venerdì 28 settembre 2007

Sulle icone vecchie e sulle icone nuove

Il web è l’ambiente naturale dei digitali nativi e questa generazione guarda e guarderà al futuro attraverso le lenti del web 2.0 (e seguenti). Il fatto interessante, dice il sociologo olandese Jos de Haan, è che nell’era dell’ICT l’influenza maggiore è sulla vita culturale più ampia. I nativi digitali non hanno solo un approccio diverso alle tecnologie ma percepiscono la storia, le tradizioni e la cultura diffusa in modo diverso.

Devono orientarsi in un mondo virtuale e si adattano ai nuovi strumenti che hanno a disposizione. Attenzione! Come i loro genitori hanno l’accesso all’email, a internet, a (almeno) un cellulare. Ma non è il possesso che li fa diversi e come il usano. Schematizzando: i loro genitori ne fanno un uso funzionale (“ho una tecnologia, la uso”), i digitali nativi ne vedono come occasioni di comunicazione e inte(g)razione: giocano, scaricano musica, fanno foto, condividono file. Agiscono.

Conseguenza: i luoghi, gli strumenti e i momenti della tradizione culturale hanno dei duri competitor. Se non sanno, non sapranno digitalizzarsi, il rischio è che la “trasmissione sui tempi lunghi” vada persa, s’indebolisca.

Questo è tanto più vero sulla scienza che si fonda sulla sedimentazione di conoscenze e quindi ha i tempi lunghi nel proprio dna. O dialoga per mezzo delle nuove icone o quelle vecchie – i suoi simboli – rischiano di cadere in disuso.

Sarebbe paradossale vista l’origine “scientifica” del web e dell’ICT in genere.


PS: questo post è stato pubblicato il 28 settembre. E quindi è rosso nella speranza che la giunta militare birmana torni sui suoi passi e interrompa la reazione violenta alle manifestazioni pacifiche del suo popolo.


lunedì 24 settembre 2007

Si guarderà la vigna a cominciare dalle radici

È morto sabato 22 settembre a Lione Renzo Tomatis. Oncologo, prima di tutto. Aveva guidato sempre a Lione l'Agenzia internazionale per le ricerche sul cancro per oltre dieci anni e poi era stato direttore scientifico dell'ospedale infantile di Trieste Burlo Garofolo.

Sono stato molto contento quando nel maggio 2006, ha aderito con cortesia e semplicità all'invito di scrivere un racconto "attorno alla scienza". E si è prestato alle riflessioni, agli scambi di mail, alle discussioni in corso d'opera che con Stefano Sandrelli e Robert Ghattas gli abbiamo "imposto". Tanto più ricco di anni, esperienze, libri di noi tre messi assieme, ha accettato di buon grado di contribuire assieme agli altri, senza protagonismi.

E ha scritto un racconto La grande tela, ambientato nella "mia" Torino e doppiamente autobiografico. C'è l'inizio della sua carriera di giovane medico, e c'è il commiato nella figura di Mino che prima di morire trasforma la delusione in amicizia, in creatività.

E come il suo Mino, anche Renzo Tomatis si guarda ormai la vigna a cominciare dalle radici.

Ps: in punta di piedi, senza volerne approfittare (davvero!), vi dico che qui potete leggere La grande tela.

domenica 23 settembre 2007

Il rock del geologo

La scienza ispira l’arte. In questo caso la musica. Qualche mese fa abbiamo parlato degli acquarelli di Christophe Verdier. Ora è il momento della “Antarctic Sonata” che il pianista Kevin Jones ha suonato al bicentenario della Società Geologica a Londra, l’11 settembre 2007.
La musica è ispirata dalla geologia e dalla forma della costa dell’Antartide. E la struttura, il pattern, musicale è frutto di una rilettura dei dati del geologo Nick Petford dell’Univesrità di Bournemouth.
“L’apparizione inattesa di forme e volti che emergono dall’osservazione dei cristalli mi ha fornito ispirazioni musicali”, dice Jones.
Ma quello che è più interessante è il punto di vista del geologo. Dice il professor Petford: “speriamo che questa performance stimoli nuove visioni, nuove connessioni e modi alternativi di pensare le strutture, i processi dinamici e le relazioni geologiche”.
Perché la scienza ha bisogno, per procedere e per fare balzi in avanti in direzioni inattese, del contributo di altre forme di espressione che suggeriscano approcci che il solo rigore e il “solo” metodo non sono sempre in grado di fornire.
Insomma, quello di Jones potrebbe anche rivelarsi un interessante esperimento di sonificazione, oltre a essere, come per gli acquarelli di Verdier, un tributo all’Anno Polare Intarnazionale.

