualità che rende le azioni degli uomini diverse da quelle di qualsiasi altro animale. Noi partiamo dal presupposto che quelle parole abbiano senso adesso e possano essere dette, adesso, a uomini che vivono ad una distanza infinita, in un mondo completamente diverso da quello di Marlowe, ma che di sicuro hanno in comune con lui quella febbre incurabile che manda avanti - e indietro - la Storia.

Chi passa a Milano può andare al Teatroarsenale dove dal 3 al 6 aprile e dall’11 al 14 sempre di aprile la compagnia Jolly Roger, in coproduzione con l’INAF, mette in scena il Faust e questo spiega il perché della serata di mercoledì.

Il perché dell’impegno dell’Osservatorio di Brera nei confronti del teatro è tutto nella convinzione che se l’uomo è ciò che mangia, allora quando certe categorie scientifiche sono capite, digerite, metabolizzate, diventano categorie naturali con le quali interpretare e leggere il mondo.

Un obiettivo alto e difficile da raggiungere ma che va perseguito passo a passo. In modo che il rapporto tra arte e scienza diventi sempre più un rapporto di consuetudine. E di conseguenza sia possibile immaginare che un giorno tra loro siano attivi processi osmotici.

Chi vivrà vedrà. Intanto andate a vedere il Faust di Brera. Pardon, di Marlowe.

Lunga vita a Bob e Alice

A me Alice e Bob sono sempre stati simpatici. Come molti matematici, li conosco dai tempi dell’università. Frequentavo un corso di crittografia col professor Umberto Cerruti – autore tra le altre cose di un blog matematico. Alice e Bob sono da sempre i protagonisti di uno scambio di messaggi che non devono essere intercettati e devono rimanere segreti.

Da febbraio 2007, Alice e Bob è una nuova rivista prodotta dal Centro Pristem della Bocconi, figlia dell’affermata Lettera Matematica. Ed è figlia della Lettera anche in senso metaforico: infatti si rivolge ai ragazzi, qui intesi come studenti delle scuole superiori.

Mi sembra una bella sfida: credere in una rivista di matematica per ragazzi.

Ovviamente non è una sfida che nasce dal nulla perché al Pristem sanno già fare riviste e soprattutto da anni dialogano con gli studenti attraverso i Campionati internazionali di giochi matematici che spesso hanno visto giovani italiani eccellere alla fase finale di Parigi.

E dato che ci sanno fare, mirano alto. Così alto che cercano la collaborazione attiva degli studenti. La sezione “Fatto da voi” aspetta gli elaborati degli studenti. E l’illustrazione qui sopra s’intitola “Mate e monti”, è opera di Elisa Armari della terza B dell’Istituto Statale d’Arte di Monza e chiude il primo numero di Alice e Bob.

I colori, la veste giovane, le foto che valorizzano i volti, tutto è pensato per il target. Ma il rigore non manca e l’ambizione, ad esempio, è quella di avvicinare alla storia della matematica come a una delle vie – non certo la più battuta – per capirla e farla propria.

La storia poi fa da cornice alla matematica anche con i suoi eventi più drammatici e meno eludibili: il primo numero apre con il Giorno della memoria e lo fa con la pagina tenera e agghiacciante del quaderno di una bambina di nove anni (nel 1939) che trascrive il dettato: “Difesa della razza”.

Aspettiamo il prossimo numero.

domenica 1 aprile 2007

Libri per una cultura scientifica

Comprare un libro non è la stessa cosa che leggerlo. Bum.

Sembra banale ma è una verità che non va dimenticata, soprattutto quando si parla di libri attorno alla scienza. Siano di divulgazione o piuttosto saggi di approfondimento, di storia o piuttosto romanzi. Ce n’è per tutti.

Jcom è una rivista che trovo interessante, se non altro perché sono uno dei suoi redattori. Ma da un punto di vista leggermente più generale la trovo interessante perché è uno dei pochi luoghi periodici e duraturi nei quali si riflette sulla comunicazione della scienza. E il bello è che Jcom spazia dai musei alla storia, dalla linguistica alla televisione e così via. Ma torniamo al punto.

In questo numero, l’attenzione è centrata sul libro scientifico. Ne parlano in tre, uno scrittore di scienza inglese, Jon Turney, uno studioso americano, Bruce Lewenstein, un editore italiano, Vittorio Bo.

I libri di scienza sono sempre meno per specialisti – questi trovano nel web gli strumenti e i luoghi più adatti alla ricerca: agili, dinamici, veloci e oramai con gli stessi livelli di garanzia e di rigore degli equivalenti su carta.

Ogni tanto, capita che un libro di scienza “buchi il video” o meglio scali le classifiche. Nei decenni scorsi è capitato a “Dal Big Bang ai buchi neri” (Hawking) e a “Le menzogne di Ulisse” (Odifreddi), per citarne solo due. Ebbene in questi casi, i libri vengono per lo più comprati: si è infatti creata un’imprevedibile amalgama d’eventi che fa di quel libro un caso e comprarlo un must.

Ma poi, oggi, ci sono tutti gli altri libri che parlano di scienza e che, come sappiamo, non sono pochi. Questi vivono una vita più normale, lontano dalle vette e dall’oblio e, ci dicono i tre esperti, diventano uno strumento di approfondimento soprattutto per altri scienziati. C’è infatti un pubblico sempre più ampio di persone di scienza che vogliono leggere risultati, pensieri, vicende di altri settori scientifici (un fisico interessato alla biologia, per esempio) e che non possono rivolgersi alla letteratura specialistica, ai testi rigorosi e quindi leggono libri di divulgazione. Ecco allora che questi diventano letture che accomunano persone di formazioni culturali e settori scientifici contigui ma diversi e quindi finiscono per contribuire a una cultura scientifica che lentamente si diffonde.

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