martedì 30 ottobre 2007

Le mani sulla biologia molecolare

Si chiama Eicos ed è la 'European Initiative for Communicators of Science'.

Si rivolge a giornalisti e comunicatori della scienza europei. E li invita al Max Planck Institute per la Chimica biofisica di Goettingen in Germania, per mettere le mani sulle tecniche di biologia molecolare; per discutere le implicazioni profonde (della b.m.), tanto per la società quanto per i ricercatori; per raccogliere idee e stimoli utili a scrivere storie future; e anche per incontrare colleghi di altri paesi e di altri media.

Insomma, un’opportunità per fare scienza con le mani prima di riversarla con mouse-e-tastiera in un articolo, una mostra, uno spettacolo.

Eicos sarà dal 17 al 24 maggio del 2008.

La deadline per l’application invece è il 15 febbraio.

mercoledì 24 ottobre 2007

Verso un’era dell’open access in Europa

Il 18 ottobre a Liegi è stata messa la prima pietra di un movimento europeo per l’Open Access: l’EurOpenScholar.

Il perché è presto detto: dal 1993 l’indice globale dei prezzi è cresciuto del 30%. Quello delle riviste scientifiche di oltre il 275%. E presto sarà impossibile per un’istituzione finanziata normalmente, accedere alla letteratura necessaria a una buona ricerca.

Nonostante la Dichiarazione di Berlino del 2003, poche università europee perseguono realmente una politica dell’open access. Urge un’accelerazione.

EurOpenScholar informerà le università europee sulle potenzialità dell’open per la ricerca; e cercherà di costruire dei repository istituzionali dove condividere e rendere accessibili le pubblicazioni.

L’obiettivo finale è di convincere I ricercatori, le università e le istituzioni a fare scelte coerenti con l’adozione di una politica open.

I fondatori sono : le università di Liegi, Trieste, Roma2 e Roma 3, Vicenza, Porto, Salford, Lancaster, Rotterdam (Erasmus), Torino, Antwerp, Ghent e Southampton; il politecnico della Catalogna a Barcellona; il Paul Ehrlich Institute; l’Instituto Superiore di Sanita; il consorzio Caspur, i Rutherford Appleton Laboratory; e un rappresentante della Commissione Europea.

sabato 20 ottobre 2007

Teatro e scienza e scuola a Milano

Di questi tempi, intorno al binomio “teatro e scienza” c’è un certo fermento. Cito solo due casi: Simon Singh dopo i successi televisivi e i best-seller fa del teatro la sua attuale attività di successo (e in Italia lo seguono Giuseppe O. Longo e Piergiorgio Odifreddi); l’Osservatorio Astronomico di Brera lavora assieme al Teatro Arsenale a Milano coproducendo spettacoli teatrali: ne abbiamo parlato qui.

E adesso, sempre a Milano, “teatro e scienza” cerca di sbarcare in modo sistematico nel mondo della scuola. I partecipanti sono tutti di calibro: il Piccolo Teatro di Milano, la
Fondazione Silvio Tronchetti Provera e Scienza under 18. L'obiettivo è passare attraverso il teatro per valorizzarne il legame profondo con la scienza – teatro e teoria hanno la stessa radice etimologica … a ben guardare – e da lì avvicinare i giovani allo studio delle discipline scientifiche. La prima tappa della collaborazione è rappresentata dal ''Progetto Galileo''.

Dietro a tutto c’è la convinzione che i giovani cerchino un ponte tra le discipline umanistiche e quelle scientifiche e che quindi questa sia una via maestra per la diffusione della scienza, e prima ancora della cultura scientifica.

Naturalmente il “Progetto Galileo” ruota attorno alla rappresentazione a Milano di Vita di Galileo di Brecht in scena al Piccolo Teatro Strehler dal 23 ottobre all'11 novembre, interpretato da Franco Branciaroli e messo in scena da Antonio Calenda.

