giovedì 31 maggio 2007

Mettere tutti nelle condizioni di fare domande

C’è questa ricerca di cui ho letto e che mi ha fatto un po’ pensare. L’Economic and Social Research Council ha finanziato uno studio che cerca di capire i modi in cui le persone si sforzano di evitare gli scontri negli scambi di battute più normali e quotidiani.

Scattano meccanismi di solidarietà sociale che permettono di rendere più tranquille le interazioni. E tutto questo a livello linguistico. Le frasi vengono costruite in modo diverso a seconda del contesto, adattando le forme di cortesia, il livello lessicale, la famigliarità o la formalità delle parole che usano.

Questo può essere ovvio. Quante volte ci capita di sapere quale formula usare senza neanche pensarci? “Andiamo?”, “Andiamo!”, “Vuoi che andiamo”, “Io penso che potremmo andare”, “Forse vuoi che andiamo”, “E’ proprio ora che andiamo”.

Ma perché tutto questo è interessante? Perché dipende dal contesto e ci sono contesti nei quali affrontiamo, o meglio siamo costretti ad affrontare, questioni complesse, delle quali non controlliamo tutti gli aspetti e di conseguenza siamo più impacciati nel trovare la formula giusta. O almeno dobbiamo fermarci un attimo a pensarci su. Capita a tutti.

Capita anche che ci siano situazioni nelle quali molti, se non tutti, gli attori coinvolti non riescano a trovare le parole e quindi si esprimano male anche nel fare le domande. E possono essere domande importanti.

Pensiamo ai casi di comunicazione medico paziente nel quale il contesto è fortemente asimmetrico e lo sono gli interessi in campo: c’è uno sguardo professionale, per quanto umano e coinvolto, e uno sguardo toccato nel vivo dalla malattia. Ma ci sono anche situazioni meno drammatiche e cariche di pathos come quelle degli scontri ambientali – dal nucleare all’alta velocità alle discariche. E qui le parti in causa possono essere anche molto a disagio nel contesto in cui sono e quindi possono essere portate a fare grossi sforzi per evitare gli scontri. E possono non riuscirci.

Quello che succede nella dinamica a due (“Andiamo?”, “Andiamo!”, “Vuoi che andiamo”…), succede a maggior ragione su situazioni tra gruppi di cittadini, scienziati e non, intorno a questioni che richiedono di decidere in condizioni d’ignoranza, facendosi carico di rischi ed eventuali pericoli.

Ecco allora che è importante che gli attori – soprattutto gli attori esperti – sviluppino atteggiamenti per abbassare la soglia di sforzo di tutte le parti in causa. Per far sì che le domande vengano poste nel modo più sereno e adatto possibile ed evitare che già sul piano linguistico si aprano dei conflitti.

lunedì 28 maggio 2007

Notte bianca a Berlino

Il 9 giugno i laboratori e i centri di ricerca di Berlino e dintorni apriranno le porte per tutta la notte al pubblico. È la settima edizione della Notte scientifica, un’iniziativa che offre oltre 1.500 eventi per grandi e piccoli. Dalle conferenze agli spettacoli, dalle mostre al teatro, tutto è fatto e pensato per mettere la scienza in piazza, per dialogare e per far partecipare.

Giusto un’idea della partecipazione: lo scorso anno sono stati contati 137.000 visitatori. Ed è la città, non i soli ricercatori, a mobilitarsi attorno alla Notte, con i trasporti pubblici scontati e molte società e compagnie private che sponsorizzano e partecipano a vario titolo.

La notte è un momento eccezionale, che stimola la nostra capacità di cogliere fascino e che ci permette di entusiasmarci e di sentirci coinvolti. Una notte scientifica ha tutti i numeri per avvicinare persone alla ricerca scientifica e per far capire loro quanto è importante prendere parte alle decisioni che la toccano.

In Italia, abbiamo sparuti esempi notturni: “Una notte al museo” si tiene ad esempio al Museo di storia naturale di Firenze o al Museo Leonardo a Milano. E anche la fondazione per le biotecnologie a Torino organizza in orario quasi notturno “È di scena il delitto”. Insomma, anche da noi sembra che si comincia a parlare di scienza.

Che sia una via da esplorare ce lo dice anche il film con Ben Stiller ambientato appunto di notte e proprio in un museo.

sabato 26 maggio 2007

Come si comunica la scienza?