martedì 18 settembre 2007

Pagine di cielo

Si inaugura giovedì 20 settembre alle ore 18 presso Palazzo di Brera, dove ha sede l’omonimo Osservatorio Astronomico, la mostra Pagine di cielo. Il restauro dell’Atlante Celeste di Johannes Hevelius e la Biblioteca dell’Osservatorio astronomico di Brera, organizzata dall’Istituto Nazionale di Astrofisica-Osservatorio Astronomico di Brera e dalla Biblioteca Nazionale Braidense, con il patrocinio del Comune di Milano.

“Questa mostra è un’occasione unica per ammirare una copia integra dell’Atlante di Hevelius”, precisa Agnese Mandrino, curatrice della mostra insieme ad Anna Lombardi. “Restaurando il volume, l’Osservatorio di Brera ha voluto sottolineare l’importanza che riconosce al proprio patrimonio storico.”

Per l’occasione sarà presentato al pubblico, per la prima volta dopo il recente restauro, l’Atlante celeste di Johannes Hevelius. Pubblicato a Danzica nel 1690, l’Atlante è uno dei più spettacolari libri mai pubblicati, un’opera di rara bellezza in cui si fondono arte, mito e scienza in una visione unitaria della cultura.

Formato da 56 tavole a doppia pagina raffiguranti le costellazioni secondo la mitologia classica, dal punto di vista scientifico l’opera è un superbo condensato delle conoscenze astronomiche alle soglie del Secolo dei Lumi, mentre dal punto di vista figurativo l’Atlante è un vero e proprio capolavoro dell’arte incisoria.

Storia, arte e osservazione del cielo s’incontrano. Immagini scientifiche e immaginario cortocircuitano. E la scienza appare, in questa mostra e prima ancora nell’Atlante, come parte della cultura.

giovedì 6 settembre 2007

Ma chi cura i test di medicina?

Dev'essere giorno d'università oggi: dopo il post su Marco Cattaneo e le Scienze della qualunque, non potevo non essere attratto dalla notizia che nel test d'ingresso a Medicina due domande (perché dobbiamo chiamarli per forza quesiti?) su 80 sono sbagliati.
Ovviamente scoppiano le polemiche e c'è chi si interroga sulla validità del test: chi risarcisce i candidati che hanno speso decine di minuti a ragionare su due domande, la prima con due risposte valide, la seconda senza neanche una risposta giusta?
Temo che la soluzione del ministero sia stata salomonica: le due domande incriminate non si considerano e la graduatoria si fa sulle 78 sopravvissute. Non credo proprio che l'ipotesi di rifare il test avrebbe soddisfatto tutti...
Altrettanto ovviamente sono curioso e la mia curiosità non poteva che crescere scoprendo che le due domande incriminate erano relativamente vicine: la numero 71 e la 79. Così sono andato a guardarmi il PDF e mi è subito saltato all'occhio che entrambe le domande fanno parte delle 13 che costituiscono il "Test di Fisica e Matematica", ultima parte della prova.
Ebbene, se 2 errori su 80 domande mi sembravano già una cifra notevole (2,5%), 2 su 13 (15%) è un vero sproposito. Direi un pessimo indicatore, se non una tragedia nazionale. E allora vorrei che un po' di attenzione dei media e delle associazioni degli studenti andasse anche al fatto che chi ha formulato le 13 domande di fisica e matematica ne ha sbagliate 2! Forse, la Società Italiana di Fisica e l'Unione Matematica Italiana - pur non centrando niente e non avendo responsabilità dirette - si scusassero a nome della categoria.

PS: ho poi guardato il testo della prova sino in fondo e mi ha colpito l'ultima frase "Tutte le domande ad eccezione della numero 71 e della numero 79 hanno come risposta esatta quella indicata alla lettera A)". Voglio sperare che le risposte siano state riordinate per rendere pubbliche le risposte e facilitare l'analisi. Perché se l'Università italiana dà ai suoi candidati un test con ottanta domande per le quali la risposta giusta è sempre la "A)" i casi sono due: o c'è molta malafede e i test sono una farsa o c'è molta superficialità e si crede che "tanto gli studenti non se ne accorgono".