Dal punto di vista della scuola, Scienza Under 18 punta a rendere stabile la produzione di teatro scientifico da parte della scuole che partecipano da dieci anni alle sue manifestazioni e che nel corso del tempo si sono dimostrate sempre più attente e attive nella produzione di spettacoli di “teatro e scienza” a ogni livello: dalla materna alle superiori. Insomma, tutto fa sperare in un ulteriore salto di qualità di Scienza under 18, adesso che entra nei suoi secondi dieci anni.

mercoledì 17 ottobre 2007

La Lega Nord è contro il cervello della Montalcini

Leggo su Repubblica.it della proposta lanciata in conferenza stampa dal senatore Roberto Castelli.
"Eliminare gli stanziamenti ad hoc per la fondazione Ebri (European brain research institute) della senatrice a vita Rita Levi Montalcini": la proposta, messa nero su bianco con un emendamento al decreto legge che accompagna la manovra, è della Lega. Lo ha annunciato il capogruppo del Carroccio al Senato Roberto Castelli, nel corso di una conferenza stampa per presentare le modifiche alla Finanziaria. "E' un grande spreco - ha spiegato Castelli - ed un immorale mercimonio".
Non entro nel merito dello scontro politico Levi Montalcini-Storace-Napolitano-(Mastella), che ora si impreziosisce della partecipazione di Castelli e del gruppo della Lega Nord.
Mi viene da notare però che per polemiche, credo legittime, in seno alla politica, ora ci si spinge anche a dare patenti di serietà scientifica in Senato.
Mi chiedo cosa succederebbe se un qualche corso in Scienze politiche di una qualche autorevole università valutasse la democraticità dell'azione dei partiti. Già immagino gli allarmi per un "golpe degli intellettuali" o almeno dei professori.
Fatto sta che il gruppo della Lega Nord dichiara che "l'istituto San Raffaele di Milano è all'avanguardia nel campo della biotecnologia". Mentre mette in dubbio l'eccellenza dell'Istituto del quale la Levi Montalcini è presidente (credo) onorario.
Non mi sembra una procedura scientificamente fondata. E voglio sperare che si sollevi qualche voce dal San Raffaele per dire che l'eccellenza scientifica non si determina sulla base di scontri politici. E che il San Raffaele in questi scontri non ci vuole entrare. Neanche per ricevere i finanziamenti che la Lega Nord vuole dirottare da Ebri.

ps: da nordico e quindi osservatore interessato al fenomeno Lega, mi viene da notare che Ebri sta a Roma e San Raffaele a Milano. Ma sono sicuramente maligno.

Anche in Inghilterra non c’è un solo pubblico

Gli inglesi sono antiscientifici?

È la domanda attorno alla quale, il 16 ottobre, ha lavorato l’ESRC (Economic and Social Research Council) nella cornice di una conferenza del programma “Scienza e società”. Il programma, nell’arco di sei anni e attraverso 45 progetti di ricerca, ha indagato molti aspetti della relazione tra scienza e società, nel senso più profondo.


Il professor Steve Rayner, che ha diretto il programma, ha dichiarato che “non è immediato concludere che il pubblico inglese sia antiscientifico. Il programma ha trovato scarsa evidenza di una cultura antiscientifica: ad esempio, come ovunque in Europa, il pubblico inglese è pronto a far sue le nuove tecnologie. Altro discorso invece è quello legato alla necessaria cautela e alla cultura del rischio, anche verso le questioni scientifiche, che deve essere comunicata al pubblico”.


Gli fa eco, Nick Pidgeon della Cardiff University e partecipante al programma: “Per assicurarci che ci sia una maggiore comprensione pubblica della scienza, specialmente nelle questioni controverse, dobbiamo prima acquisire maggior consapevolezza di come il pubblico si pone rispetto a questi temi. Una comunicazione unidirezionale sulle grandi questioni tra scienza e società (da mucca pazza agli ogm, dai cambiamenti climatici al nucleare, dalle nanotecnologie alle ricerche sugli embrioni) non funzione e deve essere sostituita da un approccio più integrato e inclusivo”.


Posso anche condividere le conclusioni ma ci sono due ipotesi iniziali implicite che mi lasciano qualche dubbio.


Non è così efficace – dal punto di vista della comprensione dei fenomeni sociali e in particolare della relazione tra scienza e (il resto della) società – ragionare nei termini del pubblico, al singolare. Ogni questione, ogni tema caldo, seleziona una varietà di pubblici che si relazionano con quella questione, con quel tema, in un modo peculiare e determinato dagli interessi di cui sono portatori. Cercare di capire le cose nei termini di un pubblico onnicomprensivo, è una semplificazione troppo grossolana e che rischia di portare a fraintendimenti notevoli.