Diciamolo: il rimescolamento tra l’una e l’altra ha raggiunto uno dei suoi punti massimi nella storia dell’uomo. L’una è la scienza con le sue ricerche sempre più avanzate, i laboratori che richiedono risorse in gran quantità, il numero di ricercatori che non è mai stato così alto, i risultati nei campi più disparati e le applicazioni altrettanto diffuse. L’altra è la società che usa la tecnologia – nei paesi ricchi forse possiamo dire che si fonda sulla tecnologia -, vuole che la vita quotidiana migliori indefinitamente e in molte direzioni diverse, si aspetta che la medicina sconfigga tutti i mali, al limite la morte, eccetera eccetera.

La Torre d’avorio è preistoria, buona tutt’al più per l’immaginario, un mito che non descrive la realtà di oggi. Gli scienziati, i ricercatori, volenti o nolenti, sono in comunicazione continua con il mondo che li circonda. Si scambiano risorse e denaro: “io voglio i finanziamenti”, “e tu dammi gli strumenti per guadagnare di più e meglio”. Idee e concetti: la scienza da tutto il Novecento è la principale fonte di nuove conoscenze per l’uomo, ma viceversa la ricerca scientifica trae elementi e suggerimenti dal mondo esterno ai laboratori, dalle collettività che la circondano. Problemi e convinzioni: dalla ridefinizione dell’ingiustizia alla redistribuzione di ricchezza e violenza.

Ma siamo andati anche oltre. La Torre non c’è più, scienza e società sono in comunicazione e oggi ci troviamo in una situazione in cui un certo livello di consapevolezza scientifica è necessario per essere cittadini di uno stato democratico moderno. La democrazia compiuta, nel Ventunesimo secolo, mette al centro la conoscenza. Sempre più leggi riguardano temi che coinvolgono la scienza o la tecno-scienza; sempre più movimenti e campagne politiche – in particolare dal basso – ruotano attorno a conflitti nei quali la scienza è ora buona ora cattiva; sempre più frequentemente le opinioni pubbliche sono investite da questioni che hanno la scienza al centro. Essere cittadini vuol dire anche saper prendere decisioni o partecipare questioni che con la scienza hanno a che fare. La consapevolezza scientifica diventa allora uno degli strumenti di base della democrazia. Esserne sprovvisti vuol dire godere di diritti in misura limitata.

In una parola: la scienza e la società comunicano, hanno scambi osmotici, si scontrano e si fondono, dialogano e si rafforzano. Di questo incontro, fertile ma allo stesso tempo doloroso, ci parlano Yurij Castelfranchi e Nico Pitrelli in “Come si comunica la scienza?”, Laterza 2007.

È una riflessione per tutti, un manualetto di educazione civica per il cittadino della società della conoscenza. Agile e piacevole, va comprato e letto, regalato e fato leggere.

mercoledì 23 maggio 2007

23 maggio 1992

Ero stato in dipartimento tutto il giorno. Dovevo consegnare la tesi di laurea su “Invarianti integrali e misura” che avrei poi discusso l’8 luglio. Internet a quei tempi non era ancora così diffusa (ovviamente!) e le notizie viaggiavano ancora lente. Salivo dalla stazione dei treni verso casa, quando da una finestra aperta l’edizione speciale di un giornale radio annunciò la strage di Capaci.

Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro, Vito Schifani erano stati fatti saltare in aria con un bel tratto d’autostrada poco fuori Palermo, a Capaci per l’appunto.

In quegli anni, gli italiani, o almeno una bella fetta di italiani, sognavano una nuova stagione di giustizia: meno mafia, meno corruzione e meno tangenti. Non si voleva altro. Sappiamo tutti come è andata a finire. La primavera di Palermo e tangentopoli sono un ricordo se non addirittura un pezzo di storia. E la corruzione in questi quindici anni è diventata sempre più parte del sistema e della nostra vita. Sono peggiorati i costumi di tutti, in una certa misura anche degli onesti.

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Un ricordo della strage di Capaci su questo blog non è solo un dovuto omaggio a cinque persone che hanno dato la vita per tante cose che dovrebbero essere scontate e che non lo sono. È anche l’occasione per citare chi nei tribunali e nella giustizia fa uno sforzo di modernità e cerca di introdurre nuove visioni e nuovi strumenti in decisioni e sentenze che chiamano sempre più in causa la scienza e le sue interpretazioni.