Questa non è una scienza

Nomina sunt consequentia rerum, come diceva quel tale.
Ma purtroppo non è sempre vero. Vale piuttosto il vecchio "l'abito non fa il monaco". E così, mi piace il gioco di Marco Cattaneo che è un gioco molto serio basato su un ragionamento con più di un fondamento.
In sintesi:
  1. la pubblicità spesso si appoggia sulla scienza (io ne ho parlato qui ma Pitrelli, Manzoli e Montolli l'hanno studiato molto più seriamente altrove). Come dire "nani sulle spalle dei giganti"
  2. questo, dice con ragione Cattaneo, in un Paese dove della scienza interessa molto poco
  3. però, il nostro Paese compensa il disinteresse con una vera passione per chi decide di chiamarsi "scienza": e la classe accademica cavalca l'onda con fantasia e denominazione.
Così ci troviamo circondati da un mare di Scienze della qualunque che Marco Cattaneo propone di rinominare. La proposta - il gioco - mi ricorda le Riscritture del Mestiere di scrivere e mi diverte.

Insomma il punto è sostituire "Scienze e Tecnologie della Moda" con "Competenze per la moda", "Moda, costumi e società", "Moda e cultura" oppure una delle mille altre varianti che possono venire in mente.

Giusto per semplificarvi la vita, vi ripropongo quaggiù la lista di Scienze della qualunque cui fa riferimento Cattaneo. Buon divertimento:

Scienze e Tecniche dell’Industria Culturale (enigmatico);
Scienze dell’Educazione e della Formazione;
Scienze della Formazione Primaria (sempre più misterioso);
Scienze e Tecnologie della Moda (?);
Scienze della Sicurezza Economico-Finanziaria;
Scienze dei Consumi Alimentari e della Ristorazione;
Scienze di Internet (e qui siamo nel surrealismo puro);
Scienze Internazionali e Diplomatiche;
Scienze dell’Organizzazione;
Scienze del Comportamento e delle Relazioni Sociali;
Scienze della Comunicazione Plurilingue (???);
Scienza dell’Economia e della Gestione Aziendale (dico, ma non bastava “Economia e gestione aziendale”, no?);
Scienza dell’Amministrazione;
Scienze Sociali per Lo Sviluppo;
Scienze Geo-Topo-Cartografiche, Territoriali, Estimative ed Edilizie (giuro che, non l’ho inventato);
Scienze del Servizio Sociale;
Scienze Turistiche;
Scienze per la Comunicazione Internazionale;
Scienze del Governo e dell’Amministrazione (davvero?);
Scienze Sociologiche (già, sociologia non bastava…);
Scienze della Mediazione Linguistica (?);
Scienze delle Professioni Educative (criptico);
Scienze Gastronomiche;
Scienze della Comunicazione Multimediale;
Scienze Agrarie per la Sicurezza Alimentare e Ambientale nei Tropici (lo segnalo per la peculiarità dei Tropici; perché solo nei Tropici? Perché non anche nei paesi temperati? È una laurea che torna utile con il riscaldamento globale?);
Scienze Faunistiche;
Scienze Vivaistiche, Ambiente e Gestione del Verde;
Scienze dei Servizi Giuridici;
Scienze dell’Infanzia;
Scienze delle Produzioni e del Marketing Agroalimentare;
Scienze della Formazione Continua (quando forse basterebbe una formazione tout court…);
Scienze della Mediazione Interlinguistica e Interculturale;
Scienze dei Beni Musicali e dello Spettacolo;
Scienze dei Beni Archivistici, Librari e Mobili-Artistici;
Scienze Sociali per la Cooperazione, Lo Sviluppo e la Pace;
Scienze della Enogastronomia Mediterranea e Salute;
Scienze dell’Informazione: Editoria e Giornalismo;
Scienze Umanistiche per la Comunicazione;
Scienze Internazionali e Istituzioni Europee;
Scienze e Tecnologie Orafe;
Scienze per Operatori dei Servizi Giuridici;
Scienze dell’Organizzazione.

PS: va detto che anche chiamare "Scienze matematiche" la "Matematica" o "Scienze fisiche" la "Fisica", pur con tutte le sue buone ragioni storiche ed epistemologiche, non è il massimo.

mercoledì 5 settembre 2007

La peer review funziona ancora?