Infine, l’obiettivo di avere una “maggiore comprensione pubblica della scienza”, per quanto apparentemente alto e nobile, è un obiettivo fittizio. La questione non sta nei termini della comprensione – che non può essere raggiunta se non in una forma molto approssimata e semplificata. Ma piuttosto in quelli della formazione di un consenso consapevole che si fonda su una certa prassi diffusa dell’uso del pensiero razionale. Elemento questo che viene molto prima del pensiero scientifico ma che è applicabile a contesti meno limitati e che permette di avvicinarsi anche a questioni controverse. E non solo in campo scientifico.


Perché alla fine, quello che serve è far crescere la consapevolezza e la partecipazione sulle questioni che interrogano scienza e (il resto della) società.


sabato 13 ottobre 2007

Tra wikipedia e Beppe Grillo

Andrew Keen è uno degli osservatori perplessi di internet e del web 2.0. La rivoluzione dell’interattività e dei contenuti prodotti dagli utenti produrranno, secondo Keen, “meno cultura, informazioni meno affidabili e alla fine caotiche”. Con queste tesi ha contribuito a vivacizzare, lo scorso settembre, la conferenza che l’Università di York ha organizzato suo web 2.0.

Wikipedia, i blog, Facebook, MySpace e YouTube, de.li.ci.ous sono strumenti per democratizzare la conoscenza, o almeno lo scambio d’informazioni, oppure contribuiscono a togliere ogni autorevolezza e affidabilità alle stesse. È una questione che investe alcune idee fondamentali: dalla privacy all’affidabilità, dall’identità alla democrazia.

In questi anni, il web è cresciuto per mano dei tecnologi e degli scienziati duri, prevalentemente. E forse ora è il momento che la discussione si sposti sul piano delle scienze sociali. La creatività di massa – concetto fissato in un libro di Charles Leadbeater, altro partecipante al dibattito – è un fenomeno nuovo che entra in collisione – positiva o conflittuale questo lo si vedrà – con la cultura come siamo abituati a conoscerla.

Le persone non vogliono soltanto merci e servizi, ma opportunità e strumenti per prendere parte in prima persona al gioco, per essere protagoniste del dibattito, indipendentemente dall’oggetto sul quale il dibattito verte.

Insomma, sembra che la discussione sia capire quanto i cittadini di una moderna democrazia – moderna anche perché il web 2.0 ha un ruolo – siano dei sempliciotti che si bevono acriticamente masse d’informazioni. O piuttosto sviluppino un sempre più affinato senso critico proprio per la partecipazione in prima persona alla costruzione delle informazioni e del loro senso.

In questo dibattito, Wikifoundation pensa se “chiudere” in qualche modo l’afflusso dei contributi liberi per rispondere alla domanda di maggior affidabilità. Ma sempre in questo clima, Beppe Grillo fa un cortocircuito che parte dalle sale dei teatri, va in rete e torna nelle piazze. La prima sembra voler rassicurare i sempliciotti, il secondo punta su un senso critico meglio affinato.

Staremo a vedere.

mercoledì 10 ottobre 2007

Liberiamo la ricerca italiana

Mario Capecchi ha vinto il premio Nobel per la medicina. Ed è una buona notizia. Il bello è che da quel momento sono state scoperte due cose: che esiste e che è italiano.

Ci hanno anche raccontato che da bambino era così povero che doveva rubare per mangiare. E non è un brutto racconto, perché lascia aperta la speranza che la ricerca sia una possibilità per tutti, non solo per i figli dei ricchi e degli intellettuali.