Sugli esperti e sui periti, ha lavorato Licia Gambarelli che li ha intervistati e ascoltati, chiedendosi chi parla di scienza nei procedimenti giudiziari? A chi si rivolge? Quale informazione viene proposta e come viene comunicata alla corte e al pubblico? Tutti abbiamo in mente casi tragici come quello di Cogne, ma l’opinione pubblica non è sempre cosciente delle implicazioni tecnico-scientifiche che stanno dietro a una decisione o a una non-decisione.

Chi invece è ben cosciente di molte implicazioni è, ad esempio, Carlo Bui, Direttore dell'Unità per l'Analisi del Crimine Violento della Polizia Scientifica che ne ha parlato a “Matematica e cultura” nel marzo scorso. L’indagine scientifica è stata informata per troppo tempo dalla psicologia che è diventata una chiave di lettura privilegiata del criminale e delle sue azioni. Ora è necessario dare un ruolo anche ad altri strumenti scientifici, ad esempio arrivando a interpretazioni e letture statistiche di serie di crimini.

Insomma, la riflessione e l’innovazione anche dei metodi sono ben presenti nelle indagini e nelle sentenze. Ora serve che anche la società italiana torni a essere convinta che la giustizia è una priorità, che bisogna investirci risorse sufficienti, e soprattutto che bisogna lavorare sul piano dei costumi di noi tutti.

lunedì 21 maggio 2007

Un manifesto anfibio fra scienziati e cittadini

Domenica 20 maggio a Fest abbiamo presentato il manifesto per un’alleanza fra scienziati e cittadini. Lo firmiamo in tanti - qui sotto ci sono le firme raccolte fino a mercoledì 16 – giovani e anfibi. Anfibi vuol dire che come individui e come firmatari tutti assieme stiamo dentro e fuori la ricerca, ci muoviamo sulle interfacce della relazione tra scienza e società, della scienza nella società.

Il testo del manifesto è questo:

“Siamo un gruppo di ricercatori e comunicatori della scienza che unisce alla pratica quotidiana del proprio lavoro un’attenta riflessione teorica sulle implicazioni economiche e culturali e sulle politiche di gestione dello sviluppo scientifico e tecnologico, nella convinzione che i rapporti tra scienza e società siano oggi un elemento cruciale per interpretare il mondo in cui viviamo.

Invochiamo il pieno riconoscimento delle esperienze e delle competenze maturate sul campo nell’ambito della comunicazione della scienza e degli studi sui rapporti fra scienza e società, che riteniamo essere parte integrante e necessaria per la formazione professionale dei comunicatori e dei ricercatori.

Sosteniamo il valore sociale, etico e politico delle pratiche partecipative ai processi decisionali che indirizzano lo sviluppo della scienza e della tecnologia. Siamo convinti che il rapporto tra scienza e società sia fertile solo con l’inclusione di tutti i saperi, siano essi esperti o profani. Per questo riteniamo necessaria la libera circolazione delle conoscenze e la loro riappropriazione da parte di ogni possibile fruitore.

Intendiamo favorire la creazione di un’alleanza, basata sul reciproco riconoscimento, fra scienziati e cittadini, per impedire che le scelte rilevanti sullo sviluppo della scienza e della tecnologia siano lasciate alla sola ragione economica o all’autoreferenzialità della classe politica e accademica. Perché ciò sia possibile, riteniamo necessaria la creazione di iniziative e luoghi dedicati a facilitare il dialogo tra scienziati e cittadini, sostenuti da investimenti pubblici: non si può affidare al solo privato un ruolo fondamentale di garanzia democratica.

Osteggiamo il ricorso sistematico a forme decisionali elitarie o monolitiche che soffocano la partecipazione dei cittadini; la privatizzazione del sapere, che ostacola la produzione di nuove conoscenze e il loro libero accesso; ogni forma di precarietà, che mortifica le professionalità e limita il confronto fra le diverse anime della società che producono, finanziano e comunicano la ricerca scientifica.

Chiediamo dunque che sia riconosciuto e valorizzato il ruolo di quelle nuove figure professionali “anfibie”, provenienti dal mondo della comunicazione e della ricerca, che attraverso il loro operato quotidiano, favorendo l’apertura di nuovi canali di dialogo fra scienza e società, sono chiamate a porre le basi di una cittadinanza scientifica su cui possa sorgere una società della conoscenza che noi vogliamo equa, aperta e democratica”.