La peer review è lo strumento cardine del sistema di valutazione che sta alla base del ruolo delle riviste scientifiche. I valutatori, i cosiddetti referee, devono stimare l’originalità, la pertinenza e il contributo innovativo degli articoli che vengono proposti per la pubblicazione. Fare da referee è una delle funzioni che ogni ricercatore e scienziato deve ricoprire in modo volontario e gratuito per il benessere scientifico della comunità di cui fa parte. Senza controllo di qualità, gli articoli ma anche le domande di finanziamento non vengono considerati come attendibili dalla comunità scientifica.
Oggi c’è preoccupazione sulla serietà di questi controlli, sulla formazione che dovrebbero avere i ricercatori che si apprestano a valutare un testo, sulla capacità di resistere alle pressioni alla quale dovrebbero essere addestrati. L’allarme viene dalle scienze sociali e a lanciarlo è la British Academy con un suo rapporto pubblicato il 5 settembre 2007.
Sicuramente, anche nelle scienze esatti, il sistema della peer review da qualche tempo mostra segni di stanchezza. C’è un contesto generale in veloce mutazione: aumentano le pubblicazioni esclusivamente elettroniche e c’è un aumento abbastanza generalizzato di molte ricerche specializzate.
Poi, la spinta a pubblicare sempre di più fa sottostimare il ruolo della peer review, che viene vissuta spesso come uno ostacolo e un freno alla necessità di pubblicare per ricevere finanziamenti e in definitiva fare carriera.
Il rapporto curato dal Professor Albert Weale muove dall’ipotesi che “è incredibile che sebbene la peer review sia comunemente riconosciuta come uno dei capisaldi della qualità accademica, non ci sia nessun tipo di formazione a essa”.
Lo studio va letto con la lente delle scienze sociali a cui è dedicato ma l’allarme per elevare gli standard di qualità nella valutazione delle pubblicazioni scientifiche è del tutto generale e vale senz’altro anche per le discipline nelle quali la peer review ha una storia più lunga e consolidata.

sabato 1 settembre 2007

Il trionfo dei numeri

La storia dei numeri è una bella fetta della storia dell’uomo. Ormai è abbastanza noto il fatto che popoli antichi avevano sistemi di numerazione propri, originali, articolati e versatili. Così come si sa che la diffusione universale del nostro sistema numerico è stata un processo intellettuale e sociale.

Oggi poi siamo abituati alla presenza dei numeri nella vita politica ed economica (sondaggio dixit!). Ma… ma in ogni caso tendiamo a fidarci dell’aneddoto, dell’episodio, del singolo fatto che finiscono per influenzare le nostre opinioni e i nostri atteggiamenti assai di più dei numeri che descrivono le nostre collettività. Un caso di cronaca nera offusca le statistiche dell’andamento della criminalità. Costruiamo la nostra idea di sicurezza più sul primo che sulle seconde. È così.

Un contro esempio virtuoso ci viene da Benjamin Franklin. Nel 1736, suo figlio, ragazzo, muore di vaiolo. Si dà il caso che in quegli anni la lotta al vaiolo si combattesse con l’inoculazione, l’esposizione a materiale virale estratto dalle lesioni di un paziente affetto da vaiolo. Naturalmente, il metodo spaventava e aveva i suoi detrattori. Così alla morte del ragazzo, circola la voce che aveva contratto la malattia tramite l’inoculazione. Per Franklin è un dramma nel dramma: veder utilizzare una tragedia che l’aveva colpito personalmente per contrastare una pratica che, secondo le sue opinioni, salvava migliaia di vite umani.

Ma Franklin sapeva che le opinioni non sono sufficienti ad argomentare e così raccolse e analizzò dati – quelli che oggi chiameremmo dati epidemiologici – e scrisse un articolo dal titolo “Sulla morte di mio figlio” nel quale mostra, numeri alla mano, che il rischio di morire per inoculazione era di 3:800, mentre quello di morire di vaiolo contratto naturalmente era di 1:4. Franklin fa un uso corretto e rigoroso dei numeri per confrontare i due rischi, ma ciò che è più significativo, è che si fa forte dei numeri per spazzare via dal campo della discussione politica la reazione emotiva alla morte di suo figlio. Una bella lezione.

E soprattutto, la vicenda di Franklin, del figlio e del vaiolo è una bella pagina di “Il trionfo dei numeri” scritto da Bernard Cohen e pubblicato dalle edizioni Dedalo.