Un’altra buona notizia è che la stampa italiana ha voglia di scrivere e di pubblicare notizie positive sulla ricerca italiana. Passiamo sopra al fatto che in questo caso ha costruito "artificialmente " un ricercatore italiano…

Se non altro i giornalisti hanno messo in luce le radici culturalscientifiche della ricerca italiana: è infatti vero che Mario Capecchi ha fatto il suo Ph.D. con Jim Watson, che a sua volta era allievo di Salvador Luria, premio Nobel e allievo a sua volta di Giuseppe Levi, il più grande ricercatore nel campo della Biologia e della Medicina fra le due guerre. Levi, padre di Natalia Ginzburg autrice di "Lessico familiare" , era anche il maestro dei premi Nobel Renato Dulbecco e Rita Levi Montalcini. Tutti questi premi Nobel venivano fuori dalla scuola di Torino e l'italianità di Capecchi sta tutta qui. Ed è meglio rispetto alla “sola” nascita e ai primi nove anni di vita italiana.

Visto l’interesse dei media, il ricercatore Giovanni Romeo è intervenuto mercoledì 10 ottobre a Prima Pagina - giornalista di turno Marcello Sorgi della Stampa) –chiedendo perché i media non si interessano di più ai problemi della ricerca italiana finanziata dal pubblico (carenza di fondi, sistema di distribuzione mai basato sul merito ecc.) sfruttando appunto l'onda di interesse creata dall'assegnazione del premio Nobel a Capecchi. Risposta di Sorgi, che non è un pivello: “i ricercatori in Italia sono troppi (sic !) e quindi i fondi pubblici divisi egualmente per tutti questi ricercatori diventano necessariamente insufficienti”.

Roba da rimanere allibiti!

Sarebbe bello, sin da domattina, giovedì 11 ottobre riprendere l'argomento con Marcello Sorgi spiegandogli che si è sbagliato (e di molto...). La proposta è di telefonare a Prima Pagina proprio offrendo argomenti e dimostrazioni specifiche che quello che ha detto Sorgi è completamente errato. Se un giornalista come Sorgi che ha diretto per anni la Stampa commette errori così grossolani, vuol dire che c'è moltissimo lavoro da fare per informare correttamente i nostri concittadini – e la responsabilità non è certo dei soli giornalisti.

I ricercatori non sono troppi e quello che fanno è estremamente importante per il Paese!

Per telefonare a Prima Pagina: numero verde 800 050 333. Telefonate alle 7:00 del mattino, altrimenti risulta sempre occupato.

L’iniziativa parte da un gruppo di ricercatori intorno a Giovanni Romeo , si chiama “Liberiamo la ricerca” e chi vuole saperne di più può scrivere ad andreina.baccaro AT eurogene.org.

lunedì 8 ottobre 2007

Rane che saltano, pesci in padella… e altri menu

Una bella giornata, prima di tutto. E poi formativa: di quelle che fanno fare un passo in avanti.
Giovedì 4 ottobre, oltre duecento tra insegnanti, osservatori e animatori di Scienza under 18, hanno lavorato intorno all'idea di laboratorio per tutta la giornata, senza interruzioni e senza cali di tensione e interesse. Al Museo di Storia Naturale, a Milano.
L'obiettivo? cercare risposte a:
Che relazione c’è tra laboratorio scientifico e laboratorio didattico?
L’esperimento è alla base della prassi scientifica: che ruolo ha nella comunicazione della scienza e nell’educazione scientifica?
I limiti che il contesto didattico inevitabilmente pone ne cambiano sostanzialmente il ruolo?
La sua funzione è dimostrativa o costruttiva?
La formula è stata originale e fresca come spesso succede con Scienza under 18. La mattina tutti divisi in laboratori (11) a mettere le mani in pasta e le teste in gioco. Due laboratori a testa per ciascuno degli 11 gruppi d'insegnanti. Con tanto di conduttori, facilitatori ed esperti che osservavano.
Ogni gruppo ha prodotto alcune domande alle quali nel pomeriggio hanno risposto gli esperti: Aldo Borsese, Donata Fabbri, Laura Formenti, Enrica Giordano, Franco Giudice, Paolo Guidoni, Telmo Pievani.
I punti di vista del chimico, dello psicologo, del fisico, dello storico e del filosofo si sono confrontati con le esperienze e le idee degli insegnanti. In una dinamica di ricerca-azione che caratterizza il lavoro e la riflessione di Scienza under 18.
Insomma un bel compleanno per il primi 10 anni di quest'esperienza lombarda che dovrebbe proprio trovare al più presto emuli in altre regione. In tutte le altre regioni.