Post post: dopo aver pubblicato questo post, ho ricevuto notizia di una presentazione molto più attraente e coinvolgente del manifesto. La trovate sul sito di Radiofest.

Firmatari fino a mercoledì 16 maggio: Angelo Adamo, Luigi Amodio, Alice Andreoli, Marta Annunziata, Luca Tancredi Barone, Andrea Bernagozzi, Claudia Bianchi, Giulia Bianconi, Denis Bilotta, Nunzia Bonifati, Luca Borsato, Vojko Bratina, Mauro Capocci, Luca Caridà, Laura Casiraghi, Yurij Castelfranchi, Paola Catapano, Chiara Ceci, Luciano Celi, Danilo Cinti, Chiara Cipollina, Daniela Cipolloni, Stefania Coluccia, Tullia Costa, Adalberto Costessi, Sabrina Dardano, Cristina D’Addato, Marika De Acetis, Francesco Paolo de Ceglia, Giulia de Martini, Valeria delle Cave, Riccarda d’Onofrio, Alessandro Delfanti, Flora Di Martino, Martha Fabbri, Michele Fabbri, Enrica Favaro, Emiliano Feresin, Elisa Frisaldi, Maria Teresa Gallo, Licia Gambarelli, Daniele Gouthier, Francesca Iannelli, Leonardo Lauciello, Lisa Lazzarato, Francesco Lescai, Davide Ludovisi, Simone Maccaferri, Francesca Magni, Andrea Mameli, Manuela Mantelli, Roberto Manzocco, Federica Manzoli, Valeria Mapelli, Raffaella Marconi, Angelo Mastroianni, Beatrice Mautino, Valentina Murelli, Vincenzo Napolano, Nicola Nosengo, Demis Paolucci, Maurizio Pellegrino, Ilenia Picardi, Nico Pitrelli, Matteo Pompili, Gianluca Presta, Donato Ramani, Simona Regina, Francesca Riccioni, Walter Riva, Doriana Rodino, Francesca Rosati, Andrea Salemme, Stefano Sandrelli, Mauro Scanu, Tommaso Scarpa, Luca Sciortino, Luca Simeone, Angela Simone, Marina Semiglia, Davide Staffetta, Giancarlo Sturloni, Elisabetta Tola, Andrea Vico, Sabina Viezzoli, Erica Villa, Laura Viviani, Silvano Zipoli Caiani

martedì 15 maggio 2007

Che tempo fa? Chiedilo a Grid

Le previsioni del tempo sono proverbialmente un problema. Più di quanto lo siano nei fatti. In realtà sull’arco della giornata e per regioni ben definite funzionano e prevedono gli eventi atmosferici.
Però è vero che il tempo non conosce confini e che le regioni sono spesso arbitrarie e che servirebbe avere informazioni per aree geografiche più estese. Il problema è di gestire grandi masse di dati e di coordinarle in un sistema coerente e il più globale possibile.

Il progetto SIMDAT è un’attività di ricerca e sviluppo finanziata dall’Europa. E si propone di costruire un sistema centralizzato virtuale per la gestione delle informazioni che vengono dai servizi meteorologici di Francia, Germania e Gran Bretagna, per cominciare.

L’aspetto interessante è che si basa su Grid per condividere dati ma soprattutto capacità di calcolo. Anche in questo caso, Grid permette di fare un salto di qualità. Non ci si limita solo a condividere dati e spazio per la loro gestione, ma si condividono la capacità e la potenza di calcolo, gli algoritmi e i software. È il salto di un livello: dai dati alle relazioni tra di loro.

Ed è un altro esempio di come la comunicazione di idee e metodi permette di ottenere nuova conoscenza e soprattutto di ottenere la possibilità della produzione di nuova conoscenza.
Anche nella meteorologia, Grid comincia ad aprire scenari inesplorati e a rendere effettive nuove ricerche, prassi e previsioni. Da regioni limitate, si passa ad aree estese.
E quest’infrastruttura fa prevedere la possibilità che domani si possa anche estendere la capacità di previsione a periodi più lunghi. Con ricadute positive evidenti e finora inattese.

venerdì 11 maggio 2007

Meno di un mese per partecipare a Forlì

Entro il 1° giugno 2007 bisogna mandare il proprio abstract per partecipare all’appuntamento annuale del gruppo ICS, copromosso assieme all'Associazione Nuova Civiltà delle Macchine: il Convegno Nazionale sulla Comunicazione della Scienza.

Il convegno di Forlì festeggia i cinque anni ed è ormai un appuntamento per i ricercatori in comunicazione della scienza. Ma anche per molti giornalisti, storici, filosofi e sociologi della scienza.

Come abbiamo già scritto qualche settimana fa, gli argomenti di interesse sono le percezioni pubbliche della scienza; la storia della comunicazione della scienza; la comunicazione istituzionale della scienza; la comunicazione interna della scienza; la comunicazione pubblica della scienza con particolare attenzione a: scienza e media; divulgazione della scienza; comunicazione del rischio; arte, letteratura e scienza; comunicazione della scienza tra non-esperti.

Sicuramente anche quest’anno sarà un momento utile alla costruzione di quella comunità di riflessione attorno al rapporto scienza/società di cui in Italia c’è molto bisogno. A Forlì s’incontrano ricercatori, studiosi e osservatori di tutto ciò che si muove dalla scienza alla società e soprattutto viceversa. Il confronto e il dialogo sono sempre vivaci e partecipati. E, nota non marginale, il Comune di Forlì garantisce tutti gli anni la partecipazione di scolaresche al convegno. E così gli esperti che parlano tra loro devono impegnarsi a essere chiari e comprensibili per un bel gruppo di studenti delle superiori.

Come dire: la pratica affianca la grammatica.

mercoledì 9 maggio 2007

L’Università del 2010

Gli inglesi si sa hanno uno spirito nazionale ben più sviluppato di noi italiani. Forse anche per questo si avvicinano alle cose europee con cautela e difendendo strenuamente i loro simboli e le loro istituzioni. Ci sono situazioni in cui non sbagliano.

Nel 1999 a Bologna è stato lanciato il cosiddetto Processo di Bologna che deve culminare nel 2010 con l’armonizzazione di tutti i corsi di laurea in Europa. Ci sarà chi vedrà valorizzato il proprio e chi lo vedrà declassato. Gli inglesi hanno timori e pianificano contromosse.

Temono che i corsi quadriennali siano visti come corsi di serie B e quindi perdano valore come tappa della formazione di studenti che vogliono diventare ricercatori e scienziati. Così l’Institue of Physics prende le distanze dalla raccomandazioni elaborate dal ministero londinese e invoca un ruolo di leadership per la comunità scientifica che deve esprimersi sull’alta formazione.

Il direttore del settore “education and science”, Peter Main,afferma: “Puntiamo le nostre speranze sulla possibilità che la comunità scientifica spinga il governo all’azione. Il rapporto per ora è manchevole e ignora il problema principale: la riorganizzazione della struttura dei corsi di laurea che in Europa ha avuto quasi ovunque luogo mentre in Inghilterra è in ritardo. È un pericolo e alcuni corsi possono venir considerati di serie B dal resto dell’Europa”. Dall’Inghilterra, il conseguimento dello standard 3+2+3 sembra un passaggio obbligato per offrire un percorso di alta formazione ai futuri ricercatori e scienziati.

A me tutto questo sembra anni luce dalle preoccupazioni di chi vive e governa l’Università in Italia. È vero che da noi il 3+2+3 c’è, ma non sarebbe il caso che anche da noi iniziasse una discussione su come difendere sostanzialmente ciò che va difeso? Ovviamente la condizione è riconoscere che non tutti i corsi meritano la promozione e che alcuni devono stare in serie B o meglio essere chiusi. Offrire alta formazione ai giovani non vuol dire aprire università a “un’ora di macchina” dalla casa di ciascuno. E neppure sbizzarrirsi in corsi di laurea che, lo sappiamo tutti già a priori, non produrranno mai dei lavoratori seri e preparati.

L’Europa, ma prima ancora i suoi giovani, ha bisogno che l’alta formazione sia veramente tale, senza trucchi né offerte compiacenti.

lunedì 7 maggio 2007

Giornalismo, scienza e conflitti d’interesse

I risultati della ricerca scientifica sono importanti per la società. Possono determinare la salute delle persone – quali cure e a quale costo – le scelte dei consumi – acqua, cibo ed energia soprattutto – e così via. Possono influenzare le scelte politiche, le decisioni dei parlamenti, le azioni dei governi.

Così, oggi, la società cerca di avere gli strumenti per influenzare la scienza nella selezione dei campi di ricerca. È un fatto. Ma il peso di questo fatto cambia se ci limitiamo a influenzare i campi di ricerca o se vogliamo anche influenzare i risultati della ricerca stessa.

I cittadini hanno il diritto di dire agli scienziati: “studiate questo, studiate quello”, “vi finanziamo per questo e non per quello”. Ovviamente, anche in questo quadro i ricercatori devono avere le opportunità di fare ricerca non finalizzata, senza indicazioni esterne a quelle che emergono dalla ricerca in sé, non è neanche in discussione. I cittadini però non hanno il diritto di dire agli scienziati: “studiate quel che volete, l’importante è che arriviate qui, che questo obiettivo sia raggiunto”.

Il confine è sottile, ma c’è e deve essere mantenuto. Ed è un confine su cui in particolare lavorano i giornalisti e in generale i mass media. Per questo, all’Università di Copenaghen, il 1° giugno, l’Associazione danese dei giornalisti scientifici organizza una conferenza sul ruolo della scienza e del giornalismo scientifico in relazione alle pressioni politiche ed economiche.

È un’iniziativa che andrebbe sicuramente replicata in giro per l’Europa, e in particolare da noi in Italia.

venerdì 4 maggio 2007

Fate come le mamme filippine!

Mi sono imbattuto nelle foto di una singolare manifestazione nelle Filippine: quasi quattro mila neomamme che tutte assieme allattano i loro bambini. Era già successo l'anno scorso, ed è stato record. Quest'anno non erano di più ma comunque quattro mila sono un bel numero di mamme.
L'allattamento collettivo vuole sensibilizzare sull'importanza vitale del latte materno. Vuole far crescere la consapevolezza che l'allattamento al seno è un investimento sulla salute e una barriera contro le malattie e la mortalità infantile.
La manifestazione vale più di mille parole, più di cento campagne di pubblicità progresso. Ha la forza delle immagini vive e della testimonianza attiva. Le donne filippine che allattano tutte assieme hanno lo sguardo di chi sa di essere in prima linea, trasudano orgoglio e decisione. Sono più militanti per una giusta causa che tenere mammine.
Sono protagoniste al centro di uno dei conflitti tra scienza ed economia, o detto più schiettamente tra scienza e ricerca del profitto. E con la propria scelta individuale ("io allatto"), si mettono al fianco dei veri portatori d'interesse di questa vicenda: i neonati.
Al di là del ruolo dei quaranta ospedali promotori, la manifestazione e le foto mostrano la spinta dal basso per conquistare e diffondere la consapevolezza in una scelta fondata e provata. C'è partecipazione e voglia di esserci. C'è la presa di posizione su una questione che la scienza ha elaborato e che deve essere calata nel vivo della carne della società. C'è lo scontro con chi nasconde le ragioni du tutti dietro il proprio profitto.
C'è la società che va incontro alla scienza e la fa sua. Col corpo oltre che con la mente.

mercoledì 2 maggio 2007

Scienza Under 18: da vedere, fare, ascoltare

Se avete in mente di visitare il Leonardo da Vinci a Milano, vi consiglio di farlo il 15, 16 e 17 maggio. Oltre al “solito” museo, potrete godere dell’atmosfera allegra e scientifica che i bambini e i ragazzi di Scienza Under 18 producono tutti gli anni.

La manifestazione finale di Scienza Under 18 è un mix di esposizioni, dibattiti, teatro scientifico, attività giornalistiche e quant’altro. il pezzo forte sono i portici invasi dai banchetti degli studenti ognuno col suo bravo exhibit, i cartelloni che spiegano e soprattutto le ragazze e i ragazzi (le bambine e i bambini, le e gli adolescenti) che raccontano quello che hanno fatto. E la competenza fa a gara con l’entusiasmo.

È un’occasione per parlare di scienza – dall’acqua a Pitagora, dall’energia solare ai semi, dalla chimica alla gravitazione -, per vederla in azione, per apprezzare quello che gli studenti italiani sanno capire e di conseguenza fare. Per me, è un’iniezione di fiducia, di ottimismo, oltre che un osservatorio privilegiato e unico sulla scuola italiana.

Andate e sperimentate.

Se invece non siete a Milano in quei giorni, dal sito di Scienza Under 18 potete risalire agli appuntamenti nelle sei altre sedi lombarde (Brescia, Casale, Mantova, Monza, Pavia, ) e in quella di Sestri Levante, prima uscita dalla regione.

Adesso non rimane che lavorare perché Scienza Under 18 si radichi in altre regioni d’Italia (o d’Europa?).

Dopo i primi dieci anni, il modello è maturo e vale la pena esportarlo.

Buona manifestazione a tutti.

martedì 1 maggio 2007

Proposta: il 29 febbraio giorno dei precari

Oggi è il giorno dei lavoratori, perché il lavoro è un fondamento della nostra società. L’alternativa è la legge del più forte, non un granché come alternativa. Il lavoro dovrebbe premiare chi c’è, chi fa, chi sa. Non sempre è così, spesso il più forte continua a prendersi il meglio.

Così forse dovremmo dedicare un altro giorno ai precari: per analogia, il giorno più precario dell’anno è il 29 febbraio. L’esistenza stessa dei precari ha due facce. Una è quella del più debole che soccombe al più forte. Ed è una faccia particolarmente truce, che oggi prende sempre più spesso le fattezze dell’anziano che ruba le opportunità al giovane – e non parlo di noi quarantenni, ma di chi è giovane davvero e che di opportunità ne vedrà ben poche. Ma è anche la faccia di chi deve accettare un lavoro senza nessuna sicurezza – da quella che causa la morte o garantisce la vita, a quelle meno importanti ma niente affatto trascurabili: niente mobbing, niente licenziamenti arbitrari ecc. ecc. Tutto fa pensare che avremo una società sempre più divisa tra garantiti e non garantiti. I primi hanno diritti, gli altri no. I primi sono stabili, gli altri precari.

Il mondo della scienza da parte sua è pieno di figure precarie, dentro e fuori la ricerca: ricercatori, tecnici, bibliotecari, redattori, animatori museali, praticanti giornalisti, collaboratori radiotelevisivi. E via enumerando. Più la ricerca si apre alla società, più il numero dei garantiti si restringe, i posti rimangono vacanti, i progetti vengono portati avanti da esterni, magari pieni di titoli e di qualità, ma sprovvisti di ogni stabilità e prospettiva futura.

Il rischio è che la linfa, l’energia vitale, l’entusiasmo siano relegate dalla comunità scientifica a una posizione neanche di secondo piano ma proprio subordinata, tollerata. E di conseguenza, l’entusiasmo, l’energia e la linfa verranno a mancare. Non è un problema di destini individuali, è un problema di comunità che vuole crescere o che preferisce invecchiare. E comunque, anche sul piano dei destini individuali: perché dovrebbero essere i venti-trentenni a pagare il costo di un mondo del lavoro che non sa stare in piedi, che non sa valorizzare le proprie qualità e penalizzare chi spreca risorse? Perché devono assistere in silenzio all’invecchiamento di strutture essenziali per lo sviluppo del Paese (quali la ricerca e l’alta formazione) solo perché in Italia tutti prima o poi devono diventare professori ordinari, incuranti del fatto che l’università e la ricerca non si fanno con i soli ordinari?

Per la cronaca l’altra faccia del precariato, quella pulita, ha il sorriso di chi sceglie di essere flessibile per cambiare, mettersi in gioco, rischiare per crescere, perché spesso in Italia le protezioni sono anche limitazioni. Ma è una faccia che rischia di essere, nel migliore dei casi, specchietto per le allodole. Nel peggiore una fregatura. E in ogni caso funziona per pochissimi individui che possono affrontare il lavoro dall’alto di una posizione personale solida – per qualità individuali, patrimonio famigliare, rete sociale di sostegno ecc. ecc. –, insomma, tutt’altro che la regola. Ed è difficile immaginare che il numero di quanti scelgono la precarietà per mettersi in gioco non continui a essere residuale (ma forse questi, chiamiamoli liberi professionisti e non precari, dal momento che anche i nomi hanno il loro peso). Il fenomeno di massa è l’altro ed è un fenomeno che ruba il futuro a generazioni di giovani; che garantisce posizioni a chi giovane non è ma non vuole farsi da parte per occupare un ruolo più defilato nella società.